Seminario vescovile

Via Scalabrini 67, Piacenza

Il chiostro del Seminario urbano è più unico che raro. Esso infatti custodisce un curioso mix di epoche, architetture e soprattutto fantasie. Quando si pensa alla struttura del chiostro la mente ricorda e sintetizza in un’immagine chiara e semplice i vari chiostri che ha avuto occasione di incontrare.

Magari cambiano i materiali, variano le scale di grandezza, si semplificano o si complicano le decorazioni, ma il prototipo resta nitido: area scoperta quadrata tenuta solitamente a prato, occasionalmente dotata di alberi e arbusti, circondata da un convento attivo o rifunzionalizzato, di base porticato.

Ecco, qui le premesse non cambiano, il passare del tempo però ha introdotto una sorpresa. Il nucleo centrale dell’edificio risale alla seconda metà del Cinquecento, più precisamente al periodo in cui giunse in città il vescovo Paolo Burali d’Arezzo, che commissionò il palazzo nel 1575. Ulteriori lavori di sistemazione furono promossi nel Settecento, quando il vescovo Gregorio Cerati affidò il rifacimento della facciata a Gaetano Curotti e Giovan Battista Ercole.

Il chiostro però restò il classico chiostro. L’imprevisto che svolta completamente la traiettoria della narrazione si ebbe nell’Ottocento, a opera del vescovo Giovanni Battista Scalabrini. Egli infatti decise di inserire dentro al chiostro una cappella dedicata a Sant’Opilio, protettore dei seminaristi, ed è da quel momento che l’idea classica e stereotipata che tutti bene o male hanno in mente s’è fatta da parte, perché nel mezzo del prato è spuntata una chiesetta neogotica. Il progetto dell’edificio, attribuito a Giuseppe Perreau, fu realizzato tra il 1887 e il 1890. La facciata fu costruita successivamente, nel 1928, su progetto di Paolo Costermanelli, a cui venne affidato anche l’incarico di ridisegnare la porta d’ingresso del complesso.

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