Chiostro dell’Annunziata

Strada Imbriani 6, Parma

La chiesa della Santissima Annunziata, splendido esempio di stile manierista, venne fondata nel 1566 dal duca Ottavio Farnese. In realtà, un primo edificio dedicato all’Annunziata venne realizzato extra moenia, a sud della città, dove anticamente si trovava la chiesa dei Santi Gervasio e Protasio.

Esso però fu distrutto nel 1546 dal duca Pier Luigi Farnese, che volle abbattere tutti gli edifici situati oltre le mura, e costruire una serie di fortificazioni militari, per difendere meglio gli abitanti in caso di attacco. In quegli anni il dominio sul Ducato fu al centro di accese dispute: i Farnese lo persero e lo ripresero non senza grandi difficoltà, superando le opposizioni dell’imperatore Carlo V, del papato e della stessa aristocrazia cittadina. Per festeggiare questo avvenimento – e ribadire la loro posizione di controllo – vollero costruire una chiesa maestosa e monumentale, che potesse essere considerata il duomo dell’Oltretorrente. Così tornò buona la dedica rimasta “vacante” e si diede avvio al cantiere, su progetto dell’architetto Giambattista Fornovo.

Il convento abbinato al luogo di culto resta nel cuore dei parmigiani soprattutto per la vicenda di Padre Lino Maupas, di cui si conserva la camera. Il frate francescano, cappellano dell’Annunziata, arrivò nel 1893, quando l’intero quartiere versava in condizioni di estrema povertà. Infaticabile, passava le giornate nei borghi aiutando le famiglie bisognose e prestando supporto e conforto ai detenuti reclusi nel carcere di San Francesco e nel Riformatorio Lambruschini, dove si collocavano i cosiddetti ragazzi difficili. In quegli anni in diverse parti d’Italia scoppiò una forte protesta anticlericale, che portò a tumulti e rivolte. Nel 1907, quando alcuni rivoluzionari provarono a incendiare la chiesa, si imbatterono nel religioso, che disse loro: «non bruciate la mia chiesa, piuttosto bruciate me». Il suo coraggio ispirò il loro rispetto, e la chiesa fu salva. Oggi a Padre Lino resta dedicata la mensa gestita dalla Caritas, attigua al giardino del convento. Lo spazio verde anticamente era destinato alle verdure dell’orto, ma non solo. Pare che proprio qui sia stata coltivata e trasformata per la prima volta in profumo la Violetta di Parma. Maria Luigia era affezionatissima a questo fiore: fu lei a sostenere le spese per la ricerca dei frati, che si impegnarono per ottenere le foglie adatte e per estrarre l’essenza. Per molto tempo la duchessa ebbe l’esclusiva su questa produzione, successivamente Ludovico Borsari riuscì ad ottenere la formula segreta e nel 1870 avviò la prima industria italiana di profumi. Oggi il tranquillo spazio verde è diviso in quattro porzioni, percorse da sentieri, con al centro il pozzo settecentesco. Vi crescono l’ulivo e l’albicocco.