ARCHIVIO SENTIMENTALE DELLE MURA
Commenti autorevoli
Sono tanti gli scrittori, i giornalisti e gli intellettuali che hanno dedicato riflessioni e parole alle Mura Estensi. Qui raccogliamo alcuni di questi interventi. Se a chi legge viene in mente qualche altro articolo interessante, che potrebbe integrarsi bene in questa sezione, può scrivere a info@ilturco.it, indicando i riferimenti bibliografici utili a recuperare il testo.
Buona lettura!
IL PAESE DELL’ACQUA
di Giuseppe Ungaretti
Alzo gli occhi. Vedo spalti. Perché queste mura?
Il Po lassù? Così alto? Come ci si sarà arrampicato?
Salgo. È lui! Fra gli esilissimi, lunghi pioppi delle golene.
Bisogna vederlo, questo signor Po, negli argini.
Cresce, sul suo alveo che non cessa di alzarsi, come un monumento. Si volge sui bastioni, matto come una belva alle sbarre.
E allora, nel sapere che a due passi un’acqua scorre per aria tanto più alta della terra sulla quale cammino, l’effetto di terra mancante sotto i piedi mi si muta in grande stupore, mi pare di essere sceso anch’io nell’abisso, di muovermi dentro l’acqua, un’acqua che non mi bagna e, per paura di rompere l’incantesimo, resto di stucco.
E se quel matto saltasse il fosso? Ora capisco con tutta chiarezza un perché delle paludi, di tant’acqua che per essere portata a sfociare dovrebbe montare anziché scendere, il che per la liquida acqua è impossibile e contro natura; e lei s’impantana.
IL PARCO BASSANI – Dall’Addizione Erculea all’Addizione Verde
di Stefano Lolli
«Sali sul bastione alberato, e si trovò all’altezza della nebbia, che sulla città stava dileguando, e lì fuori, sul vasto sterpeto e sulle basse boscaglie e sui maligni acquitrini del piano, dai bastioni fino al Lagoscuro e al Po, stagnava uguale, come un immenso lenzuolo». Corro come Scacerni, sulle Mura avvolte dalle prime brume dell’autunno. Io, podista, con lo stesso passo del «cacciatore e ladro» animato dalla penna di Riccardo Bacchelli: inseguo l’orizzonte che sfugge e s’allarga, senza riuscire perciò ad afferrarlo tutto. Invece che la bisaccia, riempio gli occhi dei piccoli dossi, degli arbusti, delle antiche pietre, dei nuovi sentieri fra gli orti e i cimiteri, dei giardini che si aprono come un sipario distante, che si squarciano di luci remote. Lo sguardo, ed il cuore, si colmano dell’energia dell’Addizione Verde.
Come della mia traballante e quotidiana maratona, è storia a sobbalzi, ed in fondo recente, anche quella del Parco Bassani: è stato semplice, persino istintivo iniziare a chiamarlo così, ancor prima dell’intitolazione ufficiale di inizio ottobre. Già da quando, poco dopo la morte del grande scrittore del Giardino dei Finzi Contini, è stata avanzata da Dario Franceschini e immediatamente accolta da sindaco e giunta la proposta di archiviare la vecchia sigla, burocratica, che dalla metà degli anni 1970 lo protocollava nelle mappe del Piano Regolatore come Parco Territoriale Urbano, per scavarne invece l’anima più autentica, per rivelarne le vene pulsanti, appunto nell’opera di Giorgio Bassani.
Era Bassani, nel marzo del 1979, che plaudiva, in Camera del Commercio, alla proposta lanciata meno di un anno prima. A quella che, all’epoca, poteva apparire soltanto come una semplice, deliziosa utopia. Della suggestione di collegare il perimetro dell’antico Barco del Duca sino a contatto col Po: «una risposta morale ed estetica della città», sorrideva lo scrittore, «al cambiamento del letto del fiume». In quella prospettiva, Bassani chiedeva alla città, alle sue associazioni culturali e alle istituzioni, non tanto coraggio, ma soprattutto idee chiare: perché «se saranno chiare le idee in proposito, penso che abbastanza rapidamente troveremo i soldi per realizzare l’opera. I dannati quattrini…».
Le idee, non dunque le utopie, in realtà erano già precise, per il ruolo di Italia Nostra e la determinazione del suo presidente Paolo Ravenna: per i “dannati quattrini” si doveva invece attendere ancora qualche anno. Mentre si stava definendo il Progetto Mura, dal 1986 iniziò a prendere corpo la sistemazione a parco dell’area comunale di cento ettari che rappresentava il primo nucleo dell’Addizione Verde. Come l’aveva battezzata proprio Paolo Ravenna, al Symposium internazionale di architetti e urbanisti svolto nell’ottobre del 1978 al Teatro Comunale. «Ferrara sta per avere, e forse l’ha già, la nuova Addizione Verde», disse il presidente di Italia Nostra chiudendo il proprio intervento, «che rappresenta il naturale sviluppo della grande Addizione Erculea che ha fatto della nostra città la prima città moderna d’Europa. In tal modo, essa potrà continuare ad esserlo. Non dimentichiamo, quindi, le grandi e affascinanti responsabilità che per tutti noi ciò comporta».
Sono passati venticinque anni da quell’annuncio. Un quarto di secolo esatto da quel parto che avrebbe potuto restare solo lessicale; perché su tanti quarti di secolo, stagioni lunghissime nella vita degli uomini, le Mura e il parco hanno accumulato un tempo immemore nell’oblio della città: “Sono delle mura, non sono delle case, cioè non sono abitate da nessuno e perciò non sono legate ad alcuna memoria tragica o lieta”, scriveva, nel 1919, Corrado Govoni. «Eppure la loro desolazione e tristezza è tanta che viene da piangere a guardarle». E nel legame inscindibile fra i Bastioni e l’Addizione Verde un aneddoto riferisce che fu lo sfoltimento di un pioppeto a rivelare il magico profilo delle Mura, orlate dai torrioni del Castello – l’antica emozione diventa vita quotidiana.
Ed i venticinque anni diventano un istante: un momento, prosegue Govoni, in cui «la città è come se non esistesse, tanto è silenziosa». In questo caso, però, il silenzio non è il nostrano, caratteristico torpore ma, nella “profezia” di Ravenna, diviene sommossa culturale. Fonde utopia e responsabilità. Ma soprattutto apre un dibattito, a ogni livello, sulla modernità di riallacciare, nella pianificazione della città del futuro, le strategie urbanistiche che caratterizzarono al mondo l’età estense: la “città pentagona”, dentro le cui mura gli architetti legano le parti medievali con quelle rinascimentali, che si spande, si orienta, si diffonde, che diventa, in un’immagine riportata ora nelle indicazioni del nuovo PRG, parco campagna. Ovvero laboratorio, fra i pochissimi in Italia, di integrazione fra l’ambiente, inteso come preservazione e uso pubblico, ed attività sociali, turistiche, soprattutto agricole.
«L’agricoltura non dovrà mai avere paura del Parco Bassani», sorride oggi Paolo Ravenna immaginando la decuplicazione degli attuali confini dell’Addizione Verde. Timori tuttavia ce ne sono stati; alcuni silenziosi, altri sollevati con fermezza, in questi anni e decenni. Perché sull’area del parco, sin dal 1930, si sono susseguiti interventi e progetti non sempre coerenti con la destinazione attuale e le designazioni future; dall’antica “piazza d’armi” alla ferrovia dismessa Ferrara – Copparo, dalla proposta di un grande stadio calcistico che, negli anni ’50, non venne approvata dal Consiglio comunale per una manciata di voti, sino alle idee più recenti che prevedevano un’area sportiva e servizi su tutta l’area, e strutture “aeree” sino al centro del parco. Ipotesi questa (il cosiddetto “progetto Aymonino”) contestata con forza, e che in virtù di interventi di autorevoli esponenti del mondo culturale da Bruno Zevi ad Antonio Cederna, da Ippolito Pizzetti allo stesso Giorgio Bassani – venne accantonata; o più coerentemente, sostituita dagli interventi concreti sulle Mura e nel parco.
Il progetto generale, finanziato con gli stanziamenti del Fio (Fondo investimento occupazione), è stato sostenuto con determinazione anche dal Comune e dalla Cassa di Risparmio di Ferrara. La sensazione è quella di aver dato vita a un’opera unica: il ripristino dei nove chilometri della cinta muraria, il collegamento, seppur ancora imperfetto, con il parco nella sua accezione più ampia, con la rete di poderi, percorsi, case coloniche, boschi, prati sortumosi, canalette e scoli che conducono sino alle sponde del Po. Che inglobano impianti sportivi esistenti, una discarica in fase di chiusura, addirittura un inceneritore di rifiuti solidi del quale si reclama il rapido smantellamento.
Non sempre, tuttavia, le sensazioni pur concretizzate, come nel caso delle Mura, da una robusta dose di quattrini, non più “dannati” ma alfine “benedetti” – centrano il proprio obiettivo. Nel caso di Ferrara, la scommessa può dirsi invece vinta: non solo per il plauso delle istituzioni culturali, né per la fitta serie di iniziative istituzionali culminate, nella primavera del ’99, con la formale “inaugurazione” delle Mura restaurate da parte dell’allora ministro ai Beni culturali. A decretare il successo è soprattutto la gente. Ferraresi e turisti che, con intensità crescente, frequentano le ampie aree verdi, chi per fare sport – le Mura sono ormai un percorso conosciuto, in tutto il mondo, e invidiato oltre che per la bellezza, per la possibilità di dipanarsi in itinerari e fatiche sempre diverse -, chi per attività ricreative o naturalistiche, come la Vulandra o le osservazioni della fauna che si è insediata tra i laghetti e le dune erbose; chi semplicemente per una passeggiata, chi alla ricerca di un «luogo di convegni per gli innamorati» (è ancora Bassani a parlare), dentro la città ma «un tantino in disparte, riparati dagli occhi indiscreti delle balie».
Cresce la gente, cresce il numero di articoli, pubblicazioni, convegni, master universitari dedicati a quello che non è più soltanto un “caso ferrarese” o, per parafrasare il termine coniato alla vigilia del Symposium del 1978, un’Eccezione Verde: così come il recupero delle Mura, il ripristino del disegno storico del territorio diventa essenza stessa di modernità e sviluppo, esempio mirabile di integrazione fra gli spazi urbani (la città, la campagna) a servizio della collettività.
C’era, tuttavia, e c’è, ancora molto da fare. Innanzitutto l’ampliamento degli attuali 100 ettari che segnano oggi i confini del Bassani, la sua espansione sino alle sponde del Po e lo studio attento degli interventi che, via via, si susseguono dentro il suo perimetro (non considerando più tale soltanto quello odierno): impianti sportivi, piste ciclabili, interventi di carattere naturalistico e produttivo. Tutti fattori che richiedono un progetto operativo organico: c’è chi pone l’esigenza di dar vita a una sorta di Autorità delle Mura e del Parco (come un tempo esisteva un Provveditore alle Mura e alle Fosse), in grado di coordinare le azioni e gli investimenti, sia pubblici che privati. Scelta che potrebbe risultare ancor più utile, se si pensa che proprio sul “successo” dell’Addizione Verde, del recupero funzionale delle Mura e dell’utilizzo popolare del Parco Bassani, anche per il comparto Sud della città – nell’amplissima zona tra l’attuale aeroporto, le aree agricole della Sammartina, il Po di Volano – si parla con insistenza di una destinazione a parco che leghi ambiente e attività produttive, che garantisca «una dotazione di spazi verdi per tutta la città, sia per il centro storico che per la periferia», scriveva nel 2002 Andrea Malacarne per l’Annuario del Cds, parlando dell’esempio dell’Addizione Verde, «rappresentano un esempio di sviluppo urbano equilibrato, studiato con interesse in Italia e all’estero».
C’era, e c’è, ancora molto da fare. La sintesi di un futuro che non attenderà altri venticinque anni è affidata a una fotografia che spalanca agli occhi una vertigine che nemmeno il podista più impavido potrà mai infittire delle proprie impronte: oltre la città adagiata, il Parco Bassani insinuato nelle campagne, la lama netta del Po che rinuncia a essere confine, le montagne si scheggiano e sbiadiscono nel cielo. Qui invece, alla latitudine del cuore, un puntino rosso, sovrimpresso alla pellicola, esplicita l’ipotesi di collocazione del Museo Nazionale della Shoah che, già incardinato a Ferrara, potrebbe trovare sede logica sulla Collina del Barco. Là dove lo sguardo lanciato dal Torrione incrocia la prima sensazione del fiume là dove il tormento del traffico in pochi istanti diventa quiete e offre occasione al pensiero. Dentro il primo margine di un giardino che sfugge all’arcadia, di un parco che non è rifugio ma prospettiva, di una Memoria che non si barrica nel passato. Dentro il cuore di una città che, ci sussurra Bassani, «è Ferrara e, al tempo stesso, un’altra cosa…».
L’ADDIZIONE VERDE – Milleduecento ettari di terreno agricolo dalle Mura fino al Po entrano nell’ambiente urbano, diventandone parte integrante.
di Francesco Erbani
«La nostra lingua è come una vecchia città», scrive Ludwig Wittgenstein nelle Ricerche filosofiche. «Un labirinto di viuzze e di larghi, di case vecchie e nuove, di palazzi ampliati in epoche diverse e, intorno, la cintura dei nuovi quartieri periferici, le strade rettilinee, regolari, i caseggiati tutti uguali. Rappresentarsi una lingua significa rappresentarsi una forma di vita». Al pari di una città, aggiunge il filosofo austriaco, una lingua è dunque un organismo vivente, che cresce rispondendo all’esigenza di nuovi significati, di una cultura che si amplia, di esperienze pratiche o scientifiche che si moltiplicano.
Quali sono i nuovi “significati” di una città? Quali sono i bisogni che dovrebbero indurre la crescita di una città? E come cresce una città? è necessario che crescita sia crescita delle parti edificate, oppure si può crescere in altro modo? Come si deve provare a far crescere una città come Ferrara?
Nel mondo occidentale, almeno da due secoli in qua, le città sono ampliate aumentando le costruzioni e seguendo la direzione imposta dallo sviluppo della produzione e delle industrie: la regola ammette molte eccezioni, ma è pur sempre una regola verificabile sperimentalmente, quella per cui la Fabbrica sia stato poderoso fattore di ordinamento del territorio. Di pari importanza, l’altro motivo di ingrandimento delle città è l’incremento della popolazione e lo spostamento delle campagne. E insieme ad essi, la nascita di esigenze, oltre l’abitazione: i nuovi lavori, lo svago, lo sport.
L’urbanizzazione ha tenuto costantemente accesi i suoi motori, alimentata da un carburante sempre riconoscibile, più o meno condiviso, imposto da ragioni oggettive (il bisogno di case in primo luogo), alle quali si rispondeva in modo diverso: talora correttamente, fra illusioni e disillusioni, con l’edilizia pubblica e popolare: talaltra in modo esecrabile, facendosi guidare dagli interessi della rendita fondiaria e della speculazione edilizia.
Da alcuni anni e forse da qualche decennio, forse l’urbanizzazione ha proseguito il suo cammino, ma come una macchina che abbia rotto i freni scendendo su una strada di montagna. L’urbanizzazione si coniuga ora con il consumo di suolo e con lo spreco. I dati del censimento agricolo, elaborati da Italia Nostra, attestano che fra il 1990 e il 2000 si sono persi terreni non edificati pari a più di tre milioni di ettari. Un ritmo del tutto inedito nella storia. Un geografo di grande responsabilità, Eugenio Turri, ha chiamato “Megalopoli padana” l’infinito agglomerato urbano che da Cuneo arriva a Pordenone. Il Nord-Est è un territorio esausto e in particolare nelle province di Padova, Treviso e Venezia di è dissipato tutto lo spazio. Domina il modello della “città diffusa”, una città senza centro, senza più bordi, che rosicchia terreno con le sue architetture banali (piazze in lastroni di cemeno, stentati alberelli su patetiche aiuole, panchine, una fontana e qualche negozio, un supermercato, qualche ufficio, un po’ di case e tanti parcheggi), una città dove vige un’agorà privata e dove le tavernette costruite nei terrapieni sotto la villetta unifamiliare hanno sostituito il rito contadino e operaio dell’osteria in piazza, sotto i portici.
Ferrara sorge in un territorio nevralgico per questo tipo di sviluppo fondato sull’accumulo di quantità, sulla perdita di senso della città. Però, in qualche modo, ne è rimasta parzialmente immune. Le frenesie edificatorie si scatenano a poche decine di chilometri dai suoi confini, ma, almeno sino all’attuazione dell’ultimo P.R.G., è come se fossero tenute a bada. Ferrara rappresenta un modello alternativo: sia per quello che ha realizzato sia per quello che potrebbe realizzare, portando a compimento il progetto dell’Addizione verde, milleduecento ettari di terreno agricolo dalle Mura fino al Po che entrano nell’ambiente urbano, e diventano la parte preponderante e si caratterizzano come l’ambito di crescita della città, una città che si sviluppa, diversamente dalle altre che le stanno intorno, acquisendo verde.
A un occhio esterno, e per di più profano (come quello di chi scrive queste note), sembra che la storia di Ferrara, identificata nella sua forma urbana, funga da potente antidoto alle insolenze proposte da un meccanismo di crescita che procede per puro accatastamento di oggetti. Ferrara ha salvaguardato questa misura durante cinquant’anni di crescita. Ha subito violenze e sfregi, di cui reca ancora le ferite (per limitarsi a quelle che cita Bruno Zevi, lo “strupro” piacentiniano al posto del distrutto Palazzo della Ragione e del grattacielo presso la stazione), ma ha salvaguardato una logica di socialità e di qualità che si trasmette dalle piazze e dalle strade del centro storico fino alla gran parte degli insediamenti di edilizia economica realizzati fra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta da Vieri Quilici.
Muovendosi alla ricerca di pure campionature si possono citare, come testimonianze di questa ricerca di socialità e di qualità, le parole pronunciate da Piero Bottoni al convegno sull’edilizia ferrarese del 1959, che propone di applicare al centro storico, al suo restauro conservativo e al suo risanamento, gli stessi meccanismi che regolano i piani Ina-Casa (l’intervento di Bottoni è riprodotto nel volume Ferrara. Spazi, orizzonti. 1958: Convegno sull’edilizia artistica ferrarese. Documenti e testimonianze, a cura di Renato Bazzoni e Paolo Ravenna, pagg. 45-49, Neri Pozza 1979). Bottoni, che ha vasta esperienza di edilizia popolare e di qualità architettonica diffusa, viene poi incaricato dall’Amministrazione comunale di dirigere un Ufficio di conservazione e valorizzazione del centro storico edificio per edificio, accompagnato da indicazioni puntuali sulle destinazioni d’uso, sul numero dei piani, dei vani e degli abitanti. Agli occhi di Bottoni, un’espansione della città pur corretta e guidata dalla mano pubblica, rischia di produrre un danno incalcolabile: svuotare il centro storico, condannandolo al degrado e alla morte. Oggi su questo tema esiste una diffusa consapevolezza, alimentata dallo spaventoso deperimento sociale di molti centri storici, ridotti a pascolo turistico oltre che a zona di transito per le macchine, e avvolti da cinque periferiche scomposte e ormai scavalcate da quegli aggregati edilizi che si propagano senza limiti fra una città e l’altra, che di fatto sono accorpate in una città e l’altra, che di fatto sono accorpate in una sconfinata megalopoli. Ma l’allarme di Bottoni si colloca in un’epoca in cui il fenomeno poteva essere avvistato solo con la preveggenza culturale e civile di cui era dotato l’architetto milanese.
Con un brusco salto, arriviamo al 1978, vent’anni dopo quel celebre convegno, quando, in attesa che cominci un convegno di architetti, due amici schizzano un disegnino su mappa della città. Sono Antonio Cederna e Paolo Ravenna. Si sono conosciuti nel campo d’internamento di Trevano, in Svizzera sul finire del 1943. La loro attenzione, su quella piantina, è catturata dall’immensa area che si stende fino al Po e che i duchi estensi chiamavano il Barco. È un lembo di pianura padana, luogo di delizie per gli antichi signori della città, che vi cacciavano lepri e cinghiali e organizzavano giochi a cavallo.
L’area sembra sconfinata, misura milleduecento ettari che d’inverno sono solcati da filari di pioppi coperti da una nebbia leggera, ma in estate si colorano del giallo intenso del grano. Secondo Cederna e Ravenna deve diventare un grande parco urbano-agricolo, il luogo del naturale sviluppo di Ferrara, dalla forma ben definita, agganciato alla città e a disposizione del loisir dei suoi abitanti.
Il progetto si sedimenta nel corso del tempo. Intanto acquista un nome, Addizione verde, che recupera termini e concetti dall’Addizione erculea ideata da Biagio Rossetti. Poco dopo, muove i primi passi sostando in una stazione intermedia, che già da sola basterebbe a rendere Ferrara un caso esemplare in una regione in cui si avvertivano i primi scricchiolii nell’edificio di buona amministrazione del territorio allestito nei decenni precedenti.
Quella stazione intermedia è il restauro delle Mura, un tracciato di nove chilometri realizzato nel Quattrocento e che, secondo Bruno Zevi, non è né una semplice fortificazione né una barriera: è un geniale progetto urbanistico, la cornice di un piano regolatore rinascimentale che con bastioni e terrapieni cinge gli edifici della città.
Le condizioni delle Mura sono pietose, ma un restauro sapiente e durato un decennio, fino al 1999, restituisce alla città un patrimonio storico e artistico, la cui natura profonda è anche tessuta di viali alberati, di prati e di piste ciclabili, tutti servizi di cui Ferrara ha bisogno.
Da allora, l’idea dell’Addizione verde ha compiuto n passi. A corrente alternata e non tutti in avanti. Un progetto voluto dal Comune, fatto di poche, sensatissime e semplici cose – piste ciclabili, qualche ristorante, un campeggio, un agriturismo è rimasto a languire fino a provocare le dimissioni del consulente esterno. È stata avviata una trattativa con i proprietari dei terreni affinché usufruissero di finanziamenti europei in cambio della trasformazione in biologiche delle culture agricole. All’area è stato dato un nome, il più logico possibile, quello di Giorgio Bassani.
Nonostante l’impegno proclamato di tutti, la politica cittadina stenta a compiere il grande salto, a riconoscere in quel progetto il suo progetto, forse perché ritenuto poco spendibile sul mercato delle immagini o su quello degli immediati ritorni economici per la popolazione.
Guardando dall’esterno si ha l’impressione paradossale di dover convincere molti ferraresi dell’importanza di un patrimonio che è lì, brillante sotto i loro occhi, con le sue valenze ambientali e paesaggistiche: un patrimonio che davvero poche altre città possono vantare.
Un grande slancio potrebbe darlo un altro dei progetti patrocinati intorno al parco: quello di insediarvi il museo nazionale della Shoah, un’opera di architettura contemporanea che dovrebbe ricucire paesaggio e storia di Ferrara. Ma anche in questa vicenda, la politica arranca: approvato con una legge nazionale votata da tutti gli schieramenti, il progetto è finito sotto la scure dei tagli alla legge Finanziaria, poi recuperato, quindi di nuovo cassato, e ora, pare, nuovamente redivivo. Uno sballottamento, uno stiracchiamento fatto di cavilli contabili e di piccoli cabotaggi, che un’idea del genere e una città come Ferrara davvero non meritano.
PERFETTE GEOMETRIE – Una passeggiata notturna in bicicletta lungo le mura, fisiche e metafisiche, di Ferrara
di Roberto Pazzi
Le mura estensi, restaurate ormai da più di quindici anni, continuano a farci sognare. Questa volta di sera, se si decida di montare, dopo cena, in sella alla bicicletta per fiancheggiarle tutte, alla luce della nuova e felice illuminazione voluta dalla amministrazione comunale.
Il consiglio che darei sarebbe di cominciare questa piccola avventura notturna dalle parti di Porta Paola, pure di recente restaurata con gusto, e dirigersi poi verso San Giorgio, per non perdere il largo respiro offerto da un’ampia zona di spiazzi erbosi, che consente allo sguardo di aprirsi, senza interruzione di edifici più recenti a ridosso dello straordinario complesso.
Iniziare di lì il percorso consentirà di scoprire, fiancheggiando cunei e baluardi, quanto sia evocativo di presenze metafisiche questo articolarsi di forme architettoniche dalla geometria perfetta, dal ritmo sapiente di vuoti e di pieni, con l’alternarsi di luci e ombre. Quel che infatti colpisce la vista pedalando di notte è il mutamento di prospettiva costante che si apre procedendo verso San Giorgio, favorito da spazi erbosi verdi ampi e curati, che nell’oscurità cedono il loro colore per farsi pure forme volumetriche di buio e di luce.
La magia delle nostre mura è piuttosto diversa da quella di Cittadella, di Montagnana, di Lucca, di Monteriggioni, di Palmanova, di Cherasco, le prime che mi vengono in mente, di questa nostra Italia, quasi tutta munita di antiche difese municipali e signorili ancora intatte. Le mura di Ferrara non sono né troppo antiche, come quelle precedenti la scoperta della polvere da sparo di Cittadella e Monteriggioni, così alte e spioventi, né più vicine alla modernità, come quelle così larghe da farsi viali, a Lucca.
Sono mura perfettamente rinascimentali, tali cioè da concedere tanto alla bellezza monumentale quanto alla funzionalità difensiva, nel raro equilibrio costituito dal miracolo rinascimentale tutto ferrarese, che si replica poi, all’interno delle mura, sia nel palazzo dei Diamanti, che nel Castello Estense.
Ma mettiamoci in ascolto per una sera, perché Ferrara dalle sue mura apparirà come una scatola delle meraviglie, una specie di carillon del “dolce rumore della vita”, per citare un indimenticabile verso di Sandro Penna. La città, ben chiusa col suo traffico nella conchiglia delle sue difese, diventa quasi un murmure, un’eco lontana, come quello che si ascoltava da bambini portando all’orecchio una ciprea…
La nostra vita, la nostra casa stanno là, oltre il dantesco “bello e forte arnese” di queste mura rossettiane che mai provarono assedio, mai conobbero il fuoco nemico, da quando furono elevate, nel 1492, per volontà del duca Ercole I, proprio mentre l’Europa si apriva alla scoperta dell’America. E noi, uscendo a spiare le mura di notte, ci siamo concessi di rovesciare il cannocchiale, e guardarci e forse spiarci dall’esterno, come ci vedono gli altri, quando passeggiamo in città tutti presi dalla cura delle nostre incombenze, distratti dal guardare, per il piacere di guardare, senza intenti pratici. Ferrara, rivoltata allora come un guanto, mostra nel pacifico ringhio difensivo delle sue mura la gelosa difesa della sua identità, quell’identità che è la nostra, e ci coopta anche in silenzio, anche senza che ce ne accorgiamo quando siamo intenti al lavoro, nei nostri uffici, nelle nostre aziende, nelle scuole, nelle fabbriche. È bello appartenere al grande abbraccio di un luogo tutto raccolto in sé, come un nido fatto di pagliuzze; sì, è bello vagare nel mondo, sapendo di appartenergli. E mentre la nostra lenta bicicletta, col suo timido sentore di ghiaia rimossa dai due pneumatici, raggiunge le più lineari spianate di Porta Mare, dall’ampiezza più sensibile dei prati, è davvero dolce riassaporare l’inutilità della bellezza, la sua cifra opposta all’utilità della bruttura, offerta dalle moderne forme della zona industriale, laggiù appena visibile, oltre il profilo delle case, del campanile di San Benedetto, del grattacielo. Una città italiana — ma forse è vero per ogni città del mondo — è sempre il miracolo della convivenza fra antico e moderno, passato e presente, morte e vita. E la nostra, così tentata di arrendersi al suo splendido passato per cedere il dovere di inoltrarsi nel futuro, da queste mura così ben illuminate offre un mirabile esempio di come sostenere questa difficile convivenza. Non diremo a nessuno, però, dei nostri entusiasti visitatori stranieri o italiani, così stupefatti della bellezza di Ferrara, quanto sia anche duro sostenere un passato troppo ingombrante, quanto sia avvertibile nella psiche ferrarese una apatica tentazione oblomoviana, non lontana dalla depressione, forse anche a causa di una non so quanto consapevole sindrome di Stendhal. Proseguendo la nostra lenta passeggiata notturna, fra riflessioni ed evocazione offerte da quel che l’occhio di notte ruba al paesaggio, passeremo ora, dopo Porta Mare, verso la zona dei cimiteri ebraico e cristiano, dove il verde trionfa e fa della morte, cristiana o ebrea che sia, un unico giardino. Il giardino di finzicontinica memoria dove sono sepolti oggi Giorgio Bassani e Gianfranco Rossi, i due scrittori cugini, mancati a poche ore di distanza, non lontano da dove stiamo passando.
Sulla punta di intersezione dei due tratti di mura, quello a est e quello a nord, dove un tempo stava il grande stemma in pietra degli Estensi, se si abbia l’accorta pazienza di fermarsi a riposare, si godrà la vista di un angolo piuttosto ardito, che offre una delle verticalità più audaci di tutti i nove chilometri di percorso. La mente corre subito alla visione della immaginaria Fortezza Bastioni di Buzzati, nel suo capolavoro, il romanzo metafisico “Il deserto dei Tartari”, quel luogo dove si aspetta l’assalto che mai verrà del nemico, l’assalto che offrirà la grande occasione di battersi finalmente per la Gloria, giustificando una vita di guarnigione così povera com’è quella di chi presta servizio in quell’inutile avamposto sul Nulla che è la Fortezza. Proprio come può apparire anche la vita di chi presta servizio sull’avamposto del Nulla che è una piccola città di provincia. E il non mai consumatosi assedio delle nostre mura offre un bel parallelismo con questo appuntamento mancato all’infinito del romanzo buzzatiano. Di qui in poi, dirigendoci verso ovest, si sentirà il presagio della grande anima segreta della città, il “fiume reale”, il Po. Che è là, a nord, invisibile nell’oscurità, sensibile appena nel rigoglio delle oscure masse del verde e dell’argine che s’innalza a nasconderlo, non certo a impedirci di provare l’antica paura di morire tutti sommersi dalle sue acque, in una delle sue ricorrenti inondazioni autunnali e invernali. Siamo ormai giunti alla svolta di Porta Catene, dove il tumulto della modernità sopraffa l’assetto murario, anche se si potrà continuare più avanti, passato il dedalo delle larghe vie della stazione ferroviaria, la nostra passeggiata notturna ancora in vista di altre suggestioni offerte dalle nostre mura. Qui la statua del papa Paolo V rammenta la stagione della storia in cui sorgeva la seicentesca fortezza, spezzando il complesso delle mura. Le ferite della storia sono anche le nostre ferite. E, di sicuro, Ferrara ha iniziato, con la caduta degli Estensi e l’infelice avvento della signoria pontificia, la sua lunga decadenza, tanto problematica per noi. Ma è così iniziato il suo lungo viaggio nel Tempo, che chiama anche noi a salvare il fragile carico della sua antica bellezza, lo scrigno di Poesia, Arte, Narrativa e Architettura, contenuto dalle sue mura che le ha meritato dall’Unesco il riconoscimento di Patrimonio dell’Umanità.
TORNANDO SULLE MURA
di Petr Andreevic Tolstoj
Arrivai a Ferrara verso sera. Alle porte della città le guardie presero nota del mio nome e mi tolsero tutti i pugnali e pistole che portavo con me. Qui, infatti, vige l’abitudine di non permettere a nessun forestiere di passaggio di entrare in città armato: perciò le sue armi vengono custodite dalle guardie per tutto il tempo che vuole fermarsi. [ … ]
Ferrara è una città assai grande, sottoposta al papa di Roma; accanto a essa si trova una città in muratura costruita secondo la nuova moda con magnifici baluardi e ogni genere di fortificazioni.
La porta di ingresso è bella e straordinariamente fortificata, difesa da soldati che fanno la guardia. Molti sono i monasteri e le chiese, e numerose le case di bella architettura. Notai edifici assai alti e di grandi dimensioni. [ … ]
A Ferrara ci sono molti negozi dove si trova ogni genere di merce; soprattutto il sapone è abbondante e di ottima qualità ed è famoso in tutto il mondo. Rinomate sono poi le bevande, che costano anche poco, e un tipo di vino rosso che gli italiani chiamano “vin dolce”.
TORNANDO SULLE MURA
di Giuseppe Grazzini
«… Se è vero che le guerre, in un modo o nell’altro, non finiscono mai, è bello ritrovarsi su un cammino di ronda e pensare che una città, dentro le sue mura, può ancora difendersi.»
Ero stato in Giappone e in Argentina, in Norvegia e in Sudafrica, negli Stati Uniti, in Europa e, naturalmente, anche in Italia. Ma non ero mai stato a Ferrara. Questo dipendeva dal fatto che un inviato va dove il direttore gli dice di andare e non dove vorrebbe lui: così viaggia sempre per servizio e, quando torna a casa, ha voglia di tutto meno che di muoversi ancora. Finalmente, però, venne anche la volta di Ferrara: fu nel novembre del 1986, quando mi affidarono un’inchiesta sulle antiche mura di cinta. Se ne parlava anche all’estero. Una mostra itinerante promossa da Italia Nostra stava richiamando migliaia di persone a Roma, come a Varsavia e a Parigi. Caso rarissimo, persino i politici erano tutti d’accordo sulla necessità urgente di restaurare quella cortina che, cinquecento anni prima, si era alzata fieramente per nove chilometri intorno alla città e che, dicevano, era ormai sul punto di scomparire. Caso unico, infine, lo Stato sembrava disposto a finanziare i lavori con quasi 70 miliardi. Francamente non capivo il perché di tutto questo. Mi domandavo a che cosa potesse servire una cinta di mura, alla vigilia del Terzo Millennio. Come attrattiva turistica? Poteva anche darsi. Ma non sarebbe stato sufficiente, nel caso, rimetterne in sesto uno scorcio come fondo per le inquadrature delle foto e delle videocamere?
Con questi dubbi incontrai l’avvocato Paolo Ravenna, l’animatore delle campagne per il recupero delle mura. «Lei deve anzitutto vederle,» mi disse. «In macchina non si può andare. Ma io ho due biciclette. Le dispiace?» Non aveva neppure aspettato la risposta e stava già scendendo le scale. «Questo è uno che ci crede,» pensai: dai tipi così, quando si ha la fortuna di trovarli, si impara sempre qualche cosa. Anche nelle circostanze meno favorevoli, come quella mattina. Pioveva, tanto per cominciare, e di solito, quando piove, almeno non c’è nebbia. Ma quella mattina c’era anche la nebbia, e sempre più fitta via via che ci si allontanava dal centro. L’avvocato pedalava gagliardo, tanto che faticavo a stargli dietro, e debbo confessare che in quel momento le mura di Ferrara non mi interessavano affatto; cercavo solo di non perderlo di vista, perché nemmeno ero del tutto sicuro che, nella preoccupante eventualità, sarebbe tornato a cercarmi.
Per fortuna, scalata una breve rampa, si fermò. «Siamo sul baluardo della Montagna,» disse. «Qui venne innalzato un terrapieno perché le artiglierie, sparando da quote più alte, avessero una gittata più lunga. Il terrapieno si chiamava cavaliere. Fu un lavoro colossale; d’altra parte questo era un punto strategico di prima grandezza. Ha visto?» Per la verità non avevo visto niente. C’erano, intorno a noi, delle ombre più scure che dovevano essere degli alberi. E davanti, per quei pochi metri che apparivano e scomparivano nella nebbia, dei mattoni rossi in rovina. Non sapevo che cosa rispondere e l’avvocato capì. «Verso mezzogiorno,» disse con fermezza, «la nebbia dovrebbe alzarsi.» «È successo anche a Napoleone sul campo di Austerlitz,» dissi io, ma soltanto per solidarietà. E ci rimettemmo in cammino. Arrivammo sui baluardi del fronte sud. San Giorgio, Sant’Antonio, San Pietro, San Lorenzo, risalimmo fino alle Mura degli Angeli e di ogni tratto quell’uomo straordinario mi raccontava una storia diversa, anche se per me gli scenari erano tutti uguali. La nebbia non si era alzata e alle due del pomeriggio sembrava già notte. Freddo. Umido. Fatica. E anche fame. Ma quel giro non era stato inutile. Mi aveva fatto valutare le dimensioni di un’opera colossale. E soprattutto, quando l’avevo riconsiderata sulle mappe di Ferrara dal Cinquecento in poi, le ragioni per cui tanti uomini di buona volontà intendevano servirsene ancora: certamente non solo per offrire uno sfondo alle foto ricordo. Salvando le cinta delle mura, Ferrara avrebbe conservato la propria identità urbanistica, mentre ogni altra città è condannata a disfarsi in squallide e indistinguibili periferie: il limite delle mura avrebbe dunque rappresentato per Ferrara quello che i canali rappresentano per Venezia, la frontiera tra la misura dell’uomo e l’angoscia dell’alienazione, l’anello magico da cui si parte alla scoperta dei tesori d’arte e di storia ben custoditi nell’interno mentre, all’esterno, si comunica con i grandi spazi aperti del parco urbano, raggiungendo il Po lungo incantevoli itinerari verso nord.
Sono tornato a Ferrara nel settembre del 1994, otto anni dopo, e ho ripercorso il lungo cammino di ronda delle antiche mura: col sole, finalmente, e con la rara soddisfazione che si prova quando si vede una speranza diventata realtà, grazie all’efficienza e alla prodigiosa volontà dell’Amministrazione comunale. Ho preso qualche nota, per curiosità di cronista. I cantieri sono stati aperti per 50 mesi e le ore di lavoro dei soli operai sono state 160.000; ma con gli operai hanno lavorato anche architetti, ingegneri, geometri, storici, archeologi. I mattoni originali staccati e quindi rimessi in opera sono stati più di un milione e il materiale nuovo non ha superato il 10%, secondo il saggio principio di un restauro strettamente conservativo, che ha riportato alla luce 263 postazioni per artiglieri e fucilieri, cinque fondamenta di torrioni e altri manufatti di architettura militare.
Ho rivisto le mura, allora scalate da milioni di piante che le soffocavano in una rete inestricabile di rami e minate nelle fondamenta dall’occulta prepotenza delle radici: oggi segnano una linea netta e rossa nel verde e davanti a questa frontiera c’è subito e soltanto la campagna, i milleduecento ettari del barco, dove un tempo andavano a caccia i duchi d’Este. Niente cimiteri di automobili, niente accampamenti di zingari, niente favelas di immigrati; il barco è ancora il luogo della delizia. Adesso è per tutti e non in esclusiva per i privilegiati: se è vero che le guerre, in un modo o nell’altro, non finiscono mai, è bello ritrovarsi su un cammino di ronda e pensare che una città, dentro le sue mura, può ancora difendersi.
LE MURA DI FERRARA
di Corrado Govoni
Le mura di Ferrara (dove restano ancora intatte) sono una meraviglia: non conosco nessuna cosa in nessuna città paragonabile alla loro bellezza. Sono la sua ricca e nobile cornice, perchè dopo di esse non si estendono sobborghi di sporcizia e di tristezza, e polverose etisie d’alberi su da mucchi di calcinacci, e fabbriche d’asfissia e d’unto coi tetti bersagliati di cocci e ritagli di latta; ma si allontana subito, immensa verde fragrante, la campagna con le sue piccole case coloniche grigie e i suoi immensi fienili rossi e turchini coi monti d’oro della paglia sulle aie. Dalle mura si sentono tutte le voci della campagna, si assiste a tutti i lavori delle semine e dei raccolti. Si vedono le bianche rogazioni dei buoi che arano la terra; i contadini che falciano curvi, in maniche di camicia; le sarchiatrici che fermano brevemente i sarchielli per intonare le romanelle; la bionda rivoluzione della trebbiatura; l’estrazione della canapa dai maceri di fetore che bollono coperti di bava verde come immense fosse di rettili in putrefazione: così forte è il tanfo che si spande verso sera, della clorofilla decomposta, che viene il capogiro. I cuculi le tortore i rigogoli si avventurano in città, vengono con confidenza a cantare nella Certosa, che è come un immenso orto con le croci buone e ingenue, come quelle che i contadini piantano con un mazzettino d’olivo benedetto, tra le messi, per scongiurare il pericolo della grandine. Si vede serpeggiare tra la canapa il treno che va a Venezia con la sua scia candida di fumo tra i rami fronzuti.
Le mura, dalla parte della campagna, sono un groviglio inestricabile di biancospini di rovi di dulcamara di caprifogli di edere centenarie dalle foglie grandi come cuori di vitelli, larghe una spanna, che non stanno neanche tra le pagine dei libri. Qua e là ci sono delle buche senza un filo d’erba. In una, scorgo una cosa raggomitolata che sembra una radice; può essere invece una serpe che si crogiola al sole, ma è così immobile e senza palpiti che deve essere proprio una radice secca anche perchè non riesco a scorgere la testa: potrei toccarla con un rametto per convincermene, ma ho paura del brivido di ribrezzo che proverei se fosse realmente una biscia.
Un fossato colmo d’acqua che passa tra gli orti e le mura è pieno di rane che si tuffano al mio passaggio: gracidano, gracidano come lavandaie, galleggiano a gambe aperte, nuotano con gioia da riva a riva; e le raganelle sulle foglie fresche cantano cantano: alla notte si sente il loro tremolio da tutte le piazze del centro e dalle case affacciandosi alle finestre. E con le raganelle cantano stridono milioni di insetti insieme agli uccelli, invisibili tutti, così che sembra un immenso canto ch’esca da tutti i fili d’erba, dai fiori, dai rami, dalle siepi. Arrivato alla Porta degli Angeli, ora chiusa e murata (forse perchè gli angeli non ci sono più: sono tutti morti!), volto per una strada fiancheggiata da due magnifiche file di pioppi come una strada di campagna. Sono sul sagrato della Certosa. Oh che odore di fieno! Quei grandi coni dei tassi sembrano i mucchi dei prati delle bonifiche o di quelli che circondano la vecchia torre solitaria dell’Uccellino.
Entro nella chiesa, dagli acquasantini così grandi che degli angeli vi si potrebbero bagnare. Il rosone violetto manda un fascio di raggi su un gruppo di banchi allineati dove una vecchia inginocchiata è tutta trasparente, come trasfigurata da una divina apparizione azzurra, come una ballerina sotto i raggi d’un riflettore colorato. I campetti del cimitero sono così pieni ed allegri di fiori; il rosso dei portici, dove l’ombra è così dolce, è così pieno di forza; l’azzurro dei giaggioli è così straziantemente odoroso e le rondini balzano via, tra gli amori sospesi delle farfalle, così liete e spensierate; ch’io non so proprio credere che sotto quelle croci e quelle lapidi, cancellate dalla gomma della pioggia e del freddo ci siano dei morti; ch’io non so più ricostruire il triste spettacolo del cadavere puzzolente e ributtante divorato dai vermi odiosi. Sto un pezzo con le mani nei ferri dei cancelli (mentre non posso fare a meno di pensare, osservando tutti quei tumuli, che forse nell’erba sono nascosti dei giocondi morti che si divertono a reggere in equilibrio sulla punta del naso la propria croce) a respirare l’odore dei giaggioli, a imbottire i miei occhi del loro azzurro; poi torno sulle mura a continuare la passeggiata. Come la conosco a palmo a palmo! Quante volte ci sono venuto nella mia adolescenza pensosa e fantastica! Ho preferito sempre questa parte desertata dalle coppie degli amanti perchè la più lontana dal centro della città e la più solitaria. Mi coricavo nell’erba a bevermi il canto degli usignuoli insieme all’odore dei sambuchi, a contare le stelle cadenti; mi appoggiavo a un albero a guardare le lucciole che formicolavano per la campagna come un’infinita fiaccolata verde d’una nuova crociata di fanciulli; aspettavo la notte di S. Giovanni, la salita dei razzi come meravigliosi fiori esplosivi; ascoltavo le ore dai campanili e dalle torri invisibili; m’inebbriavo, nella mia solitudine senza amore, di audaci speranze di grandezza: e piano piano, mezzo addormentato, in una dolcissima confusione di sogni e di stelle me ne tornavo alla mia casa alta, al mio letto fresco difeso da tante porte in fila ch’io mi fermavo voltandomi indietro a chiudere a chiave ad una ad una.
Sono arrivato alla Polveriera, passo accanto alla sentinella. Quante volte sono passato di qui? Non lo saprei dire; eppure tutte le volte scivolando accanto a quell’uomo armato che va avanti e indietro intorno al suo casotto che sembra un canile alto, ho avuto sempre la stessa impressione lo stesso brivido lo stesso pensiero: se quell’uomo fosse preso da improvvisa pazzia e mi sparasse nella schiena? Ho provato tutte le volte a vincere questa mia strana ed assurda apprensione, cercando di farmi comprendere tutta la puerilità del mio ragionamento interiore, ma sempre inutilmente. A destra si stende il cimitero israelita con le sue lapidi bianche appese ai muri senza croci ed emblemi tristi, con qualche salice piangente scapigliato: sembra di lontano un bucato di bambini; da vicino, sembrano tutte quelle lapidi, di cui si vedono nereggiare le righe delle iscrizioni, tanti candidi diplomi: penso che quando sarò morto ne avrò uno anch’io, finalmente. Questa è la parte delle mura che imparai a conoscere e ad amare per prima le rare volte che venivo dalla campagna in città. Di lontano si vedevano sventolare magicamente i lunghissimi bucati sulle mura, tra gli alberi chiomati che si confondevano con le nuvole temporalesche, con in mezzo, dominanti le quattro torri rosse del castello. Più avanti è il macello, dove vengono condotti al sacrificio sui carretti, crociati con un lapis blu, i vitelli mugghianti compassionevolmente verso le madri lontane nei pascoli assolati. Un fosso che passa sotto i bastioni, sbuca fuori nel prato con la sua acqua sempre colorata di sangue e va a congiungersi col canale in cui le lavandaie lavano i panni della città. Mi ricordo che parecchi anni or sono sotto le mura c’era una palude con dei salici, folta di canne; dei cacciatori sparavano agli uccelli palustri. In certi punti, quando piove molto, il terreno si allaga anche ora e sorgono scopeti e canneti su cui passa il fulgore azzurro del piombino. Sono all’ultimo tratto di mura, che già fa tardi. Già sono usciti i pipistrelli che sembrano senza coda e senza testa, con le ali a busto; a mezz’aria tremolano tanti sciami di moscerini perchè li devono mangiare i pipistrelli nei loro voli concentrici. Viene da laggiù un odore fresco ed azzurro di monti bagnati. Si sente girare la ruota del cordaio che tira, rinculando, il paesaggio languido aerato di nuvole contro le mura. I merli e le capinere cantano a squarciagola eccitati dall’odore dell’erba medica. Gli aquiloni, in cielo, son dolci e belli come lettere d’amore. Se manca il mare a questo paesaggio divino, le nuvole compensano questa mancanza: tutti i giorni fanno degli agglomeramenti così fantastici e belli all’orizzonte: costruzioni rotonde, città di piombo con cupole d’avorio con le loro stupende feste pirotecniche di lampi e tuoni e giostre d’arcobaleni; ch’io non saprei immaginare uno spettacolo più interessante e più poetico.
Poi imbocco la Via delle Volte, che pare una lunghissima fresca navata di una fantastica strana cattedrale, con in fondo il portale sempre spalancato, da cui si vedon passare nel sole sbiadito, come in sogno, automobili, carri, bambini, ovattati. Sui limitari si vedon delle donne quasi in camicia: forse vengon sull’uscio così per prendere il fresco. La notte non sono infrequenti gli scoppi di risse e di dispute finestre al selciato perchè un soldato pretende da una donna, per pochi soldi di meno, quello che essa s’ostina, nel suo pieno diritto, a non voler cedergli che per pochi soldi di più.
Attraverso il ghetto, dove gli ebrei dalle voci nasali o i piedi posticci (forse sono allevati nell’umidità e all’ombra, come i pipistrelli, per avere un colorito così cereo) vendono di tutto, dai salami d’oca alle divise smesse delle reclute; venderebbero anche la propria anima, se le anime si potessero vendere anche per pochi soldi. Una vetrina d’orologeria ha per insegna un immenso orologio tascabile da gigante. Negli astucci di velluto sono posati tanti piccoli orologi che sembrano schiacciati: io so che, appressandoli all’orecchio, si sente dentro un trenino fresco che va via. Le gemme dei gioiellieri non mi fanno gola: quando ne voglio, spacco un pezzo di cristallo e guardo il sole. Mi fermo in piazza ad aspettare che il solito spettro bianco venga ad accendere i fanali della Madonna nella facciata piena d’erba del Duomo (in tante strade cresce l’erba, tante chiese e campanili ne verdeggiano: quando io vedo qualcuno che la cava dai sassi col coltello lo prenderei a revolverate; quando uno si cala in una gabbia del campanile o dalla cattedrale per levarla, faccio voti che si spezzi la corda e il sacrilego muoia schiacciato sul selciato); guardo i bambini che cavalcano i leoni e le chimere dei portali come fanno con i cavallucci delle giostre; giro intorno al castello dall’acqua putrida piena d’erbacce palustri; faccio un po’ di marciapiede per stordirmi coi profumi delle chiome delle signore e ventilarmi l’anima con il fruscio delle loro vesti, poi mi dirigo verso casa.
Ecco, finalmente ci sono. La mia strada è una delle più misteriose di tutta Ferrara. Case vecchie con portoni incatenacciati al di fuori, sempre chiusi: cantine profonde di buio e d’umidità, magazzini di polvere. Ad ogni inferriata un gatto. E l’erba così verde così verde, tra i ciottoli, che quasi la vorrei accarezzare e baciare. Alle volte si incontra un vecchio che viene avanti scalzo, nel mezzo della strada, con una carriuola piena di fieno rastrellato, col rastrello infisso come un enorme pettine: sembra una stampa antica. Via Centoversuri, 24 (alcuni mi hanno scritto: Via Centovesuvi, oppure: Via Centovergini; tutte due cose impossibili a trovarsi in una via e forse anche in tutto il mondo). Miei carissimi amici, questa volta mi dispiace proprio ma v’ingannate: ve lo giuro. V’indirizzate qui per niente. Questa non è la mia casa. Questa è la casa dove ho moglie e marmocchi; dove bevo mangio e mi corico. Io abito in una villa di diamante, in una stella, lassù.
LE MURA
di Florio Piva
Dalla Certosa alle Mura c’è un niente: sono subito lì. Che belle le Mura di Ferrara! Lunghe circa 9 chilometri (mi hanno raccontato che nella notte dei tempi erano 13 chilometri), rappresentano la cintura difensiva della… no… no… sono il luogo dove nel tempo libero si può scaricare tutto lo stress accumulato correndo in tuta e scarpette. Inutile decantarne la bellezza e il verde che vediamo, sappiamo quanto vale quel luogo e ne andiamo orgogliosi perché ti fa sentire bene dentro; in posizione lievemente dominante puoi vedere più lontano, come facevano gli Estensi quando avvistavano i nemici veneziani e si preparavano alla difesa. Di verde ce n’era ancora di più, prima che fosse costruita la via Orlando Furioso. Sembrava un mare di erba con un misero sentierino nel mezzo. Favolosa visione!. Sopra le Mura, al posto della pista che ben conosciamo, vi era un sentiero centrale che in qualche punto si biforcava in due, certamente per consentire lo scambio tra due biciclette, e con i bordi di erba calpestati da chi andava a piedi. Non erano i podisti che facevano footing a calcare l’erba, ma nella maggior parte coppiette che di sera con il buio pesto si inoltravano in cerca di tranquillità. Normalmente lo slargo che offrivano i baluardi erano i più adatti. Al mattino incontravi – ovviamente c’ero anch’io tra loro – ragazzi che ‘facevano fuoco’ da scuola e tiravamo mezzogiorno così camminando e guardando all’esterno del perimetro. Non esisteva la “pista sottomura”, ma un camminamento preferenziale con zone calpestate maggiormente vicino alla sponda del canale Gramicia, segno inconfondibile che qualcuno sostava spesso per andare a rane in quel luogo.
Oggi sono “le Mura”, definizione molto fine, a quei tempi era “la Mura” e basta. Quando un affare andava male, senza guadagno, il lamento tipico era: “e mi indov vaghia a magnar… s’la Mura?”. A noi ragazzi avevano sempre descritto la Mura come un luogo da evitare. Una volta cresciuti dovevamo ricordare queste raccomandazioni per evitare guai. La Mura era saltuariamente pattugliata da agenti di Pubblica Sicurezza in borghese per sorveglianza generica e per poter intervenire rapidamente in caso di necessità. Nel lontano passato la Mura, per quanto lunga, era un luogo poco raccomandabile in certi orari, mentre oggi, così ben tenuta e valorizzata, viene considerata un fiore all’occhiello della città. Titolo meritato in assoluto.
Delle Mura hanno già parlato e scritto molti studiosi ed esperti, perciò io non ripeterò quanto già noto. Vi parlerò invece, per quanto posso, della Mura. Sembra la stessa cosa, ma non è vero. Per i ferraresi ‘datati’ quella l’è la Mura, oggi irriconoscibile per lo stupendo recupero ambientale e conseguente valorizzazione che le sono stati conferiti. È bella in ogni suo punto, ombrosa e accogliente come un grande salotto dove puoi incontrare amici che passeggiano o corrono o altri che si fotografano sugli sfondi meravigliosi, magari con alle spalle la Casa del Boia. Il suo percorso ‘cattura’, fa pensare, aiuta a riordinare le idee; insomma ci torneresti sempre. La Mura, in passato, per i ragazzi e per le famiglie era invece un luogo bandito. Rappresentava l’icona popolare del posto malfamato, dove cioè si potevano fare incontri di ogni tipo e poco raccomandabili. Si sentiva raccontare dai grandi che era la zona preferita e scelta dai giocatori d’azzardo in quanto non frequentata, anzi ignorata, da chi sapeva e voleva starsene fuori da certe cose. Il loro gioco usuale era la “Bassetta”, perché veloce. Qualcuno mi spiegò che le carte si tenevano in mano perché al primo allarme le si potevano nascondere facilmente e rapidamente in tasca, dove c’era spesso anche una piccola roncola (la runchina), che all’occorrenza i giocatori non esitavano a usare se c’era sentore di imbroglio. Queste liti a volte degeneravano fino al punto che qualcuno rimaneva ferito. La Mura di sera, avvolta nel buio pesto, era uno scenario che favoriva gli incontri amorosi di ogni tipo, e ho già parlato a sufficienza…. Sulla parte alta durante il giorno non c’era mai nessuno o quasi, soltanto qualche passante con la bicicletta sul sentiero basso, bianco di polvere, che tagliava in due il verde dell’erba del sottomura interno. Questo lo si vede anche in una scena iniziale del film Il giardino dei Finzi-Contini, dove Micol parla con Giorgio ragazzino, affacciata al muro di cinta di quello che dovrebbe essere il famoso “giardino” che i turisti cercano disperatamente e che non troveranno mai. Fu proprio in quella zona, in fondo a corso Ercole I d’Este a sinistra, che nel corso dell’ultimo anno di Istituto Tecnico facemmo una lezione pratica di Topografia. Si trattava di eseguire un rilievo planimetrico quotato servendoci di un tacheometro tradizionale con reticolo distanziometrico. Imparammo in una mattinata, in modo chiaro e inequivocabile, tutto quello che avevamo studiato durante l’anno. Mettere in atto e sperimentare la teoria completa la preparazione e trova le conferme chiarificatrici. La parte della Mura non soggetta a questa reputazione era il Baluardo di San Lorenzo, più precisamente quello di fronte a via Spronello, naturale e costante sede della fiera di San Giuseppe. Nei periodi successivi ospitava il cosiddetto “Mercatino Americano”, normalmente chiamato “American Strazz”. Esiste ancora oggi, in casa mia, un golfino giallo che mia moglie comprò negli anni ’60 in occasione di una piccola vacanza nella nostra città. Lo guardo con un sorriso appena accennato come se l’avesse comprato la settimana scorsa.
Le strade nel sottomura interno – come ho raccontato – esistevano solo in parte, c’era erba dappertutto, bellissima da vedere, di quel verde intenso compatto e invitante alle capriole. Fu viale Belvedere, a cavallo degli anni ’40, il primo a venire eseguito per il completamento, ma terminava poco dopo l’incrocio con via Arianuova. Rampari di San Paolo era limitata alla zona della Casa della Madre e del Fanciullo che si raggiungeva da via Piangipane scendendo per via Succi. Negli anni ’50 furono eseguiti i lavori per il prolungamento sino a corso Isonzo all’altezza e nei pressi dell’Ex Mof, che a quei tempi non era ex, ma attivo al 100%. Anche questa parte di sottomura costituiva una immensità vegetale rigogliosa e soffice. A determinare la mutazione totale del panorama furono le opere eseguite nel dopoguerra “in t’la Spianà”, a sud e a est dell’Acquedotto. Qui, proprio nella ‘zona Fortezza’, nacquero case e strade che riprendevano il discorso del Piano Regolatore rimasto in sospeso per il conflitto. Ora è difficile, per chi non conosce i luoghi, localizzare dove fossero, ad esempio, le Caserme del Papa (Paolo V) e la statua del Papa stesso (ora nei giardini di viale IV Novembre), però con l’aiuto delle planimetrie dell’epoca non è difficile ricostruire e immaginare il passato. Ovviamente sono rimasti al loro posto i Baluardi a sud verso via Darsena, verdissimi come sempre, testimoni della nostra storia. “La Mura” non esiste più… ora abbiamo “Le Mura”, belle affascinanti attraenti, che molti ci invidiano.
UNA MOSTA PER LE MURRA – Si inaugura il 25 settembre alle 18.30 nella Loggia degli Aranci di Palazzina Marfisa una mostra storico-documentaria sulle mura cittadine, tra storia, modernità e progetti futuri.
Le mura di Ferrara, a modo loro, hanno girato il mondo. La prima mostra documentaria dedicata a questo immenso patrimonio storico-monumentale che circonda la città venne allestita nel 1983, organizzata dalla Sezione ferrarese di Italia Nostra. Nove anni dopo, le Mura tornano a Ferrara in una veste diversa da quella in cui si presentarono nell’83. In un clima differente – visto che la città ha preso coscienza dell’immensità di questo patrimonio artistico e culturale e il progetto di recupero delle mura cittadine è ormai una realtà operante – per onorare Giorgio Bassani, in occasione della laurea honoris causa che l’Università di Ferrara ha deciso di conferirgli il 25 settembre.
La mostra “Le mura di Ferrara” ha molto viaggiato: in Polonia, a Parigi (una memorabile edizione a Castel Sant’Angelo), in Israele, in Belgio, negli Stati Uniti, ancora in Italia – questa volta a Milano… È cambiata e si è evoluta, e l’edizione che verrà collocata nella Loggia degli Aranci di Palazzina Marfisa – visitabile dalle 18.30 del 25 settembre – corrisponde all’edizione americana dell’87-88: 114 pannelli, leggibili a tre diversi livelli di complessità e approfondimento, che costituiscono un itinerario storico-documentario fuori e dentro la città. Nella prima parte è illustrata la contemporaneità delle Mura, nell’aspetto che esse avevano sino al 1987, raffrontata ad immagini storiche; nella seconda, ritroviamo la loro storia, ricostruzioni grafiche delle fortificazioni, indagini archeologiche e speleologiche, problemi urbanistici. Sino alle ultime sezioni, in cui sono illustrati il progetto Mura per il recupero della cinta e il Parco Urbano.
Allestita in collaborazione con il Comune e con il Provveditorato agli Studi, la mostra è sponsorizzata dalla Cassa di Risparmio di Ferrara: estremamente agile dal punto di vista logistico (la serie dei pannelli è stata concepita in modo da potersi adattare a qualsiasi spazio espositivo), è anche estremamente invitante sotto il profilo della fruizione: il progetto grafico di Almo Hammelko e le foto di Paolo Ravenna, l’ampio repertorio storico-iconografico, le didascalie di Giuseppe Grazzini (in italiano e inglese) ne hanno fatto uno strumento affascinante di conoscenza, offerto alla città mentre cade il V Centenario dell’Addizione Erculea.
PROGETTO MURA APERTE – Il recupero delle mura e l’estesissimo parco costituiranno un’opera urbanistica e sociale di grande rilievo. Di questo impegnativo progetto ci parla il Sindaco di Ferrara, Roberto Soffritti.
«Ferrara», dice il Sindaco «può vantare oltre 9 chilometri di cinta muraria quasi integralmente conservata, per un’altezza media che varia dai 2,5 ai 15 metri e con un notevole spessore, che cambia da zona a zona. Il terrapieno, percorso da corridoi e cunicoli, che poi si allargano in veri e propri saloni all’interno dei bastioni, distingue le mura di Ferrara da qualsiasi protezione militare costruita in altre città. La distingue anche dalla cinta muraria di Lucca, unica città oltre Ferrara ad avere conservato questo suo monumento, e prima in Italia ad averlo completamente restaurato. Il progetto ferrarese di recupero presenta però caratteri di particolare originalità, perché collega in un circuito unitario le mura e gran parte dell’edilizia storica monumentale e del patrimonio museale della città».
Le mura sono integre in tutti i 9 chilometri o presentano uno stato di degrado notevole?
«Sono integre in tutta la loro lunghezza, bisogna ammettere che in alcuni punti l’incuria degli uomini e l’usura del tempo hanno recato danni, ai quali è urgente porvi rimedio. Devo aggiungere che i cittadini ferraresi sono molto affezionati alle loro mura, utilizzate per lo jogging e percorse in bicicletta e vissute come polmone verde nella calura estiva. Si tratta quindi di un recupero “dovuto”, non soltanto di un’operazione di sia pur vasta portata culturale».
Sono dunque viste come luogo di svago e di ristoro. In tempi moderni hanno avuto solo questa funzione?
«In occasioni per nulla gradevoli le mura hanno partecipato alla vita della città: sono state usate durante l’ultima guerra come rifugio dai bombardamenti. Purtroppo le bombe moderne non sono come quelle del Quattro-Cinquecento e uno di questi rifugi, a Porta Paola, si trasformò in una tragica trappola. «Poi, nell’immediato dopoguerra, per un certo periodo famiglie poverissime vi trovarono ricovero nell’ambito degli antichi depositi di munizioni e degli alloggiamenti militari, nelle casematte, che popolarmente sono dette “camattoni”. Non a caso in quegli anni capitava di persuadere i bambini a starsene tranquilli con la minaccia di chiuderli nei “camattoni” che nell’immaginario infantile giustamente s’identificavano con luoghi oscuri e tali da incutere paura. Con il superamento di quelle condizioni di emarginazione sociale, è caduto in disuso quel tipo di ammonimento».
Sono chiamate semplicemente “mura”, però in realtà sono un manufatto difensivo ben più complesso di una comune cinta muraria. Come si articolano?
«In effetti le mura di Ferrara costituiscono una cinta fortificata di enorme importanza storico-militare. La cinta a nord è un fronte bastionato con terrapieni, la cortina è intercalata con torrioni circolari. Ci sono poi baluardi cinquecenteschi, che cingono la parte meridionale della città. Alcuni di essi nascondono all’interno gallerie e cunicoli in parte ancora inesplorati».
Ora si progetta di compiere su queste mura un restauro totale. Chi ha preso in considerazione per primo un’opera così complessa?
«Da molti anni “Italia Nostra” premeva per il restauro di questa imponente opera militare, ma si è giunti a prendere in considerazione l’iniziativa soltanto di recente, anche se Ferrara e la sua amministrazione avevano maturato da tempo una cultura per la conservazione e il restauro del centro storico, certamente di primo piano in Europa».
Lo slogan di presentazione di questo progetto mi pare sia “Mura per aprire una città”. Vorrebbe spiegarne il significato?
«Un tempo le mura servivano per chiudere la città agli eventuali assalti di nemici. Oggi la società è cambiata: oggi non abbiamo nemici, ma solo ospiti graditi. Il turismo ha determinato una svolta nel costume del nostro secolo. Ferrara, città stupenda dal punto di vista architettonico e con profonde radici culturali, ha sofferto tuttavia e in parte soffre ancora di una sorta d’isolamento, dal quale sta lentamente uscendo. Le sue mura, che per tanto tempo hanno custodito tradizioni e vocazioni, oggi possono e debbono diventare lo strumento per aprire la città a un grande turismo colto e di massa. Inoltre l’operazione di restauro deve significare un’opera di altissima ingegneria, per realizzare la quale lavoreranno in un unico, grande cantiere esperti e giovani, docenti e alunni. Qui si dovranno sperimentare anche nuove tecniche di restauro. Come vede un’operazione di vastissima portata, che produrrà nuove professionalità, molto importanti per un Paese come il nostro, così ricco di patrimonio architettonico».
Il progetto non si limita al solo recupero delle antiche mura, ma prevede anche una cosiddetta “addizione verde”. Vorrebbe precisare di che cosa ai tratta?
«In effetti il restauro delle mura va inserito in un complesso d’interventi, che coinvolgono anche il riassetto di tutto il sistema museale della città. La sua domanda si riferisce poi a un altro progetto di grande rilevanza per la riqualificazione urbana: l'”addizione verde”. Esso riguarda il recupero di quel grande spazio a nord della città, conosciuto come il “Barco”, che per gli Estensi era parco e riserva di caccia. Con l'”addizione verde” intendiamo anche compiere un’altra operazione urbanistica: recuperare alla città il Po, che per varie cause se n’è allontanato. Dalle mura all’argine del fiume è previsto un grande parco urbano di 1200 ettari con percorsi ciclabili, laghetti, punti di ritrovo in mezzo al verde. In tal modo la città si allunga e forse torna a essere quale l’avevano immaginata i duchi».
Su queste mura è stata realizzata anche una mostra itinerante. Da chi è stata allestita?
«È stata curata da “Italia Nostra” e, dopo essere stata esposta in numerose città europee, ha varcato l’oceano in seguito a richieste provenienti dagli Stati Uniti».
Per il restauro delle parti mancanti delle mura, come ci si regola?
«Sulle mura ferraresi esiste una vasta documentazione, sia in quanto a disegni tecnici che per i rilievi di antichi cartografi. Ma, piuttosto che ricostruire le parti mancanti, che fortunatamente sono poche, per i brevi tratti, in cui la cortina s’interrompe, si sono studiate soluzioni di collegamento per mezzo di percorsi pedonali e ciclabili, che non tentano di mimetizzarsi con l’antico, anzi al contrario manifestano tutta la loro modernità».
I primi interventi hanno riservato delle sorprese?
«Certo. Hanno riservato delle sorprese e delle scoperte interessanti. Per esempio, quando è stato restaurato il bastione di Porta Catena, si è scoperta che al suo interno c’era un vero e proprio porto protetto per le imbarcazioni che provenivano dai canali congiunti al Po. D’altra parte attorno a queste mura esistono leggende e misteri, alcuni dei quali potranno forse essere confermati o definitivamente smentiti attraverso il lavoro di recupero. Secondo una leggenda esisterebbe una galleria sotterranea, che collega le mura al centro della città, probabilmente al Castello. Insomma un’uscita di sicurezza, che gli Estensi avrebbero costruito per avere una possibilità di fuga in caso di pericolo».
LE MURA INQUIETANTI – Giotondo nel paco che ciconda ferrara – Fra sportivi che corrono e coppie di innamorati, un cammino metafisico attorno alla città che incantò De Chirico. Intanto il tempo tenta l’ultimo assedio
di Roberto Pazzi
Cadono i muri a Berlino, quelli della vergogna. Ed è grande il senso di liberazione, la rinnovata fiducia che altri muri invisibili dentro e fra noi finalmente crollino; i muri di cui parla Kavafis in una sua lirica, quelli che, silenziosi, giorno per giorno, senza che avvertissimo «mai né voci né rumori», ci han fabbricato intorno, per chiuderci dentro ed escluderci dalla vita. I muri del carattere, della nevrosi, della diversità, i muri della maschera che soffoca la pelle della persona e la blocca nella smorfia del personaggio, in qualsiasi posto della terra. Ma a Ferrara, città emblematica di una dimensione sospesa nel tempo che ha già incantato De Chirico e Carrà, Morandi e De Pisis – alcuni dei quali, a Ferrara, nel 1917, nella villa del seminario ridotta a ospedale militare, fondarono la scuola metafisica –, ben altre mura di nuovo s’innalzano, a celebrare altre felicità, altri spazi vitali.
Un progetto governativo caldeggiato da Italia Nostra, divenuto legge per l’interessamento dell’allora ministro dei Beni culturali, il defunto Gullotti, nel 1987, ha stanziato sessantasei miliardi per un restauro unico in Europa: quello che riporta le mura quattrocentesche del duca Ercole I al loro originario splendore (1492), liberandole dalla vegetazione e dal terriccio che le avevano ormai trasformate in morbide collinette. Fervono i lavori di restauro della solerte amministrazione, e Ferrara sta già assumendo, per chi la circumnavighi in auto venendo dal Veneto, dal Po, un aspetto incredibilmente suggestivo. Gli spalti delle mura disegnate da Biagio Rossetti, i rampari di San Lorenzo, San Pietro, dell’Amore, il Barbacane di San Giorgio, il doccione di San Tommaso, i baluardi di San Rocco e San Giovanni, la porta degli Angeli, il bastione del Barco, alcuni allungati come zampe di leone, rispetto all’asse delle mura, a protendersi verso una pianura nei mesi invernali avvolta nelle più fitte nebbie padane, assumono sembianze di bastioni di un’unica grande fortezza, gelosa della vita di guarnigione che cela.
La mente corre alle piazzeforti, alle ridotte, ai battifredi della Fortezza Bastiani, a quel Deserto dei Tartari che, in tempi di casereccio neorealismo, è rimasto fermo come una roccia a connotare di un simbolismo metafisico ed epico davvero europeo la nostra narrativa. Ci sono punti di osservazione nelle mura della città – da Carlo Bassi scoperta urbanisticamente strutturata secondo un piano astrologico coordinato da Pellegrino Prisciani, l’astrologo ispiratore degli affreschi a palazzo Schifanoia – come il rigido spigolo della punta di San Giovanni, fra la porta Mare e la casa del boia, che inquietano per l’ermetismo del rifiuto a concedere qualsiasi approdo. L’ha capito e affabulato poeticamente Giorgio Bassani: la città stringe nel suo abbraccio «dentro le mura» tutti i suoi vivi e i suoi morti, in un’unica stretta, oltre «la stagione presente e viva», oltre l’ora di Lucrezia Borgia, di Napoleone invasore, di Pio IX pellegrino, di Mitterrand visitatore, in un tempo che forse, per la cultura del suo grande urbanista rinascimentale, Biagio Rossetti, si può definire il tempo delle idee di Platone, il tempo degli archetipi.
A Ferrara il cimitero, con la bellissima certosa rossettiana, è proprio un quartiere della città dentro le sue mura. La morte e la vita si guardano con una pietas inattuale per una civiltà che tende a rimuovere il pensiero della vecchiaia e della morte. Ed è così naturale quell’abbraccio, così penetrato nella psiche ferrarese, che le mura lambenti i cimiteri confinanti cristiano ed ebraico – uno dei più belli d’Italia questo – sono la meta degli incontri degli innamorati – una porta si chiamava porta d’Amore – e delle corse degli sportivi, del footing alla moda. Ma questi corridori dalle più diverse velocità non sono solo i Massimo Magnani e i Gian Paolo Lenzi, i campioni, bensì il ragioniere, l’avvocato, lo studente di medicina e di legge, la signora di matura beltà, gli amici del bar uniti in gruppo, l’intellettuale che si sforza di attenuare gli inconvenienti della vita sedentaria come qualsiasi altro ferrarese. Perché, a Ferrara, le mura dell’identità difesa come mezzo per viaggiare dalla sponda della nascita a quella della fine, dalla porta d’Amore a quella degli Angeli, in un percorso iniziatico, proteggono ad oltranza una città che non ama confondersi con le altre, riaffermando una felicità di esistere che supera il provincialismo per promuoversi a rifiuto della massificazione.
Queste mura sono la palestra di tutti, lo spazio della corsa e della passeggiata in cui si insegnano ai bambini finalmente non i nomi degli eroi del piede, ma i nomi delle piante e dei fiori, in una ciclicità delle stagioni che le mura di pietra sembrano difendere come rami e radici anche loro, non più opera dell’uomo, non più architettura. Queste mura, che oggi risorgono, sono uno strano confine più mentale che fisico fra lo spazio protetto e civile e l’«oltre», in un nuovo mito della città come porto, rifugio, fortezza e palazzo di un mago Atlante, evocato dall’Orlando Furioso, il nome dato al viale che fiancheggia dall’interno le mura, a nord, verso il Nulla. Non lo dico per provocare il lettore; venga a Ferrara, magari in una domenica d’inverno, una mattina, quando gli alberi sono ancora spogli, a passeggiare sulle mura, e rivolga lo sguardo da quel punto, a nord, vicino al viale Orlando Furioso e alla casa del boia, verso settentrione. La pianura, verso il Po, subisce la mite violenza di qualche barchessa, di una piscina e di una centrale di incenerimento la cui ciminiera discreta s’armonizza con l’orizzontalità per contrasto, a esaltarne il profilo di lama tagliente.
Non c’è nessuno a nord, s’intravede la vegetazione dell’argine del Po, il «fiume reale» da cui ho immaginato, in un romanzo, che un giorno s’affacceranno i Tartari, guidati da un nuovo Gengis Khan. È raro che delle mura cittadine taglino come un coltello abitato e contado; non l’ho visto nemmeno a Lucca, questo iato così violento, quest’invito a rimanere al caldo delle mura, a non fuggire da questo porto di una città evocatrice del mare nei fischi di un treno elevati a sirene di navi da un poetico effetto Doppler.
Più volte nominata nella mia corsa fantastica sulle mura, la casa del boia ora attende di essere visitata. Sorge proprio in fondo al corso Ercole d’Este, la più bella via d’Europa, secondo Guido Piovene, al punto di tangenza della città e della campagna, in quella terra di nessuno dove solo poteva vivere il boia, il signore della morte, in una casa che guarda, nello spazio diritto come una spada del corso, il castello del signore della vita, il duca d’Este. Le due case infatti si richiamano e si guardano come due poteri ai quali la città si consegna, come riconoscesse finalmente che il grande assedio temuto dalle sue formidabili mura non si consumerà mai, che nessuno verrà da fuori a minacciare i cittadini, che il vero prezzo della loro pacifica esistenza è già stato pagato nella resa al perenne rinnovarsi dei suoi nomi, dei suoi personaggi, delle sue macchiette, dei suoi segreti, operata dal discreto ricambio della morte.
Perché il vero nemico non si nasconde fuori delle mura, ma dentro, e l’assedio che non scoppierà mai – anche storicamente Ferrara mai fu assediata – fra trombole e granate, scale e olio bollente, tiri di teatro e di offensiva di colubrine e cannoni, è invece silenziosamente vissuto giorno per giorno da tutti i i soldati della metafisica Fortezza che è Ferrara. Ed è, il grande nemico, il Tempo. È per difendersi dai suoi colpi così implacabili, è per sostenersi nella sua guerra destinata alla sconfitta che il duca Ercole volle queste mura metafisiche, inutili come lo sono gli sforzi dei troiani, nella guerra che sanno, prima o poi, perduta contro Achille, il Tempo. L’intelligenza dell’uomo poteva solo elevare la sua eroica e virile protesta contro il Nulla in cui scendono tutti i ducati, le civiltà e chissà, forse, come diceva Foscolo, anche il cosmo. Tutto questo, anche, ricorda la casa del boia, alla fine di corso Ercole d’Este, vicino al tiro a segno nazionale dove si esercitano i cittadini a sparare contro sagome che sembrano simboliche di nemici che mai verranno a giustificare la forza di queste restaurate mura.
DALL’ADDIZIONE ERCULEA ALL’ADDIZIONE VERDE
di Paolo Ravenna intervista a cura di Massimo Cavallina
Alla Sezione ferrarese di «Italia Nostra» si deve assai più che un’opera di sensibilizzazione al problema-Mura: nei fatti, l’associazione ha promosso, fin dagli anni ’70, un complesso piano di ricerche storiche, di sopralluoghi, di documentazioni grafiche e fotografiche, di rilevamenti tecnici e ambientali, sfociato nella mostra «Le Mura di Ferrara», allestita nel novembre 1983 e riallestita successivamente per girare il mondo. All’Avv. Paolo Ravenna, presidente ferrarese di «Italia Nostra», fautore di queste iniziative ed autore di un libro sull’argomento («Le Mura di Ferrara», Modena, ed. Panini, 1985; 2ª ediz. 1986), abbiamo chiesto di ripercorrere i momenti più significativi dell’impegno profuso nella conoscenza e nella salvaguardia delle Mura.
Quali sono stati i primi passi in questo compito difficile e complesso?
Sin dagli anni ’70 avevamo documentato il degrado e posto il problema del recupero delle Mura, anche con significativi interventi di Giorgio Bassani. Poi la nostra associazione aveva preso posizione contro alcuni interventi incompatibili con la conservazione, la «leggibilità» e la stessa fruibilità del monumento. Nel ’78, al Symposium Europeo sul patrimonio architettonico — tenutosi a Ferrara — lanciammo un preciso appello per il recupero delle Mura ed insieme del Barco, cioè del territorio fra la città ed il Po, pensando di sviluppare idealmente su scala territoriale le premesse urbanistiche dell’Addizione Erculea: era la prefigurazione di una «addizione verde», un complesso organico che comprendesse insieme le Mura, la città, ed il loro prolungarsi nel Barco, fino alle rive del Po. L’enunciazione teorica non era però sufficiente: occorreva dimostrare la concretezza dell’assunto originale, convincere e coinvolgere le maggiori attenzioni. Ebbe allora inizio, per mia cura, una campagna di rilevamento fotografico sistematico dell’intero complesso e delle sue adiacenze, durata alcuni anni. Il materiale raccolto mi permetteva, già nel ’79, la realizzazione di un documentario storico-fotografico, presentato dapprima alle Autorità cittadine, e successivamente al Convegno Architettura-Ambiente, al Congresso dell’Istituto Nazionale di Architettura (INARCH) a Milano, ed in altri congressi e seminari di studi.
Il piano della mostra incontrò difficoltà o ebbe un sostanziale contributo da parte degli Enti pubblici?
Furono le favorevoli accoglienze riservate a quei primi saggi di documentazione a persuaderci ad agire in modi più duraturi ed incisivi: di qui, l’idea di una grande mostra e di un libro ad essa collegato. L’impegno fino ad allora sostenuto all’interno di «Italia Nostra» poté giovarsi di importanti collaborazioni esterne: innanzitutto dell’appoggio del Comune di Ferrara, quindi della Regione Emilia-Romagna e della Cassa di Risparmio di Ferrara, che con il Comune patrocinarono l’esposizione. Era necessario però «uscire dalle Mura» per coinvolgere le forze della cultura al più ampio raggio, nazionale ed internazionale, e sensibilizzare i cittadini ferraresi sulle implicazioni particolari e generali del problema esaminato. Fra l’altro, la mostra evidenziò la battaglia di «Italia Nostra» contro un progetto di sistemazione del Parco Urbano, poi abbandonato dall’Amministrazione comunale, e sostituito da quello attualmente in via di elaborazione. Dall’epoca della mostra si parla diffusamente sulla stampa nazionale, in TV, in dibattiti, ecc., delle iniziative sulle Mura di Ferrara come di un esempio da imitare.
Alla base delle preoccupazioni di «Italia Nostra» stavano unicamente considerazioni di ordine storico-artistico, e dunque conoscitivo e conservativo, oppure anche di specie socio-economica? Innanzitutto il nostro sforzo è stato appunto quello di dimostrare che le antiche Mura restaurate rappresentano un organismo urbanistico perfettamente funzionale per lo sviluppo della città moderna. Ritengo questo uno dei contributi più significativi del nostro lavoro. Ne deriva anche la conferma del principio, ormai affermato, che il recupero di un bene culturale rappresenta anche un’inestimabile risorsa economica e di sviluppo sociale, che in tal modo ha nell’iniziativa ferrarese la più convincente dimostrazione. La nostra cerchia muraria non è fenomeno isolato e compiuto, ma si allaccia in modo complementare alla vasta zona agricola del Barco, destinata a Parco Urbano: complesso ambientale unico, esempio di articolazione diretta della città nella campagna, e della campagna che si fa città offrendo le proprie potenzialità di spazi al servizio dei cittadini. Un esempio di valenza europea.
QUEI FRUTTI APPASSITI CHE SI ARRAMPICANO SULLE MURA CON LA STRANA E MISTERIOSA FORMA DI MANI…
di Corrado Govoni
Questa strada deserta di circonvallazione, ch’io percorro adagio adagio per sorbirmi il freddo quasi con voluttà estiva, benché l’abbia fatta tante volte, a piedi e in bicicletta, ho la strana impressione di vederla soltanto adesso per la prima volta. (…) A destra costeggia la strada un canale di scolo, tutto coperto di uno strato di lemne come una rogna verde; più in là l’attraversa lo scopeto e canneto che divide la strada dalle mura, sotto le quali va ad insinuarsi, tutto coperto di lemne vinate, passando tra un’inferriata rugginosa. (…) Intrichi di rovi e di spini così fitti che il merlo che vi si vede saltare chiocciando sembra ci sia in gabbia. Dalla base delle mura, rossastre per le centenarie screpolature del gelo, si arrampicano su le edere coi loro frutti inverneghi appassiti e marci. Hanno la strana e misteriosa forma di mani. Sono tante e tante mani piccoline, grosse e lunghe di edera coi diti aperti, che crescono pazientemente su dalla terra e stringono tutt’attorno le mura della città come per soffocarla. Da questa parte, la linea delle mura corre diritta per più di un chilometro, ogni tanto, a distanze regolari, sporgendo in fuori con bastioni rotondi che si perdono nella nebbia. Sono delle mura, non sono delle case, cioè non sono abitate da nessuno e perciò non sono legate ad alcuna memoria tragica o lieta; eppure la loro desolazione e tristezza è tanta che viene quasi da piangere a guardarle. (…) Sono così meravigliosamente poetiche proprio per gli elementi emotivi che contengono in se stesse, perché circondano e fanno parte e vivono della vita della città. Perché in questo momento, la città è come se non esistesse, tanto è silenziosa.
UNA MURAGLIA LUNGA, ROSA, CON FINESTRE PAUROSE, UNA CITTTA’ ALTA DINO AL CIELO E TUTTA D’ORO
di Filippo De Pisis
In certi fumosi tramonti invernali, se tu o pellegrino vai a passeggiare sui terrapieni delle antiche mura della città pentagona, destandoti come da un dolce torpore al suono del «campanone del duomo» festante, rotondo, cantante, ti sembrerà che intorno muovan le penne le ottave ariostesche. «Lontan si vede una muraglia lunga / che gira intorno e un gran paese serra: / e par che la sua altezza il ciel raggiunga / e d’oro sia dall’alta cima a terra. / Alcun del mio parer qui si dilunga / e dice ch’ella è alchimia; e forse ch’erra…». Continui a passeggiare sotto gli alberi spogli (così verdi e densi in primavera), e per virtù di quei versi pensi a una ciclopica città tutta cinta intorno da una muraglia lunga, rosa, con finestre paurose, una città alta fino al cielo e tutta d’oro, una città forse sorta per un sortilegio d’alchimia, una città dove tutti gli uomini camminan leggeri e sono invasati dal demone del Mistero e non si curan che della contemplazione degli «Eterni Veri».
DAI BASTIONI, FINO AL LAGOSCURO E AL PO
di Riccardo Bacchelli
Non fu fermato, girò intorno al Castello, e infilò la strada dei Piopponi (ora Corso Ercole I d’Este, n.d.r.), dai palazzi principeschi. Era sorta la luna piena, che inalbava la nebbia e le fronti dei magnifici palazzi, meraviglie d’altri tempi. Scacerni andava con passo di cacciatore e di ladro, con orecchio teso, se mai gli giungesse rumore di qualch’altra ronda in marcia. La fortuna l’aiutò fin in fondo alla strada. Salì sul bastione alberato, e si trovò all’altezza della nebbia, che sulla città stava dileguando, e lì fuori, sul vasto sterpeto e sulle basse boscaglie e sui maligni acquitrini del piano, dai bastioni fino al Lagoscuro e al Po, stagnava uguale, come un immenso lenzuolo. Vi splendeva sopra la luna dal cielo profondo, ma già smarrito di un primo pallore invernale; l’aria si era asciugata e rinfrescata, così immota che anche le foglie degli alti pioppi nell’ultimo tratto della strada riposavano in grandissimo silenzio, come i folti platani dei bastioni, prossimi a ceder le foglie; e già molte eran in terra. (…) Si segnò e si calò giù dal muro sbrecciato, che offriva molti appigli. Giù la nebbia, benché luminosa, era fitta e cieca. Attraversò il fossato melmoso, e prese un sentiero che gli prometteva di allontanarlo dalla città in direzione del Lagoscuro.

