Borgo Angeli

Via Ferdinando Negri 5/7, Mantova

L’anima più antica e genuina di Borgo Angeli si allarga, respira e trova forma in questo giardino familiare, accogliente e incredibilmente equilibrato. Ovvero?

Da quando in qua i giardini stanno in equilibrio? Forse questo non è il primo aggettivo che viene in mente guardandosi attorno, ma prendendosi il giusto tempo per osservare quanto armoniosamente qui si incastrano e compenetrano ordine e disordine, volontà e casualità, può rivelarsi azzeccato. Dal salice piangente “piantato dal papà 52 anni fa” ai pomodori che crescono in fila, dalle sedie disposte attorno al tavolino basso alla vecchia barca trasformata in fiorieria: tutto qui ha il sapore della cura e dell’affetto, ma anche della spontaneità. La bellezza è voluta, è ricercata, è un’idea conosciuta e interpretata, ma non inseguita, non stereotipata. É viva, come vive sono le piante, come vivi sono gli oggetti della quotidianità, come vive sono le leggere onde che si allungano verso il prato. In questo spazio è facile immaginare la vita passata del borgo, nato come villaggio di pescatori, isolato dalla città, i giorni dimenticati che scorrono lenti e umidi. Ma è altrettanto facile immaginare il futuro, l’acqua che nuovamente diventa risorsa e linfa, non più funzionale all’alimentazione, alla sopravvivenza, ma paesaggio mobile su cui fondare ospitalità e intrattenimento, nella prospettiva – a lungo termine – di valorizzare il lago come luogo privilegiato per chi cerca lo sport e il relax.

Dalle reti da pesca alle tavole di chi pratica SUP, senza perdere la delicatezza, senza perdere la tranquillità e il sentimento della comunità. Anche per questo ci vuole parecchio equilibrio.

Tradizione e innovazione, ricordo e visione, vecchi e nuovi racconti che si intrecciano. 

Tra le storie che qui vale la pena fermarsi ad ascoltare Interno Verde ne anticipa tre. La prima è quella di Pompeo e Carlotta, indimenticata coppia di cigni. La seconda è quella dei trigoi, nome dialettale usato per indicare le castagne d’acqua, che a loro volta rispondono al nome scientifico di trapa natans. I loro frutti galleggianti, infestanti, una volta si cuocevano e vendevano come snack da passeggio sulla piazza del Mercato, oppure si usavano per i risotti. Tra gli anziani c’è chi ancora ricorda l’ultima venditrice ambulante di trigoi, una signora che lavorava in corso Garibaldi, di fronte alla farmacia. Sedeva a cavalcioni di una panca dove era stato incernierato il coltello, che usava per tagliare senza sforzo le tre punte di questi strani prodotti. La terza storia, la più romantica e la più recente, è quella dell’amore che ha intrecciato l’albicocco e il mirabolano.