Palazzo Mauri

Borgo Valorio 11, Parma

Non sempre i giardini seguono la sorte dei palazzi per cui erano stati creati. Questo è il caso di Palazzo Mauri. L’edificio sorge nell’area della Fontana Valoria, che presta il nome al borgo: scavata nel 1403, serviva a rifornire d’acqua i mulini quando fuori dalle mura i nemici sbarravano l’accesso alle principali arterie idriche.

Successivamente qui si attesta una fungaia in calce e mattoni, proprietà dei marchesi Pallavicino Vidoni, e osservando l’Atlante Sardi si scopre come nel Settecento dove ora c’è il prato si trovasse una costruzione, con un piccolo cavedio. Tracce di questa abitazione restano nel muro di cinta: esso infatti è ciò che resta della facciata originale, intervallata da finestre. Il grande arco sopra l’attuale passo carraio era l’ingresso delle carrozze.

Nino Mauri acquistò il terreno tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, fece tabula rasa di ciò che vi preesisteva, e costruì l’imponente residenza affacciata su strada Repubblica: un palazzo a corte dotato di un vasto parco, chiuso in fondo dalla limonaia, di cui si ha sicura testimonianza a partire dal 1848. A quell’anno risale un documento atto a regolare i rapporti tra i vicini, dove viene indicata come vasaia. L’abitudine di riparare dal freddo gli agrumi era comune tra le famiglie benestanti dell’epoca, meno comune il gusto spagnolo moresco adottato per decorare la struttura, con le finestre ad arco incorniciate da motivi arabeggianti. Nicolò Costa nel libro Giardini segreti di Parma attribuisce questa scelta alle origini della casata: il cognome Mauri potrebbe derivare da antenati mori, provenienti dall’Africa settentrionale. Un ulteriore dettaglio originale è, ai piedi dell’edificio, la serra che serviva per coltivare l’insalata.

Il giardino venne separato dall’abitazione principale in tempi recenti, frazionato dagli eredi. Oggi qui convivono tracce del passato – come la peschiera e il mascherone di ispirazione rinascimentale, posto sopra il sambotto – e nuove abitudini, dettate principalmente dai giochi dei nipoti. Da notare: la targa che ricorda i combattenti dei moti carbonari e, nascosta dal bambù, la formella che rappresenta un religioso che insegna i precetti a un discepolo. Altre curiosità si potrebbero osservare sotto terra ma restano silenziose, vanno immaginate. Nel 1907 uno scavo archeologico portò alla luce una palafitta risalente all’età del bronzo, quindi all’insediamento preromano. Attorno alla terramara furono ritrovate utensili, ossa, mandibole e corna di animali. La composizione vegetale è particolarmente ricca: pini, tuie e il tasso più che centenario costituiscono una folta cortina boschereccia. Il nespolo, assicurano gli attuali proprietari, produce frutti eccezionali. Non mancano cycas, rose, oleandri, l’alloro, l’ulivo, il gelsomino, cespugli di bosso, palme, aloe e aromatiche. Del vecchio gelso abbattuto restano porzioni di tronco, trasformate in sedute. La stella, tra le essenze, è sicuramente la spumeggiante rosa Banksiae, che si allunga a salutare i visitatori che passano dalla via.