Palazzo
Magnaguti

Via Giulio Romano 22, Mantova

Questo bel palazzo si nota solitamente passeggiando lungo via Giulio Romano per l’elegante balcone angolare, abbellito dalla ringhiera in ferro battuto decorata con motivi floreali, e le tre piccole pigne a marcare gli angoli.

Costruito nel XVII secolo porta il nome e le insegne della famiglia Magnaguti, che lo acquistò nel 1784. Capostipite fu Francesco, podestà di Sermide nella metà del Seicento; il primo a trasferirsi a Mantova fu il figlio Gianbattista, nominato conte dall’ultimo duca Gonzaga, Ferdinando Carlo. 

Qui nacque nel 1827, figlio di Giuseppina Malaguti, il patriota Giovanni Chiassi, che dai diciassette anni in poi seguì e affiancò Garibaldi in numerose azioni, combattendo nel mantovano e in Italia, assumendo incarichi militari di sempre maggiore rilievo e responsabilità. Morì nel 1866, comandante del Corpo Volontari Italiani, nel disperato tentativo di difendere dagli austriaci l’abitato di Locca, nella prima fase della battaglia di Bezzecca. L’ultimo dei conti Magnaguti fu Alessandro, sovrintendente delle Gallerie Civiche, collezionista di antichità e numismatico, amico intimo di Vittorio Emanuele III. L’edificio ha subito vari interventi e trasformazioni col passare dei secoli. Comprende le sale decorate nel Settecento da Giorgio Anselmi, con gli stucchi di Stanislao Somazzi e gli affreschi di Felice Campi; un’ala ottocentesca progettata dall’architetto Poma, fratello del celebre Carlo, l’appartamento novecentesco, famoso per la ricchissima biblioteca. La vedova del conte Alessandro, che abitava a Padova, trascorreva qui almeno un mese tutti gli anni, solitamente tra luglio e agosto. Per il suo arrivo la corte interna doveva essere piena di fiori. La dipladenia, la sua specie preferita, sbocciava nei vasi disposti davanti alle numerose finestre.

Oggi attraversando il grande androne si entra in un luogo silenzioso e fermo nel tempo. A sinistra scintillano le vetrate colorate che conducono alla splendida scala in marmo, riproduzione in piccolo di quella realizzata da Michelangelo nella Biblioteca Laurenziana di Firenze. Qui si scorge il simbolo della cicogna che tiene nel becco il serpente, simbolo della casata, che si può ritrovare – prestando la dovuta attenzione – anche all’esterno della struttura, nella colonna in pietra abbellita con foglie d’acanto, posta sotto il balcone. Anche la citazione virgiliana che accompagna lo stemma è la stessa: invisa colubris, nemica dei serpenti, dalle Georgiche. Il cortile è dominato dalla grande quercia, che si dice sia anziana quanto la casa. Ai suoi lati stanno le aiuole con le ortensie. In fondo i glicini, gli oleandri e il lauro ceraso. Da notare, vicino al gelsomino, il vecchio passaggio delle carrozze e in alto il sottotetto porticato, riservato agli alloggi della servitù. I domestici entravano dalla porticina collocata a sinistra e salivano le scale fino in cima, attraverso la scala illuminata dalle tre finestrelle ovoidali.