Palazzo Filippo Gonzaga

Via Principe Amedeo 42, Mantova

In questo elegante palazzo di via Principe Amedeo si intrecciano la storia tramandata nei documenti ufficiali, scritta nei secoli dalle vicende delle dinastie nobiliari, e la storia dimenticata, recuperata a brandelli, quella delle famiglie travolte dagli avvenimenti.

L’edificio venne costruito nel Settecento per Filippo Gonzaga, generale dell’artiglieria nazionale. Essendo figlio dell’erede naturale dell’ultimo duca di Mantova, il nonno era quindi Ferdinando Carlo, Filippo provò a rivendicare la successione del ducato, ma fu inutile. L’immobile ha subito nei secoli varie trasformazioni, l’ingresso principale resta tuttavia lo stesso, e una volta come ora serviva per accedere direttamente al giardino. Certo sono scomparsi sia il fienile sopraelevato, a cui si saliva tramite una scaletta in cotto, che la scuderia – descritta nel 1785 per nove cavalli, sorretta da colonne di legno, con pozzo e abbeveratoio di marmo. Al loro posto sono stati allestiti i garage, una nuova scaletta vivacizzata dalle piante in vaso e una bella terrazza sopraelevata, cinta dal gelsomino.

All’area verde si arriva attraversando l’atrio, dove l’intreccio tra la grande Storia e le tante storie diventa concreto, tangibile. Fu la più giovane deportata mantovana ma per lungo tempo la sua memoria restò silente, confusa nel groviglio delle tante vite distrutte. Il suo recupero si deve all’imponente lavoro di ricerca svolto dall’insegnante Maria Bacchi, che ha inseguito e raccolte le tracce, chiedendo e intervistando, fino a tratteggiare il ritratto vivo di una bambina allegra ed esuberante, che amava le corse in bicicletta e suonare, che studiava il pianoforte e in gita allietava tutti con la sua fisarmonica, che inventava filastrocche da cantare con gli amici. Qui convivono il fasto settecentesco dell’ultimo erede dei Gonzaga, nei cassettoni dipinti che decorano il soffitto, e il gusto novecentesco della borghesia ebraica, nell’originale lampioncino in ferro battuto che illumina lo scalone in marmo. In questo palazzo, come ricorda la targa, visse la famiglia Levi con la piccola Luisa, morta nel 1945 nel campo di sterminio di Bergen Belsen, a cui arrivò dopo l’internamento ad Auschwitz.

Fondamentale a questo proposito fu la valigia che Franco, il fratello di Luisa, trovò seppellita in giardino. Scappato in Svizzera con la fidanzata, fu l’unico della famiglia a salvarsi, ma dopo la Liberazione decise di abbandonare Mantova e trasferirsi in Israele. I ricordi erano troppo dolorosi. Tutti i suoi affetti, tutta la sua vita precedente si conservava dentro quella valigia. Nell’autunno del 1943 i suoi genitori, prima di essere arrestati, l’avevano nascosta per conservare l’album con le foto di famiglia, l’orologio da tavolo e la bambola di Luisa.

Il giardino oggi è tornato ad essere un luogo di pace, intimo e tranquillo. Contemporaneo nel disegno, sinuoso e ordinato. Nel prato centrale, di forma ellittica, cresce il gingko biloba e l’acero rosso. Vicino al muro prendono il sole le piante in vaso, le cycas e limoni. Nel profumato prato di erba Luigia si incontrano le ortensie, un filare di carpini e la magnolia liliflora. In fondo le palme, le rose e – vicino alla vasca in pietra, con il rubinetto in ghisa a forma di testa di drago – una piccola acacia.