Rustico

Via Montanara e

Curtatone 54, Mantova

C’è sempre un buon motivo per esplorare e provare a capire la storia e il significato di un giardino nascosto tra le vie e i vicoli del centro. 

Grande o piccolo che sia, stupefacente o modesto, esuberante o minimale: in un tessuto urbano vivacemente abitato il verde non è mai banale, e ha sempre qualcosa di interessante da raccontare o da mostrare.

Magari vicende dimenticate sotto la polvere dei secoli, oppure fatti recentissimi, capaci di restituire la varietà della città contemporanea. Vecchie abitudini, testimoniate silenziosamente dall’architettura e dalla disposizione botanica, incrociano nuove consuetudini e necessità. Di questo giardino ciò che innanzitutto colpisce, quando il portone affacciato sulla strada si apre per un fugace passaggio, è la prospettiva.

Nella piatta pianura padana è davvero inconsueto imbattersi nella profondità, nel gioco dei piani, nella stratificazione dei fondali. Eppure qui succede, e lo sguardo si apre incredulo, distratto dalle macchie luminose e mobili delle betulle, dalla nuvola calda, scintillante d’oro e di ruggine, dell’acero giapponese, dal morbido digradare e risalire del prato, punteggiato di indecifrabili vestigia architettoniche. Da cosa nasce questo spazio, così ampio e stupefacente? Non appartiene a un palazzo nobiliare, datato e titolato, si riferisce anzi a una costruzione moderna, a un condominio edificato nella seconda metà del Novecento, ma conserva come un segreto un respiro antico, il ricordo della campagna. L’immobile inizialmente non disponeva di uno scoperto: l’area fu acquistata e annessa negli anni Settanta grazie alla felicissima intuizione del geometra Adalberto Aitini, che non solo riconobbe e colse al volo l’occasione, ma volle – con non comune slancio creativo – mantenere il rustico ottocentesco che malamente sopravviveva in mezzo agli alberi e alla vegetazione, mezzo diroccato e pericolante.

Il geometra demolì ciò che non si poteva conservare in sicurezza e utilizzò le parti sane per organizzare lo spazio, trasformando brani di muratura in sedute e spalliere, sfruttando gli archi per disegnare quinte scenografiche. Una scelta controcorrente, se si considera la fame di parcheggio che determinò in quella decade tanta cementificazione, e la repulsione che all’epoca suscitava tutto ciò che ricordava ai nipoti e ai figli la vita povera dei nonni. Oggi tra gli ulivi e il glicine, le rose e il giuggiolo, si scorge un frammento della Mantova che fu. Le statue che chiazzano il prato qua e là hanno provenienze varie. Si incrociano fauni, putti, cornucopie. Da notare sulla destra il grande capitello decorato: è stato trovato per caso nel lago e – sebbene non via siano certezze – pare possa attribuirsi al vecchio Ponte dei Mulini, bombardato dagli Alleati nel 1944.