Chiostro di Sant’Uldarico

Borgo Felino 6, Parma

Il complesso di Sant’Uldarico affonda le sue radici nel passato medioevale della città. 

Lo conferma un documento conservato presso l’Archivio di Stato, che nel 1005 certifica l’edificio come realtà nota già da tempo. Il primo impianto si suppone risalga addirittura all’VIII secolo, costruito sulle rovine di un antico teatro romano. Le benedettine cassinesi custodirono il convento per secoli, dotandolo anche di un ospedale per i pellegrini. Come mai le monache scelsero di intitolarlo proprio a questo santo, poco comune? La spiegazione arriva dall’erudito padre Zappata, per la precisione dal volume Notitiae ecclesiarum Parmensium, scritto attorno al 1700: qui si racconta del miracolo realizzato proprio vicino a Parma da Uldarico, vescovo di Augusta. Il religioso, mentre si recava a Roma, si fermò vicino al fiume Taro in piena, per celebrare la messa. Dopo la funzione il livello delle acque iniziò a scendere: egli poté proseguire il viaggio verso la Città Eterna, restando, dopo questo evento, particolarmente caro alla popolazione. L’intitolazione della chiesa avvenne subito dopo la sua canonizzazione, avvenuta nel 933 grazie a Papa Giovanni XV. Egli fu il primo santo ad essere proclamato dopo un processo canonico: iter che a partire da quel momento divenne obbligatorio.

Mille anni per una costruzione non sono pochi: tra i numerosi interventi vale la pena ricordare la ricostruzione voluta dalle badesse Sandrina Cantelli e Petra Carissimi, conclusa attorno al 1500,  e la realizzazione della nuova facciata nel 1762. Nel 1810 Napoleone confiscò il bene e lo utilizzò per l’esercito. Pochi anni dopo – essendo stata la proprietà trasmessa al Comune – vi si allestirono degli alloggi popolari, seguiti da un ricovero per religiosi, infine di nuovo l’immobile fu concesso all’amministrazione militare. Quando tornò alla parrocchia era completamente dipinto di giallo, la loggia era stata tamponata e il pavimento in buona parte frantumato.

L’originale splendore era decisamente compromesso, e certo i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale e l’incendio che colpì la struttura nei primi anni Cinquanta non furono d’aiuto. I danni subiti motivarono la decisione di demolire il secondo chiostro, il più grande, che si trovava dove oggi sorge la scuola. Il più piccolo, di fattura rinascimentale, circondato da due ordini di arcate, è stato restaurato dopo lunghi anni di abbandono. Da notare i capitelli decorati con il toro, simbolo della famiglia Carissimi. Tra le colonne invece si possono apprezzare due fusti in marmo rosso di Verona, che appartenevano al vecchio teatro romano.