Via del Turco 39

Il giardino di via del Turco faceva parte di un antico hortus conclusus medievale, oggi frazionato in più aree verdi, ognuna con un proprio carattere peculiare — dal giardino alimentare, coltivato con i tipici alberi da frutto della tradizione agreste ferrarese, al labirinto zen, contemplativo e minimale. La prima stanza che si incontra, attraversando l’ingresso del civico 39, è definita da un impianto geometrico e piano, realizzato nella primavera 2016 dai soci de ilturco: un tappeto d’erba circonda il labirinto tracciato dal vialetto in ghiaia rossa. La seconda stanza, rialzata, è ombrosa e fresca grazie alla presenza del grande ciliegio, del kaki, del melograno e dei pruni. Assieme a loro anche bordure di felci, ortensie e salvia. Sul muro che separa la seconda dalla terza stanza si arrampica il glicine, che raggiunge anche l’alta e imponente magnolia, accompagnata a un ingombrante banano. Aiuole di violette, piante in vaso e una rigogliosa edera rampicante arricchiscono questo terzo spazio comunicante, più piccolo rispetto agli altri ma di grande suggestione. Caratteristico di questo insieme di ambienti è il gioco prospettico: entrando infatti lo sguardo incontra le chiome di alberi diversi.
Sono tante le vecchie storie che riguardano questo luogo. La più curiosa risale al XVI secolo, epoca in cui tra gli inquilini del palazzo sembra vivesse anche il medico Giovanni Battista Canani, studioso di cardiologia, chiamato prima a Roma come archiatra da papa Giulio III, successivamente nominato a Ferrara “protomedico degli Stati Estensi”. Di notte, dalla vicina chiesa di San Michele, pare trasportasse presso la propria abitazione i cadaveri della povera gente, morta a causa della peste. Dopo averli sezionati e analizzati, i resti si narra venissero sepolti nel florido giardino.

ACCESSIBILE CON ACCOMPAGNATORE: rampa e ghiaia nel vialetto d’ingresso.

Via delle Erbe 29

La prima volta che si visita Terraviva a stento si riesce a credere che sia reale: è un vero e proprio angolo di cam- pagna custodito all’interno della città, dove si incontrano campi coltivati, orti condivi si, arnie per la produzione del miele, frutteti e arboreti, una capanna per la vendita diret- ta, sentieri segreti, caprette e galline che razzolano indi- sturbate e tanti giochi per bambini sparpagliati in mez- zo alla natura.
In Italia non esistono altri luoghi così ampi dedicati all’agricoltura all’interno di un centro storico. Già il dise- gno rinascimentale di Biagio Rossetti prevedeva, nel 1457, l’inserimento di un vasto appezzamento all’interno delle mura: uno spazio che dal Castello Estense avrebbe dovuto raggiungere la cinta muraria. Del progetto originale a Terraviva si sono conser- vati, per oltre cinque secoli, ben quattro ettari di terreno — che oggi appartengono al Comune, gestiti dall’azien- da agricola BioPastoreria e dall’associazione Nuova Ter- raviva.
Negli orti un tempo accu- diti dai monaci certosini, oggi si continuano ad annaffiare ortaggi e erbe officinali, le api vengono allevate con metodo.

ACCESSIBILE: i percorsi interni sono in ghiaia, terra battuta ed erba.

Piazza San Giorgio 54/D

Il vecchio borgo di San Giorgio rappresenta molto più che uno scampolo di storia miracolosamente conservato: situato appena fuori dalle mura, è a questo pezzetto di terra — incastrato tra il Po di Volano e il romantico Po di Primaro — che si deve la nascita dell’intera Ferrara. Qui infatti tra il VII e il VIII secolo si costituì il primo insediamento abitato, rafforzato dalla presenza della sede vescovile che — precedentemente situata a Voghenza, devastata dalle invasioni barbariche — venne trasferita in mezzo alla biforcazione del- le acque affinché fosse più protetta. La Basilica di San Giorgio è dunque il luogo di culto più antico della città: le sue prime notizie risalgono al 668.
Col passare degli anni le attività e i commerci scavalcarono il corso del Po e – sulla riva opposta, lungo via delle Volte — andò a svilupparsi la cosiddetta città lineare. Anche la sede vescovile, con le reliquie del santo protettore, nel 1135 venne spostata nel nuovo centro urbano e nella prima basilica, ridotta a parrocchia, restarono il corpo del martire Maurelio e un collegio di canonici guidati dal priore. Il degrado prodotto da questo cambiamento fu lungo e profondo, reso ancora più acuto dall’epidemia di peste diffusa nel 1383.
Fu grazie all’interesse di Marchese Niccolò III che il borgo ricominciò a sollevarsi: egli infatti nel 1415 acquisì tutti i beni ecclesiastici e li affidò — fatiscenti e abbandonati — ai padri benedettini olivetani, che si impegnarono per recuperarli e costruirci vicino il loro monastero. Tracce delle vicende medievali sono tuttora visibili nel chiostro, anche se il miglioramento architettonico più significativo avvenne in epoca rinascimentale, quando per ricostruire il complesso fu chiamato Biagio Rossetti, incaricato anche di disegnare e innalzare il celebre campanile. Punto di riferimento imprescindibile per la città e per la vicina campagna – oltre che tomba illustre, dato che ai suoi piedi riposa il pittore Cosmè Tura. É proprio nell’eleganza della torre campanaria che tuttora si riconosce il gusto rossettiano; la chiesa venne più volte rimaneggiata: diverse modifiche vennero apportate da Alberto Schiatti a seguito del terremoto del 1570, mentre la facciata fu ricostruita nel XVIII secolo da Andrea Ferreri, perché era stata bombardata nel 1710, durante la guerra tra prussiani e papalini. A colpirla furono le palle di cannone sparate dai papalini che facevano fuoco dai baluardi, mentre l’esercito prussiano aveva occupato per difendersi proprio il monastero.
Ad allontanare quasi definitivamente gli olivetani però furono le truppe francesi, che durante l’occupazione napoleonica convertirono la struttura in una caserma. I religiosi fecero ritorno “a casa” solo nel Secondo Dopoguerra, quando degli ambienti che avevano lasciato rimaneva ben poco. Oltre alla basilica un solo chiostro si è conservato: protetto da una bella loggia e decorato dalla vera da pozzo in marmo bianco e rosso. L’articolato susseguir- si di spazi coperti e scoperti, documentato dalle mappe antiche, si può intravedere osservando i muri che divido- no i giardini vicini: angoli verdi pacifici e accoglienti, dove le famiglie si rilassano intrecciando il loro tempo libero al tempo della storia. Gli archi delle logge distrutte, i capitelli, porzioni dei vecchi portici si leggono tra i rampicanti e le chiome degli alberi.

Piazza San Giorgio 29

Il vecchio borgo di San Giorgio rappresenta molto più che uno scampolo di storia miracolosamente conservato: situato appena fuori dalle mura, è a questo pezzetto di terra — incastrato tra il Po di Volano e il romantico Po di Primaro — che si deve la nascita dell’intera Ferrara. Qui infatti tra il VII e il VIII secolo si costituì il primo insediamento abitato, rafforzato dalla presenza della sede vescovile che — precedentemente situata a Voghenza, devastata dalle invasioni barbariche — venne trasferita in mezzo alla biforcazione del- le acque affinché fosse più protetta. La Basilica di San Giorgio è dunque il luogo di culto più antico della città: le sue prime notizie risalgono al 668.
Col passare degli anni le attività e i commerci scavalcarono il corso del Po e – sulla riva opposta, lungo via delle Volte — andò a svilupparsi la cosiddetta città lineare. Anche la sede vescovile, con le reliquie del santo protettore, nel 1135 venne spostata nel nuovo centro urbano e nella prima basilica, ridotta a parrocchia, restarono il corpo del martire Maurelio e un collegio di canonici guidati dal priore. Il degrado prodotto da questo cambiamento fu lungo e profondo, reso ancora più acuto dall’epidemia di peste diffusa nel 1383.
Fu grazie all’interesse di Marchese Niccolò III che il borgo ricominciò a sollevarsi: egli infatti nel 1415 acquisì tutti i beni ecclesiastici e li affidò — fatiscenti e abbandonati — ai padri benedettini olivetani, che si impegnarono per recuperarli e costruirci vicino il loro monastero. Tracce delle vicende medievali sono tuttora visibili nel chiostro, anche se il miglioramento architettonico più significativo avvenne in epoca rinascimentale, quando per ricostruire il complesso fu chiamato Biagio Rossetti, incaricato anche di disegnare e innalzare il celebre campanile. Punto di riferimento imprescindibile per la città e per la vicina campagna – oltre che tomba illustre, dato che ai suoi piedi riposa il pittore Cosmè Tura. É proprio nell’eleganza della torre campanaria che tuttora si riconosce il gusto rossettiano; la chiesa venne più volte rimaneggiata: diverse modifiche vennero apportate da Alberto Schiatti a seguito del terremoto del 1570, mentre la facciata fu ricostruita nel XVIII secolo da Andrea Ferreri, perché era stata bombardata nel 1710, durante la guerra tra prussiani e papalini. A colpirla furono le palle di cannone sparate dai papalini che facevano fuoco dai baluardi, mentre l’esercito prussiano aveva occupato per difendersi proprio il monastero.
Ad allontanare quasi definitivamente gli olivetani però furono le truppe francesi, che durante l’occupazione napoleonica convertirono la struttura in una caserma. I religiosi fecero ritorno “a casa” solo nel Secondo Dopoguerra, quando degli ambienti che avevano lasciato rimaneva ben poco. Oltre alla basilica un solo chiostro si è conservato: protetto da una bella loggia e decorato dalla vera da pozzo in marmo bianco e rosso. L’articolato susseguir- si di spazi coperti e scoperti, documentato dalle mappe antiche, si può intravedere osservando i muri che divido- no i giardini vicini: angoli verdi pacifici e accoglienti, dove le famiglie si rilassano intrecciando il loro tempo libero al tempo della storia. Gli archi delle logge distrutte, i capitelli, porzioni dei vecchi portici si leggono tra i rampicanti e le chiome degli alberi.

ACCESSIBILE: piccolo gradino di accesso

Piazza San Giorgio 54/C

Il vecchio borgo di San Giorgio rappresenta molto più che uno scampolo di storia miracolosamente conservato: situato appena fuori dalle mura, è a questo pezzetto di terra — incastrato tra il Po di Volano e il romantico Po di Primaro — che si deve la nascita dell’intera Ferrara. Qui infatti tra il VII e il VIII secolo si costituì il primo insediamento abitato, rafforzato dalla presenza della sede vescovile che — precedentemente situata a Voghenza, devastata dalle invasioni barbariche — venne trasferita in mezzo alla biforcazione del- le acque affinché fosse più protetta. La Basilica di San Giorgio è dunque il luogo di culto più antico della città: le sue prime notizie risalgono al 668.
Col passare degli anni le attività e i commerci scavalcarono il corso del Po e – sulla riva opposta, lungo via delle Volte — andò a svilupparsi la cosiddetta città lineare. Anche la sede vescovile, con le reliquie del santo protettore, nel 1135 venne spostata nel nuovo centro urbano e nella prima basilica, ridotta a parrocchia, restarono il corpo del martire Maurelio e un collegio di canonici guidati dal priore. Il degrado prodotto da questo cambiamento fu lungo e profondo, reso ancora più acuto dall’epidemia di peste diffusa nel 1383.
Fu grazie all’interesse di Marchese Niccolò III che il borgo ricominciò a sollevarsi: egli infatti nel 1415 acquisì tutti i beni ecclesiastici e li affidò — fatiscenti e abbandonati — ai padri benedettini olivetani, che si impegnarono per recuperarli e costruirci vicino il loro monastero. Tracce delle vicende medievali sono tuttora visibili nel chiostro, anche se il miglioramento architettonico più significativo avvenne in epoca rinascimentale, quando per ricostruire il complesso fu chiamato Biagio Rossetti, incaricato anche di disegnare e innalzare il celebre campanile. Punto di riferimento imprescindibile per la città e per la vicina campagna – oltre che tomba illustre, dato che ai suoi piedi riposa il pittore Cosmè Tura. É proprio nell’eleganza della torre campanaria che tuttora si riconosce il gusto rossettiano; la chiesa venne più volte rimaneggiata: diverse modifiche vennero apportate da Alberto Schiatti a seguito del terremoto del 1570, mentre la facciata fu ricostruita nel XVIII secolo da Andrea Ferreri, perché era stata bombardata nel 1710, durante la guerra tra prussiani e papalini. A colpirla furono le palle di cannone sparate dai papalini che facevano fuoco dai baluardi, mentre l’esercito prussiano aveva occupato per difendersi proprio il monastero.
Ad allontanare quasi definitivamente gli olivetani però furono le truppe francesi, che durante l’occupazione napoleonica convertirono la struttura in una caserma. I religiosi fecero ritorno “a casa” solo nel Secondo Dopoguerra, quando degli ambienti che avevano lasciato rimaneva ben poco. Oltre alla basilica un solo chiostro si è conservato: protetto da una bella loggia e decorato dalla vera da pozzo in marmo bianco e rosso. L’articolato susseguir- si di spazi coperti e scoperti, documentato dalle mappe antiche, si può intravedere osservando i muri che divido- no i giardini vicini: angoli verdi pacifici e accoglienti, dove le famiglie si rilassano intrecciando il loro tempo libero al tempo della storia. Gli archi delle logge distrutte, i capitelli, porzioni dei vecchi portici si leggono tra i rampicanti e le chiome degli alberi.

ACCESSIBILE CON ACCOMPAGNATORE: percorso in acciottolato

Via dell'Erbe 31

È difficile associare la parola condominio al
complesso abitativo La Vigna, luogo di incanto e grandissima fascinazione, un vero e proprio tesoro verde nel cuore del centro estense.
I graziosi edifici in mattoni che lo compongono risalgono al 1500, erano le antiche
dimore dei frati certosini, che coltivavano il terreno attiguo per produrre erbe e liquori.
Solo la grande casa che si incontra all’ingresso dell’area è più recente: si tratta di un fienile del 1800. Attorno a queste costruzioni, oggi residenze private, si stende un giardino di circa 10mila metri quadrati, all’interno del quale circa 800 metri quadrati sono stati adibiti a
orti per i residenti. Le otto famiglie che abitano il “condominio” — nei primi decenni del Novecento i nuclei erano molti di più, circa una trentina — curano secondo il proprio gusto il verde prospicente l’abitazione. Il resto dello spazio è
gestito da un giardiniere, sempre lo stesso da quando — nel 1989 — si decise di salvaguardare l’unitarietà del parco e la sua uniformità. «Per lavorare qui non avete idea di quanti crocefissi e
suppellettili sacri ho dovuto scavare fuori dalla terra!» racconta. L’ingresso è circondato da
pruni. Mano a mano che si procede si incontrano ciliegi giapponesi e querce, una siepe sulla destra che alterna noccioli, melograni e filadelfo,
chiazze sparse di vistosi lillà delle Indie — alcuni particolarmente alti sorpassano i tetti degli edifici in fondo, vicino al muro che separa La
Vigna dal cimitero monumentale della Certosa. Esplorando invece la parte sinistra si incontra un arboreto, più selvatico e incolto, quasi un bosco in miniatura, composto per la maggior parte da
alberi da frutto come nespoli, fichi e pruni.

ACCESSIBILE: i percorsi interni sono in ghiaia, terra battuta ed erba.

Via delle Vigne 34

La “campagna dentro le mura” è una sorpresa per il neofita della città, lo stupore cresce alla scoperta di un ulteriore piccolo angolo di paradiso: gli Horti della Fasanara. L’attuale parco si estende per circa un ettaro, ma in passato tali appezzamenti urbani erano assai più estesi e i nobili qui praticavano la caccia al fagiano, da cui è rimasto l’appellativo “fasanara” — e anche oggi, avvicinandosi agli arbusti, può capitare di ascoltare il grido impaurito dell’animale.
Questo luogo conserva il fascino della dimora rurale e signorile dove natura e architettura si fondono in un delicato equilibrio di scorci senza
che l’una possa dominare sull’altra. Nata secoli fa come residenza estiva per i notabili estensi, la dimora è stata trasformata in albergo nel 2010, cercando di conservare le strutture lignee tanto tipiche di Ferrara.
Il giardino ha uno stile inglese, ma il verde non è padrone assoluto: la prospettiva centrale del vialetto d’accesso ritaglia tramite le siepi di bosso uno spazio solo per l’uomo. Se si passeggia lungo la stradina prima della falciatura, il candore della ghiaia si moltiplica nel biancheggiare di milioni di margherite sul verde fosco dei prati. Camminando sotto i rami di alcuni ciliegi si scorge la pergola tappezzata di rose: una statua fa capolino tra le fronde mentre nevicano petali di glicine.
Seguendo i percorsi si attraversano i romantici sentieri bordati di alloro e ciuffi di spiraea, fino a incontrare la barriera di alberi che delimita lo spazio aperto di un campetto in cui si potrebbe anche giocare. Qui, alzando la testa, ci si accorge di un enorme pioppo bianco la cui chioma sovrasta il giardino: un gigante discreto, di legno tenero. Si procede tra robinie, tigli, abeti, querce, nespoli ed un fico: questo è un hortus del rango più nobile, dove non mancano neppure le essenze in vaso tenute sulle terrazze. Un acero corallino dalla tinta scarlatta pare voler far notare la sua presenza eccentrica tra le tonalità delicate delle specie tradizionali; questo alberello di gusto moderno vive dirimpetto alla nuova ala del fabbricato, riconoscibile per le grandi finestre, mantenendo un’ottima coerenza
d’insieme.

ACCESSIBILE: i percorsi interni sono in ghiaia, terra battuta ed erba.

Cimitero Ebraico

Il cimitero viene fatto risalire al 1626, quando gli ebrei ferraresi chiesero a Urbano VIII il permesso di acquistare un terreno per le proprie sepolture: la licenza ottenuta prescriveva che il luogo non superasse le 20 staia ferraresi e che fosse indicato dal vescovo o dal vicario. In realtà la lapide più antica del cimitero, intitolata a David Franco e datata 1549, avvalora la tesi di chi sostiene che il cimitero potrebbe risalire al XVI secolo.
«Luogo satanico, frequentato dai diavoli, nel pregiudizio popolare fomentato dall’Inquisizione; luogo di pace e di luce mediterranea per gli ebrei che, muniti di lasciapassare, potevano recarvi i loro morti dal lontano Ghetto murato soltanto a certe ore consentite, quasi in segreto», così raccontava lo studioso Paolo Ravenna, che qui riposa insieme al padre Renzo, avvocato e politico. Durante l’Inquisizione le tombe furono saccheggiate e alcuni marmi addirittura utilizzati per la colonna che regge la statua di Borso d’Este, davanti al Palazzo Municipale.
L’impressione che si ha visitando il vasto parco è quella di addentrarsi in un posto dove il tempo si è fermato.
L’ultimo ampliamento e restauro significativo si ha nel 1911, con la sistemazione dell’imponente portale d’ingresso progettato da Ciro Contini. «Delimitato torno a torno da un vecchio muro perimetrale alto circa tre metri», scrisse Giorgio Bassani nel romanzo L’odore del fieno, «il cimitero israelitico di Ferrara è una vasta superficie erbosa, così vasta che le lapidi raccolte in gruppi separati e distinti, appaiono assai meno numerose di quanto non siano. Dal lato est, il muro di cinta corre a ridosso dei bastioni cittadini, fitti ancor oggi di grossi alberi, tigli, olmi, castagni, perfino querce, allineati in duplice schiera lungo le sommità del terrapieno». Anche lo scrittore riposa qui, con un monumento ideato dallo scultore Arnaldo Pomodoro e dall’architetto Piero Sartogo.
Uno dei luoghi più affascinanti di Ferrara, descritto con grande capacità evocativa anche da Guido Fink: «perché lì, fra quel verde, in fondo a quell’infilata di strade che dall’angolo Mazzini-Terranuova arriva a via delle Vigne, si torna a pensare che quel che si pensava, ingannevolmente, tanti anni fa, prima che il nostro secolo mostrasse il suo vero volto: che tutto passi, che a tutto si debba “fare l’abitudine”».

ACCESSIBILE: i percorsi interni sono in ghiaia, terra battuta ed erba

Via delle Vigne 14

L’area verde che si può ammirare in via delle Vigne 14 non è un giardino quanto un vero e proprio parco. Dalla strada non ci si rende conto di quanto effettivamente sia grande questo spazio, ma la prospettiva si apre appena si superano le abitazioni e ci si trova di fronte a un prato di cui a malapena si scorge la fine. I nipoti raccontano che da piccoli, quando la famiglia acquistò la proprietà, chiamavano lo scoperto “il campo”, perché il terreno era completamente spoglio e abbandonato, ricco solo di infestanti. E tuttora sono abituati a chiamarlo così, anche se adesso l’erba è curata e punteggiata di arbusti e alberi, scelti prevalentemente tra le specie autoctone e più tradizionali. Assieme ai grandi classici — tigli, acacie, carpini, querce, aceri, scuri pruni selvatici — si incontrano anche pini marittimi, cedri del Libano e palme.
L’ingresso pavimentato è incorniciato da bassi aceri rossi, piante grasse e limoni in vaso, cespugli di ibisco e ortensie. Un camminamento circolare costeggiato da siepi di agrifoglio conduce all’antico pozzo restaurato, situato nel cuore del parco, la cui vasta superficie è delimitata sulla destra da una fila di alberi da frutto, intervallati agli oleandri e ai ligustri: nespoli, fichi, noci, giuggioli, pruni, albicocchi, melograni, ciliegi, kaki, meli, e infine una piccola galleria di kiwi. La parte sinistra invece è chiusa da una fitta siepe di alloro.
Racconta la nonna che, probabilmente per la vicinanza con il cimitero ebraico, la zona deve essere stata usata in passato per seppellire i morti causati dalle epidemie: «è stato mio marito a voler sistemare questo spazio. Era la sua gioia. L’abbiamo ripristinato negli anni Novanta e in quell’occasione abbiamo trovato diverse tracce che ci hanno fatto pensare che, all’occorrenza, venisse usato come cimitero».

ACCESSIBILE CON ACCOMPAGNATORE: i percorsi in ghiaia, in erba e lastre di cemento.

Corso Porta Mare 51

Questo ricercato giardino, per essere apprezzato fino in fondo, va osservato bene. Nasce infatti da una curiosità botanica non comune.
Una volta superata la soglia in vetro e ferro battuto si apre una profonda prospettiva sugli alberi, che supera il muro di cinta e si confonde con le chiome dei giardini vicini. Le ricche aiuole si stendono sinuose ad abbracciare l’area, che si allarga in fondo in un bel prato. Il gelsomino si rincorre di parete in parete. In prossimità dell’abitazione si incontrano a destra le camelie, la pyrachanta sparkler e la clematis armandii, un rampicante sempreverde originario della Cina e diffuso in Italia solo da pochi decenni. Inoltrandosi verso la grande magnolia e gli aceri rossi la macchia comprende varie ortensie, picta bianca e a fioritura continua, il lillà delle Indie, la photigna pink marble, l’actinidia kolomikta, le cui foglie in primavera cominciano dalla punta a schiarirsi progressivamente fino a diventare rosa. A terra l’iris argenteo, l’acanto tasmanian angel a foglia bianca, fatto arrivare dalla Francia, e un bel tappeto di salvia. «C’è anche un loropetalum ever red, è una varietà creata quest’anno. Ovviamente non tutte le specie si trovano bene qui, faccio degli esperimenti», racconta la signora. «Ho comprato questa casa vent’anni fa soprattutto per il giardino, anche se all’epoca era molto abbandonato. La fontana in fondo, col mascherone, è stata realizzata da uno scultore ferrarese, era destinata a un acquirente russo ma era troppo bella, gli ho chiesto per favore che restasse qui».
A sinistra — dove si trova il pozzo antico, ancora funzionante — crescono il mirto e gli anemoni giapponesi, varietà Konigin Charlotte, il nespolo e le rose rampicanti. Tra le novità spicca la chitalpa, una specie recentissima derivata dalla catalpa: «è stata piantata due anni fa ed era alta un metro e mezzo, ha avuto una crescita esplosiva, il solanum non è stato da meno: di solito si trova nelle cassette dei balconi, qui ha creato una piccola selva».
Una scala porta alla terrazza dove si trovano, in vaso, le essenze aromatiche e gli alberi da frutto.

ACCESSIBILE CON ACCOMPAGNATORE: sono presenti piccoli gradini agli ingressi.

Via Luigi Borsari 31

Un giardino che guarda alla Gran Bretagna, in tutti i sensi, disinvolto come solo i veri inglesi sanno essere. Definito con grande spontaneità dalla famiglia che quotidianamente lo vive e lo cura “a cozy space”.
Qui si trova una vite canadese spontanea, residuo di una grande vigna che una volta si estendeva anche nel giardino confinante, ora adibito a parcheggio. Fino al 2004 si potevano ancora vedere i pali che reggevano le piante, accantonati poi per sistemare lo spazio, notizia interessante perché testimonia la persistenza della tradizione agricola avviata in quest’area dai monaci del convento di Santo Spirito, i cui terreni arrivavano fino a corso Porta Mare.
Un documento del 1815 — conservato dall’Archivio Comunale — racconta che qui anticamente si coltivavano indivia, ruta, cipolle, broccoli, ravanelli, cavolfiori, lattuga, carciofi, ravanelli, finocchi, salvia e rosmarino. Oltre alle viti c’erano i peri, i giuggioli, i peschi e tre olmi. Tra i fiori: garofani e tante varietà di rose. Nel testo si racconta anche di un pozzo con una vasca di pietra e di un pergolato per i polli.
Oggi in questo scampolo verde crescono la serenella, la yucca, il bosso e gli oleandri. Tra le scale e il muro sale l’ortensia rampicante. Il melograno centrale è stato tagliato da poco. Con i rami del vecchio ciliegio — di cui si vede ancora il ceppo tagliato — è stata costruita la panchina. Nei vasi un agrumeto mignon, con alberelli di arancio, limone e mandarino. L’acquiliegia e la menta si mescolano alle erbe spontanee, diffondendosi a piacimento tra le verdure.

NON ACCESSIBILE

Via Mortara 70

La storia del convento di Santa Maria delle Grazie ebbe inizio quando alcune religiose provenienti da Mortara — in provincia di Pavia — si trasferirono a Ferrara attratte dalle agevolazioni promesse da Ercole I d’Este. Contestualmente all’espansione della città, il Duca aveva avviato una politica favorevole all’insediamento di nuovi ordini. Lo scopo pare fosse duplice: popolare la “terra nuova”, oggi nota come addizione erculea, ed allo stesso tempo creare una sorta di talismano per la città grazie all’abbondanza di chiese e conventi.
La prima pietra fu posata nel 1496, la paternità del progetto è dubbia: sembra che il disegno generale sia stato dettato da Ercole I d’Este in persona, rivisto da Biagio Rossetti, ma di fatto eseguito da Alessandro Biondo. Il grande chiostro di clausura risalirebbe al 1498. Anticamente qui si concentravano i locali per la vita comunitaria: il refettorio, le cucine e la sala del capitolo, con al piano superiore le celle delle monache. I documenti testimoniano l’esistenza di un chiostro minore su cui si affacciavano i locali di servizio, che si trovava in corrispondenza dell’attuale ingresso della biblioteca universitaria, dove si possono vedere alcune tracce superstiti.
Della corte stupisce la forza scenografica dell’ambiente: dall’ombra delle logge, il verde luminoso del prato contrasta con la mole dei mattoni rossi e l’elegante vera da pozzo brilla fra i quattro melograni.
Nonostante le soppressioni napoleoniche e il continuo avvicendarsi degli eserciti stranieri, che occupavano la struttura durante il transito in città, le monache abitarono il convento fino al 1831.
A metà Ottocento il complesso venne trasformato in caserma e condominio, ma le sue condizioni pare fossero già molto degradate. A cavallo fra le due guerre mondiali diventò ricovero per famiglie sfollate o indigenti; fino al 1969 Mortara 70 fu per i ferraresi sinonimo di miseria, talvolta di delinquenza e prostituzione. Furono i grandi restauri realizzati a partire dagli anni Ottanta a trasformare questo luogo in un’isola di cultura, dove oggi gli studenti dell’ateneo ferrarese trovano ombra e tranquillità nelle giornate estive.
Da segnalare di fronte all’entrata la presenza di Palazzo Manfredini, casa natale del pittore Filippo de Pisis.

ACCESSIBILE CON ACCOMPAGNATORE: piccolo gradino in entrata, percorso in terra battuat ed erba (accessibile dal cortine inteno).

Via Bellaria 44

Il giardino principale della residenza Santa Chiara è senza dubbio un carattere decisamente particolare, sia per la storia del complesso architettonico in cui è inserito, sia per la destinazione che ha assunto negli anni. Oggi le celle del monastero di clausura — afferente alla chiesa di Santa Chiara, costruita dall’architetto Luca Danesi nel 1640 — ospitano le camere dei pazienti accolti dal servizio sanitario assistenziale gestito da Salus.
Lo stretto accesso di via Bellaria si allarga su un grande prato, diviso in quadranti dai vialetti costeggiati di bosso, cespugli di lavanda e rosmarino. Gli ospiti della struttura utilizzano questo tranquillo fazzoletto verde per attività educative e d’animazione, per riposarsi all’ombra degli alberi e — durante l’estate — per raccogliere la frutta: ciliegie, prugne e anche qualche fico, prodotto dal rigoglioso esemplare cresciuto vicino alla parete sulla sinistra.
Sulla destra invece si trovano le viti di uva rossa. Da notare, vicino ai tralci, la lesione a zig zag che sale lungo la muratura originale: probabilmente è una giuntura strutturale, realizzata per limitare i danni in caso di terremoto. Altri graziosi giardini segreti si nascondono all’interno dell’architettura, accessibili solo agli ospiti.

ACCESSIBILE

Via Mortara 63

Questo grazioso e curato giardino in origine era un orto: apparteneva infatti alle terre coltivate dal vicino monastero di Santa Chiara, dove vivevano le clarisse cappuccine. Tra le rose, i gelsomini, gli oleandri, la bella magnolia e il lillà delle Indie oggi si riposano i turisti: la struttura — che un tempo aveva funzione di scuderia — è stata recentemente trasformata in un bed&breakfast, che ha scelto il proprio nome ispirandosi proprio al festival organizzato da ilturco: Interno Verde 63. Il giardino, insospettabile per chi cammina lungo la trafficata via Mortara, rappresenta alla perfezione gli spazi aperti dalla manifestazione: luoghi nascosti allo sguardo dei passanti eppure preziosi per l’intera comunità, grandi e piccole isole naturali fortunatamente scampate al pericolo della cementificazione, che meritano attenzione e cura.
Chi conserva e cresce un’area verde, a prescindere dalla sua estensione, fa del bene a sé stesso e agli altri: le foglie delle piante assorbono l’anidride carbonica e le polveri sottili PM10, quindi riducono l’inquinamento atmosferico, le zone erbose e alberate contribuiscono ad abbassare la temperatura complessiva del centro urbano. Coldiretti nell’inverno del 2018 — al Forum Internazionale dell’Agricoltura e dell’Alimentazione — ha presentato uno studio sulle specie maggiormente capaci di ripulire l’aria: ginkgo biloba, acero riccio, bagolaro, frassino, tiglio, olmo, ontano nero. In quest’ottica vale la pena ricordare che ogni albero in più fa la differenza, e che per incentivare la loro cura anche quest’anno è a disposizione dei cittadini il Bonus Verde, ovvero la detrazione fiscale Irpef per chi sistema giardini e terrazze.

ACCESSIBILE: percorso interno in erba.

Via Montebello 8

Di Casa Bovelli, dimora nei secoli di conti e nobili, si ha per la prima volta notizia nel XVI secolo. Le costruzioni in questa porzione di città erano all’epoca quasi sempre proprietà dei monasteri, fino a quando con l’addizione erculea vennero via via affidati alle famiglie nobiliari, affinché vi edificassero nuovi palazzi residenziali. Solo nel 1950 — come recita l’iscrizione alla base della rampa di scale — Monsignor Ruggero Bovelli, allora vescovo di Ferrara, riuscì ad agevolare la vendita del palazzo verso ambienti religiosi, donandolo ai militanti dell’Azione Cattolica. Le sue sale ospitarono poi numerose associazioni e attività legate alla tradizione cristiana del territorio: dalla redazione del giornale La voce alla sede dell’Acli. All’inizio del Novecento il parco — che si apre alla vista già dal cancello in ferro battuto — ospitava uno dei più bei giardini all’inglese di tutta la città: una parvenza di bosco incolto, che non si avvale di elementi geometrici per definire e circoscrivere lo spazio, gli regala oggi un’atmosfera selvaggia.
Una statua dedicata all’amicizia accoglie i visitatori: serviva originariamente a sottolineare la destinazione ludica del luogo, riservato ai giochi e alle feste. Il glicine che si arrampicava sul ferro battuto, ad abbellire la struttura che sorregge la terrazza, ora non c’è più. Resta la collinetta sulla destra, dimora dell’antica ghiacciaia, riparata da un piacevole boschetto che garantisce ombra e tranquillità. Sulla sinistra un piccolo canneto. Verso il fondo la lieve rientranza del muro ricorda la presenza di una vera e propria grotta, elemento tipico dei giardini all’inglese, costruita per pregare la Madonna di Lourdes. L’edificio che chiude lo spazio, ristrutturato negli anni Novanta, custodiva le scuderie. Tra gli alberi si incontrano numerosissimi allori, un tiglio e un tasso decisamente imponente, assieme ai bagolari e al sambuco.

ACCESSIBILE: i percorsi interni al giardino sono in ghiaia, terra battuta ed erba.

Via Montebello 33

Palazzo Calcagnini, oggi sede di Confindustria Ferrara, vanta una storia lunga e appassionante. Le prime notizie risalgono al 1573 e riguardano i debiti di Giulio Trotti, che abitava nella stessa via e cedette il terreno vicino alla propria abitazione al suo creditore, Giacomo Grana, siniscalco del cardinale Luigi Este. Fu Grana a costruire l’imponente palazzo dalla facciata rustica, decorata col bugnato. Sempre i debiti portarono qui il pittore Filippo De Pisis, che si trasferì assieme alla famiglia quando il padre, il conte Ermanno Tibertelli, fu costretto a vendere la vecchia casa di via Mortara e trovò ospitalità dall’amico Conte Giovanni Grosoli Pironi, personaggio di spicco del mondo cattolico ferrarese, che nel frattempo aveva comprato la proprietà.
De Pisis iniziò ad esporre in queste sale, allestendo delle originali camere-museo prima nella soffitta, poi nelle scuderie, e infine nel mezzanino, a cui si accedeva dalle scalette in fondo al giardino. Riceveva giornalisti, poeti e artisti, come i fratelli Giorgio de Chirico e Alberto Savinio, vicini di casa poiché alloggiavano insieme alla madre al civico 24. Pare che cambiasse spesso gli abiti in relazione al lavoro da compiere e che tra tutti il suo preferito fosse quello del poeta, che indossava la sera per recitare in giardino Le ricordanze di Giacomo Leopardi. Palazzo Calcagnini ospitò soprattutto la sua anima letteraria, essendo l’interesse per la pittura — sbocciato in quelle sale — coltivato soprattutto dal 1920 in poi, con il trasferimento a Roma.
Durante il Ventennio il palazzo venne acquistato dal senatore Emilio Arlotti, vicino a Italo Balbo, fucilato nel 1943 come antifascista. Si dice che Arlotti abbia ospitato qui — il 28 giugno del 1943 — i più alti gerarchi per concordare l’allontanamento di Mussolini.
Tra tutti questi personaggi, chi maggiormente lasciò la propria impronta in giardino fu il conte Grosoli, sostenitore del gusto antiquario che prevedeva di completare le ristrutturazioni con interventi in stile. A lui — tra il 1926 e il 1927 — si deve il tamponamento del loggiato e la ricostruzione della loggetta di gusto rinascimentale, il breve coronamento a merli che ricorda l’architettura medievale e la vera da pozzo, realizzata assemblando due antiche formelle di pietra con delle lastre di cemento.

ACCESSIBILE: ci sono alcuni percorsi interni in ghiaia, terra battuta ed erba.

Via Montebello 34

Situato accanto alla Chiesa di Santo Spirito, già dal sagrato questo originale giardino si fa notare per il cancello in ferro battuto colorato, realizzato nel 1927. La sua storia intreccia vocazioni diverse: anticamente l’abitazione era la casa dell’ortolano che provvedeva ai bisogni alimentari del vicino convento, i cui alberi da frutto e filari di vite raggiungevano corso Porta Mare. Col passare del tempo l’area è stata urbanizzata e oggi resta un cortile vivace, caratterizzato da un passato recente non più agricolo ma artigianale. Qui si affaccia l’Officina dei fabbri Bottoni, dai primi del Novecento una vera e propria istituzione. L’attività è terminata nel 2004 ma è importante sapere che all’interno di questa struttura sono stati creati manufatti di grande pregio, come l’elegante ingresso del vecchio ospedale Sant’Anna. In tempi più recenti la bottega ha avuto ospiti speciali, accolti da Stefano, ideatore del Buskers Festival: da Franco Mussida della PFM all’indimenticato Lucio Dalla.
Il giardino non nasconde le tracce delle tante avventure, professionali ed esistenziali: fanno capolino qua e là gli attrezzi per forgiare il metallo, i ricordi dei viaggi svolti per cercare i musicisti da invitare a Ferrara. L’atmosfera è rilassata, la vegetazione cresce rigogliosa.
«Continuo con rispetto e passione a piantare specie nuove», racconta Enrica, ispirata responsabile di questo spazio caleidoscopico. Il glicine e la bignonia creano un varco di rampicanti, accompagnati dagli oleandri, dalla palma, dal calicanto invernale e dalle più basse nandina, forsizia e lavanda. Verso l’interno si trovano gli alberi da frutto — il pruno, l’albicocco, il giuggiolo, il melino, il mandorlo, il fico, anzi due, il melograno, il nocciolo, l’ulivo, il mirto, addirittura un avocado in vaso — assieme a tante altre specie aromatiche come l’alloro e gli arbusti di ginepro «raccolti in occasione della Festa dell’Albero, quella organizzata ogni anno dal Centro Idea». Non mancano i classici: il pino, d’inverno casa natale di tanti merli, l’acacia, il tasso «sopravvissuto al Natale, arrivato mezzo secco», la serenella, la dracena, il bosso. Tra le eccezioni: il papiro. In fondo il roseto e una insospettabile aiuola di verdure, dove crescono il cavolo nero, il carciofo e il cren.

ACCESSIBILE

Via Montebello 49

Palazzo Maffei è molto antico: i primi documenti lo segnalano già nel 1497. Nella mappa di Ferrara realizzata nel 1597 dal Borgatti è assegnato alla famiglia Zerbinati, con un cortile che si estendeva fino a via Frescobaldi, chiamata all’epoca via delle Pettegole. Nei disegni dell’Aleotti i proprietari restano gli stessi ma l’area si ingrandisce e oltrepassa l’isolato, mentre nelle successive incisioni del Bolzoni si osserva come lo scoperto fosse diviso in due parti: l’abitazione guardava verso il giardino, diviso dall’orto grazie a un muretto. Vicino alle verdure e agli alberi da frutta stavano i locali di servizio: la rimessa, le stalle, due pollai, un porcile, la cantina e la casa del magazziniere.
In seguito la superficie si ridusse sensibilmente:
passò da cinque staie a tre, ed è curioso ricordare come una staia — l’unità di misura usata all’epoca per stabilire le estensioni — corrispondesse allo spazio di terreno che si poteva seminare svuotando lo staio, ovvero il recipiente cilindrico utilizzato per conservare il grano. Il nome che tuttora si attribuisce alla costruzione risale al XIII secolo, quando venne acquistata dal professore Giacomo Maffei, protagonista ferrarese della rivoluzione liberale, contro l’autorità pontificia, che nello stesso periodo si diffondeva a livello europeo in ambiente universitario: nel 1831 insieme al collega Giacomo Bononi guidò le compagnie degli studenti e dei professori ad appoggiare il governo provvisorio, ma all’epoca l’arcivescovo
era responsabile dell’intero ateneo — questo comportava ad esempio l’esclusione degli ebrei dalle lezioni — e le loro azioni furono represse dalla polizia.
Un altro insigne studioso abitò poi in via Montebello 49: il marchese Tommaso Estense Calcagnini, presidente dal 1842 dell’Accademia degli Ariostei, cenacolo di medici e chirurghi che periodicamente si incontravano la sera per aggiornarsi reciprocamente sui progressi della scienza.
Oggi il palazzo conserva intatto il suo fascino anche se purtroppo l’area verde circostante è stata significativamente ridimensionata, mangiata nel Secondo Dopoguerra dalla tendenza alla costruzione di condomini e soluzioni abitative capaci di soddisfare le necessità di molte famiglie.

ACCESSIBILE: percorso interno in erba e terra battuta.

Via Frescobaldi 50

Un piccolo giardino domestico, custodito all’interno di un suggestivo palazzo del 1500.
Al centro del fazzoletto verde domina lo spazio un magnifico tasso secolare, piantato dal nonno dell’attuale proprietario. Peculiarità di questo albero è lo sviluppo: è nato da quattro semi interrati molto vicini, i cui fusti crescendo si sono congiunti a formare un solo esemplare, caratterizzato appunto da una base comune e quattro tronchi che si protendono verso il cielo, a formare un’unica grande chioma.
La casetta a un piano in fondo al giardino custodiva una volta le carrozze e i cavalli: le fioriere in pietra che si trovano nei pressi, basse e tondeggianti, sono state ricavate dalle antiche mangiatoie. Sui muri di cinta si possono trovare ancora i ganci in ferro utilizzati per legare gli
animali.

ACCESSIBILE

Via Palestro 52

Il giardino che si incontra in via Palestro 52 è il
classico giardino segreto: dalla strada non si può nemmeno intuire la sua presenza. Solo quando si apre il portone dell’elegante palazzo cinquecentesco i passanti scoprono la bellezza del fazzoletto verde che racchiude.
L’edificio negli anni ha più volte cambiato proprietà e i dati catastali testimoniano la presenza di un orto, di una stalla e di un pollaio per le galline. Nel 1730 la residenza viene acquistata dalla famiglia Scacerni, di cui tuttora
conserva il nome.
La stessa famiglia negli anni Trenta accoglieva volentieri l’amico romanziere Riccardo Bacchelli, che nella tranquillità del giardino si dedicava alla scrittura. Riconoscente verso i suoi ospiti, Bacchelli decise di attribuire lo stesso loro cognome ai protagonisti della sua saga più celebre, “Il mulino sul Po”.
Oggi attorno al pozzo si incontrano la magnolia, il frassino, tanti oleandri e il bel roseto.

ACCESSIBILE CON ACCOMPAGNATORE: tra il loggiato e il giardino è presente un gradino di circa 6/7 cm.

Via Mascheraio 17

Un classico: dalla strada non si vede nulla, una volta superato l’androne si apre un piccolo paradiso, colorato dalle camelie, i gerani, la pervinca, la clivia, le azalee e le rose. Questo giardino è tuttora curato dalla signora Anna Maria, nata negli anni Venti: «una volta era più piccolo, la prima parte era chiusa da un muro e non sapevamo cosa ci fosse oltre, ricordo che sentivo delle voci di bambini. Dopo la guerra abbiamo comprato il pezzo di terreno confinante, abbattuto il muro e allargato lo spazio. Le aiuole le ho disegnate io. È stata
tutta una fantasia!».
Durante i lavori si è provveduto anche a staccare l’intonaco di una parete: sorpresa! Si è scoperta una loggia ad arco con una stanzetta — oggi adibita a magazzino — coperta da una volta a crociera. Vicino alla stanzetta, chiusa dalla porta liberty, c’è un vaso molto particolare, di quelli che i contadini utilizzavano per conservare le uova in acqua e calce. Sotto il porticato il camino veneto, trasferito qui da un’altra proprietà di famiglia.
«Questo è un giardino di ricordi, tante piante le abbiamo portate qui dalla precedente casa che avevamo in viale Cavour», racconta Anna Maria, ricordando il marito ingegnere: a lui si deve la presenza dei vecchi lampioni dell’illuminazione pubblica trasformati in originali fioriere, su cui si arrampica il glicine. Anche il pozzo è stato trasformato: dentro vi crescono, in vaso, i cavoli ornamentali.
All’interno della fontanella in pietra, vicino al putto, è stata inserita in tempi recenti una delicata scultura in ceramica. Tra il melograno, il pungitopo, il gelsomino arancione, il nespolo, i limoni e i pompelmi, il ficus, la cycas, l’acanto, il ficus e le felci dolomitiche… c’è anche un’aspidistra: «fiorisce ogni dieci anni, ma l’ho vista fiorita una volta sola».
Tra i vari alberi colpisce la presenza delle palme: le due più vicine alla casa le ha piantate la stessa Anna Maria, la terza ha sostituito un esemplare ancora più anziano, morto a causa del freddo nel 1963. «Era veramente imponente, forse è solo un caso ma una palma in quella posizione si vede già nella mappa del Bolzoni».

ACCESSIBILE CON ACCOMPAGNATORE: all’ingresso è presente un gradino di 13 cm. 

Via Mascheraio 14

Il giardino di via Mascheraio 14 è un gioiello inaspettato: nulla dalla strada fa presagire la bellezza e la ricchezza di questo riservato ed elegante spazio verde. Il palazzo, acquistato all’asta dalla famiglia Magrini nel 1883, originariamente comprendeva anche la porzione di architettura affacciata su via Mascheraio, utilizzata per le stalle, distrutta durante la guerra e successivamente alienata e ricostruita.
Il giardino che si incontra è tradizionalmente italiano; l’impianto è disegnato per suggerire una sensazione di controllato equilibrio e serenità.
Di grande bellezza sono i roseti, accompagnati dal verde degli allori e delle palme, dal calicanto, dall’albero di Giuda e dalla magnolia. In fondo al prato prima della guerra si trovava il campo da tennis, danneggiato dalle bombe cadute tra il 1943 e il 1944 e mai più ripristinato. Il tracciato dell’area però è ancora leggibile, definito dai pali che fissavano la rete.

ACCESSIBILE

Via Palestro 68

Il piccolo giardino dell’Hotel Duchessa Isabella nasconde una grande storia. All’interno di questa elegante residenza rinascimentale abitò un importante protagonista della Ferrara del ‘900, Renzo Bonfiglioli, con sua moglie Ida Ascoli. La coppia si trasferì in via Palestro nel 1937 e realizzò all’interno del già splendido palazzo — con l’imponente scalinata d’ingresso e i soffitti in legno, decorati con oro zecchino — una vera e propria casa museo. Arredarono le stanze con mobili d’epoca e pezzi unici, senza mortificare in virtù di tanta raffinatezza la vita familiare, esuberante e movimentata: i bambini erano liberi di correre dappertutto.
Negli anni più duri del regime la famiglia visse gravi difficoltà. Renzo già dal 1940 era stato allontanato: la squadra politica della questura bussò al portone del civico 70 in una sera di giugno, lui disse alla moglie di non preoccuparsi, che sarebbe tornato subito, invece fu internato in Toscana. Nel 1944, ricongiunto con i suoi cari, fuggì in Svizzera, fino alla fine della guerra.
Il ritorno a Ferrara coincise con una porta spalancata sul vuoto, la casa era stata forzata e depredata, fatto che spinse il capofamiglia a dedicarsi con ancora più impegno alle sue collezioni. Nella propria biblioteca riuscì — unico al mondo — a raccogliere tutte le prime edizioni dell’Orlando Furioso. Concerti divenuti leggendari si organizzavano nel salone, dove faceva bella mostra di sé il miglior pianoforte della città.
Lo stabile fu venduto dopo la morte di Renzo e trasformato in un albergo, inaugurato nel 1990 da Evelina Bonzagni. Il giardino — ora a disposizione degli ospiti — si trova sopra la salumaia, dove la signora era solita preparare i piatti della tradizione kosher, tra gli insaccati e i vini — selezionati dal marito Claudio. Oggi all’ombra dei pini e dei grandi tigli, tra i gelsomini e la profumata siepe di lauro ceraso, si rilassano i turisti, ignari delle melodie che fino a pochi decenni fa erano solite spandersi nell’aria della sera, magistralmente suonate da esecutori del calibro di Arturo Benedetti Michelangeli.

ACCESSIBILE

Via Mascheraio 39

A dispetto di quanto sembra suggerire il nome dell’albergo, all’interno dell’elegante palazzo rinascimentale di via Mascheraio non ha mai abitato una principessa, bensì un artista: Leonardo da Brescia, vissuto nel Cinquecento. Proprio alla sua creatività si deve il nome della strada: egli infatti — oltre ad aver dipinto varie opere religiose, come l’Assunzione presso la Chiesa del Gesù, l’Annunciazione nella Chiesa del Buon Amore e la Risurrezione nella Chiesa di Santa Monica — pare avesse realizzato nel 1559 per il Duca Alfonso II una serie di maschere in stucco, aiutato da Galasso delle Mascare e dal fratello Baldissera. Così testimonia Girolamo
Baruffaldi nel compendio Vite de’pittori e scultori ferraresi.
Oggi affianca la dimora un piccolo giardino, circondato dalle siepi e ombreggiato dal grande abete. In fondo — lungo il muro di cinta — un arco tamponato caratterizza teatralmente lo spazio, decorato dalla statua rappresentante il
fiume.

ACCESSIBILE CON ACCOMPAGNATORE: gradino di circa 6 cm all’ingresso.

Piazza Ariostea 10

I ferraresi che hanno frequentato l’asilo dell’Istituto San Vincenzo questo giardino dovrebbero ricordarlo: arioso e ricco, distribuito geometricamente in campiture bordate di iris e di rose, attraversato da passaggi lastricati e dalla fila delle sedute in pietra, appoggiate su piedi di leone scolpiti. Le Suore della Carità vivono a Ferrara dal 1843, da quando l’arcivescovo Cadolini volle in città un ordine di religiose attive per far fronte alle emergenze sociali: guerre, inondazioni ed epidemie avevano moltiplicato il numero di malati, orfani e donne costrette alla prostituzione. Non mancavano le fondazioni religiose femminili ma comprendevano solo la clausura, per questo le Suore della Carità — chiamate inizialmente “suore del brodo e delle piccole scuole” — rappresentarono un grande cambiamento. L’imponente Palazzo Rondinelli venne loro venduto assieme al relativo orto nel 1873.
Inizialmente le sale ospitarono un educandato e alcune scuole esterne, poi il noviziato che restò attivo fino al 1972. All’esterno — nell’impianto di un classico giardino all’italiana — si coltivavano i meli, i pruni, i peschi e le viti. Oggi parte del complesso è adibito ad asilo, parte è rimasto alle sorelle che vivono qui, attualmente solo sei. «Una volta coltivavamo l’orto ma eravamo in tante, non bastava per tutta la comunità, era più che altro un piacere», racconta suora Annamaria, che si è trasferita qui nel 1954, mentre con i guanti da lavoro sistema i nuovi fiori nei vasi. «Tante di noi sono state trasferite in altre strutture, altre in paradiso. Io sono sempre stata qui, ma negli anni Settanta ci fu una grande emorragia, tutte volevano andare in missione». E proprio da una missione arriva il cedro del Libano, messo a terra una quindicina di anni fa. In giardino si incontrano i grandi tigli, gli oleandri, le palme, i pini, i nespoli giapponesi, i giuggioli, le magnolie, i bagolari, gli allori potati a cupola. La vasca dei pesci rossi è stata interrata e decorata con cespugli di rose. La prospettiva — uscendo dall’edificio — supera gli archi avvolti nel glicine e nelle rose e si conclude nella grotta che custodiva la statua della Madonna, spostata perché insidiata dall’edera. Tra le statue vale la pena notare il busto della fondatrice dell’istituto, Aragona Gizzi, quella più piccola e delicata del Santa Bambino di Praga e la scena che rappresenta Santa Agostina Pietrantoni nell’atto di curare un moribondo.

ACCESSIBILE: ingresso da Vicolo del Gregorio.

Piazza Ariostea 11/A

Palazzo Bevilacqua Mazzucchi risale al 1494, è
uno dei più prestigiosi palazzi rinascimentali realizzati dall’architetto Biagio Rossetti. Fu commissionato dai fratelli Carlo e Camillo Strozzi su un terreno concesso alla loro famiglia dal Duca Ercole I d’Este, che mirava a incentivare lo sviluppo urbanistico dell’area oggi conosciuta proprio come Addizione Erculea. La storia di questo luogo è stata purtroppo per molti secoli una storia di incuria e di abbandono. Il processo di decadimento è cominciato nella seconda metà del Cinquecento e si è interrotto solo recentemente. Una prima operazione di recupero è stata realizzata dopo la Seconda Guerra Mondiale; il ripristino della splendida corte interna — utilizzata nel dopoguerra come parcheggio per le automobili — solo nel 2007.
I prospetti e gli ampi loggiati che corrono attorno allo scoperto sono stati restaurati utilizzando materiali coerenti con l’epoca in cui sono stati progettati, nello spazio centrale sono state riproposte le aiuole e i tipici percorsi del giardino rinascimentale, con ordinate siepi di bosso e melograni in vaso. La geometria dell’impianto è tipicamente italiana, suddivisa in quattro isole verdi con un pozzo centrale.

ACCESSIBILE

Via Arianuova 2b

Palazzo Trotti-Mosti fu costruito nel 1493 per una famiglia veneta che decise di affidare il progetto ad un architetto di scuola rossettiana o, secondo alcuni, allo stesso Biagio Rossetti. L’edificio negli anni ha subito profonde modifiche, compresa la distruzione nell’Ottocento di un’intera ala, quella più lontana dal corso. L’idea di adibirlo a sede universitaria rientra all’interno di un piano, ormai datato, per dare nuove frequentazioni al quartiere rendendo pubblici i pianterreni di alcuni palazzi. Al momento dell’acquisizione da parte di Unife, avvenuta nel 1970, il fabbricato si trovava in stato di degrado e abbandono e solo un importante restauro ha permesso di riscoprire decorazioni che si credevano perdute.
Anche il giardino nonostante conservi una significativa metratura è decisamente più piccolo dell’originale, dove pare si trovassero due cortili e un giardino all’italiana, con un prezioso labirinto di siepi. Dietro al muro di cinta, fino a via Pavone, si coltivavano gli orti.
Dal portone monumentale la prospettiva è molto
suggestiva: bisognerebbe immaginarsela con un’ulteriore successione di quinte architettoniche. Numerosi elementi inducono a credere esistesse in passato, parallelo al loggiato oggi chiuso dalle vetrate, un ulteriore loggiato andato distrutto. Da notare, sotto le arcate del loggiato rimasto, la decorazione vegetale scolpita sui capitelli di marmo veronese: è la stessa che si trova sul campanile di San Giorgio e a Palazzo di Renata di Francia. Anche la fontana merita attenzione: la vasca in pietra risale al 1600, la si può vedere nelle mappe circondata da aiuole e percorsi a stella. Al suo interno oggi c’è un esuberante rovo di more, mentre i sentieri — più organici — accompagnano con un andamento sinuoso passeggiata.
Esplorando l’area la sensazione che si ha è quella di trovarsi in un giardino maturo, dove gli alberi adulti hanno raggiunto altezze ragguardevoli senza possedere ancora i fusti imponenti tipici della vecchiaia. Il camminamento attraversa vari gruppi botanici: si incontrano macchie di bagolari, noccioli, ippocastani, tigli, aceri, ippocastani, liriodendro, robinie, frassini, ornelli, alberi di Giuda e querce. Tra le specie esotiche il cipresso calvo.
Nella zona più riparata, vicino a un tasso particolarmente anziano, si trova il meraviglioso giuggiolo secolare.

ACCESSIBILE

Corso Ercole I d'Este 47

Il vasto e curato parco che circonda Villa Zappaterra è noto soprattutto perché ha ospitato, per sei secoli, le tombe di dieci membri della famiglia estense, che tuttora si possono vedere nel sottobosco, non lontano dall’abitazione.
Quest’area originariamente era occupata dalla chiesa e dal convento di Santa Maria degli Angeli, detta Santa Maria di Belfiore, voluta da Niccolò II nel 1403. L’imponente edificio venne trasformato in caserma per le truppe francesi durante l’occupazione del 1797 e, danneggiato da diversi incendi, fu demolito nel 1813. Le fondamenta della chiesa e del campanile vennero portate alla luce un secolo dopo, nel 1916, dall’architetto Adamo Boeri, che trovò tra i ruderi i resti umani dei nobili estensi e allestì per loro un piccolo sacrario con un’iscrizione. Secondo Boari la tomba maggiore custodiva le spoglie di Nicolò III e i suoi figli, Leonello, Ercole I e Sigismondo. La tomba minore Rizzarda da Saluzzo e altri parenti.
Donato Zaccarini, nel libro “Passeggiate artistiche attraverso Ferrara”, descriveva così la zona, pochi anni dopo la scoperta: «procedendo verso il centro dell’orto, riuscirete a intravvedere già di lontano uno spazio circolare circuito da pioppi e avanzi marmorei. Giunti alla metà vedrete due grandi lapidi in marmo carrarese (con le iscrizioni dettate dallo stesso architetto Boari) sopra il loculo delle spoglie estensi».
Oggi i resti sono custoditi in un’unica sepoltura presso il monastero del Corpus Domini, dove vennero trasferiti nel 1955, e il circuito di
pioppi non esiste più.
L’impianto del parco è stato completamente rinnovato e delle lapidi resta poco. Qualche traccia dell’altare maggiore è rimasta, ma in generale gli elementi originali sono andati persi, soprattutto a causa dei bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Protagonisti della superficie verde sono i grandi alberi centenari, farnie, bagolari e robinie. Da non perdere il rarissimo faggio laciniato, probabilmente l’unico di tutta la città.

ACCESSIBILE CON ACCOMPAGNATORE: gradino di circa 5 cm all’ingresso e percorsi interni in ghiaia.

Viale della Certosa

Il complesso della Certosa — ovvero il monastero dei certosini — venne edificato per volere di Borso I d’Este tra il 1452 e il 1461, e in seguito collegato all’Addizione Erculea. Situato fuori dal centro, era circondato dagli orti e dai frutteti. Successivamente si avviò, per completarlo, la costruzione del Tempio di San Cristoforo, opera matura di Biagio Rossetti, decorata con arredi preziosi e splendide pitture firmate dai Carracci e dal Bastianino.
Il monastero sopravvisse fino al 1800, quando le truppe napoleoniche cacciarono i religiosi e gli edifici furono adibiti a caserma. Fu poi acquistato dal Comune e trasformato in cimitero nel 1813.
Il Gran Claustro, da sempre l’area più suggestiva e imponente, illustra grazie alle sue tombe le biografie dei personaggi che hanno fatto la storia di Ferrara, Qui riposa, tra l’altro, lo stesso Duca Borso, non troppo distante da Italo Balbo a Filippo De Pisis, Michelangelo Antonioni e Florestano Vancini. Accanto ai monumenti funebri trova posto il giardino, vasto e regolare, scandito dai suoi cipressi, i tassi, le tuie e gli allori, sempreverdi che simboleggiano l’immortalità fisica e spirituale. Si crescono inoltre la magnolia, il cedro e il ginepro posti presso le tombe Boldini; il faggio e il ciliegio giapponese nei pressi dell’area crematoria; il tiglio ombroso e il pesco vicini alla chiesa. Talvolta accanto agli alberi si incontrano fioriture variopinte o splendidi esemplari di rosa canina e di yucca, come quelli che circondano la sepoltura del poeta Corrado Govoni. Non mancano ampie distese di lavanda e sparsi ciuffi di cineraria o rose rampicanti, a volte addossati ad altre essenze i primi, a volte abbinate al cotto del mattone le seconde, assieme alle piante officinali di tradizione certosina. In quest’isola di quiete — come scriveva Giorgio Bassani nel racconto Gli ultimi anni di Clelia Trotti — non stonano le parole d’amore: «Sarà per la dolcezza serena del luogo, ed anche, s’intende, per la sua quasi perfetta e perpetua solitudine, che piazza della Certosa è sempre stata meta di convegni di innamorati».

ACCESSIBILE: ingresso da Via Borso 1.

Vicolo del Parchetto 9

Vicolo del Parchetto è una zona molto particolare di Ferrara, spesso sconosciuta a tanti ferraresi. Prende il suo nome dal Barchetto, la riserva di caccia del duca Ercole I d’Este, realizzata nel 1471 e frequentata dagli estensi per tutto il secolo successivo. Le fonti seicentesche descrivono questa zona come uno spazio molto ampio, in parte circondato da boschi di olmo, con un serraglio quadrato popolato di animali: cervi, caprioli, daini e lepri.
Oggi la riserva non c’è più ma in vicolo del Parchetto è difficile sentirsi in città. La strada sterrata e la rigogliosa vegetazione che la circonda suggeriscono un’atmosfera agreste, fuori dal tempo. E la sensazione di trovarsi in campagna si rafforza entrando nel tranquillo giardino al civico 9. L’abitazione in origine era una casa di contadini, accompagnata da orto e piante da frutto come albicocchi, ciliegi, fichi e kaki. Ancora oggi si può vedere il capanno utilizzato dai lavoratori per riposare, dopo aver faticato nei campi. Gli alberi presenti, fatta eccezione per il kaki, sono stati piantati dagli attuali proprietari. Si incontrano diversi tigli, noccioli, platani, aceri e ginkgo biloba, il pioppo alba e il pioppo cipressino, la betulla, l’ippocastano, il melograno. Da notare l’esemplare di storace americano, il cui nome scientifico — liquidambar — si riferisce alla resina scura e profumata di incenso che trasuda dalla corteccia.

ACCESSIBILE CON ACCOMPAGNATORE: rampa di accesso in erba.

Vicolo del Parchetto 15

Il giardino di vicolo del Parchetto 15 non è timido né segreto. Il suo carattere piuttosto è espansivo e cordiale: i visitatori li saluta dalla strada, prima ancora che siano entrati, stendendo oltre il muro di cinta i meravigliosi rami fioriti della banskia lutea, una varietà di rosa senza spine originaria della Cina, che per crescere si è arrampicata alla vicina acacia di Costantinopoli.
Ciò che si incontra oltre il cancello, superata la speciale galleria di oleandro, è un’atmosfera magica dove la natura, libera di esprimersi, si palesa in tutta la sua intrinseca bellezza e armonia. L’area — che originariamente apparteneva alla riserva di caccia degli Estensi — fu coltivata a grano durante la guerra. Nel dopoguerra venne utilizzata da due cognate, che vendevano i fiori al vicino cimitero della Certosa. Il giardino è stato allestito dall’attuale proprietaria, assieme al marito, nel 1978. Nessuno degli alberi è stato comprato: il nucleo principale è arrivato facendo domanda alla Regione, impegnata in quegli anni in un progetto di rimboscamento con piante autoctone. «Per andare a prenderle — racconta Gianna, la proprietaria — avevamo attrezzato la Cinquecento con il portapacchi, pensavamo di dover trasportare chissà cosa, invece ci hanno dato sedici piantine». Ora quelle piantine sono diventate grandi: appartengono a quel primo nucleo il frassino, l’acero, il platano. La bella farnia che si trova al centro è stata raccolta che era ancora un germoglio, vicino all’argine del Po. «Tutti gli altri esemplari hanno un nome o un cognome: ci sono stati regalati, come la rosa seafoam, spuma di mare, che si trova a destra dell’ingresso, oppure hanno una storia da raccontare. L’ippocastano per esempio, quello con l’edera attorno, è cresciuto da una castagna che aveva trovato mia mamma in una cassetta per i fiori». In fondo al giardino c’è anche un piccolo orto, vicino agli alberi da frutta.

ACCESSIBILE

Corso Ercole I d'Este 150

La sede ferrarese del Tiro a Segno Nazionale si posiziona all’incontro tra corso Ercole I d’Este e le mura rinascimentali. Sebbene questo incrocio sia intensamente frequentato (soprattutto dagli sportivi che utilizzano il percorso come una palestra a cielo aperto, ma non solo), questo luogo è sconosciuto alla maggior parte dei ferraresi. La piazzetta ed il giardino antistanti sono spesso deserti, forse per un certo timor reverenziale suscitato dall’idea che qui ci si reca per sparare, anche se solo per sport.
Quando si oltrepassa l’androne del fabbricato — che conserva un gusto leggermente spento, tipico del primo Novecento — ci si trova davanti un giardino semplice e senza malizie. L’area giace parallela alle mura, la cui scarpata fiancheggia il lato nord del parchetto, ma quest’ultimo è poco visibile dal passeggio soprastante. Qui non ci si può sbagliare, tutto è chiaro: il viale alberato è in posizione centrale, affiancato dai prati e da due piccole costruzioni. Alcuni grandi alberi disposti in modo irregolarmente armonioso completano la composizione. Per avvicinarsi all’area di tiro, posta in fondo al lotto, si deve percorrere il viale dove una serie di targhette aiutano il visitatore inesperto a riconoscere le specie botaniche presenti: si tratta soprattutto di gelsi e catalpe, ma anche tigli, allori ed aceri. Ciò che accomuna queste piante è il senso del tempo che trasmettono: sono alberi vecchi, sofferti, le cui cortecce si sfaldano e nelle cui profonde spaccature dei tronchi si annidano colonie di piccoli insetti. Gli anni hanno fatto dei rami un inestricabile groviglio che garantisce ombra fitta e ristoratrice durante l’estate. Nei prati laterali si trovano il cedro deodara, l’ippocastano e la sophora.
Non mancano neppure alcuni giovani alberi da frutto — nespoli, noccioli ed un melograno.

ACCESSIBILE: ci sono alcuni percorsi interni in ghiaia, terra battuta ed erba.

Via Porta Catene 118

Il Giardino delle Capinere è un’oasi verde gestita dalla Lipu dal 1992. Sorge a ridosso delle antiche mura estensi, dove una volta si trovava un campeggio, e ancora tra sentieri e fabbricati si scorge l’impianto turistico originale.
Oggi accoglie animali feriti che provengono dalla provincia di Ferrara e dai territori di Rovigo, Mantova, Bologna e dalla Romagna. Il suo giardino naturalistico — grande un ettaro — comprende quattordici voliere, uno stagno abitato da germani reali e fenicotteri e un ambulatorio veterinario. I suoi percorsi sono pensati per i visitatori con difficoltà motorie, le voliere sono state costruite con materiali naturali e d’avanguardia. Passeggiando si incontrano, all’ombra dei grandi alberi, ceppi antichi di rosa selvatica. Informazioni dettagliate sulle specie presenti si possono leggere tramite smartphone, utilizzando il QR Code posizionato vicino alle piante.

ACCESSIBILE CON ACCOMPAGNATORE: rampa di accesso superiore all’8%.

Via Ludovico Ariosto 67

«La casa è piccola ma adatta a me, pulita, non gravata da canoni e acquistata solo con il mio denaro». Questa prima descrizione della struttura si trova sulla facciata dell’edificio oggi conosciuto come Casa dell’Ariosto, mantenuta dal poeta che l’acquistò nei primi decenni del 1500 e l’abitò fino agli ultimi giorni di vita. Qui venne sviluppata la terza edizione dell’Orlando Furioso, e quando si immagina l’Ariosto al lavoro bisogna considerare che in origine la dimora era isolata nella campagna ferrarese, peculiarità scomparsa con il progressivo espandersi della città.
Appena superato l’ingresso, un piccolo melograno e un romantico pozzo incorniciato dall’edera accolgono il visitatore, assieme ai gelsomini e alle rose. Più in profondità due vasi tondeggianti fanno la guardia al varco in pietra, da oltrepassare per arrivare al giardino. Dove una volta si trovava l’orto del poeta, oggi si incontra l’ombra dei grandi alberi disposti circolarmente.

ACCESSIBILE CON ACCOMPAGNATORE: piccolo gradino all’ingresso e limitazioni del percorso pedonale (paracarri sul marciapiede).

Viale Cavour 194

Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento viale Cavour divenne l’asse portante della Ferrara moderna, perché collegava la stazione al centro: la strada nacque nel 1862, con l’interramento del canale Panfilio — scavato nel 1601, dedicato al papa Innocenzo X, Gianbattista Panfili. Una volta definito il tracciato, in una zona caratterizzata storicamente da vasti orti e frutteti, cominciarono a spuntare le ville e le villette, status symbol della borghesia che in quegli anni investiva nella canapa, nelle bonifiche, nel recente polo industriale di Pontelagoscuro.
Villa Amalia fu costruita nel 1905 per il cavaliere Paolo Santini, industriale metallurgico che aveva acquistato il terreno dal floricoltore Fernando Melchiorri, che l’anno precedente aveva realizzato nel lotto accanto la propria nuova abitazione, decorata con tanti vistosi girasoli. Santini dedicò alla moglie Amalia Torri, ricca possidente di Bondeno, l’intero progetto che ad oggi porta il suo nome e scelse di affidarsi allo stesso professionista ingaggiato dai vicini, l’estroso ingegnere Ciro Contini, famoso per riuscire a declinare in chiave locale le espressioni tipiche del liberty, creando una sorta di stile floreale estense.
Contini fu particolarmente attivo in questa porzione di città, a lui si deve per esempio il piano regolatore dell’attuale Quartiere Giardino, e la critica è unanime nel sostenere che gli interventi architettonici in quest’area — forse proprio perché vergine, quindi non condizionata da strutture già presenti — siano stati tra i più originali ed efficaci della sua carriera.
In Villa Amalia si raccordano esigenze diverse: il
gusto floreale, eccentrico e cosmopolita, che andava di moda nelle capitali europee, incontra la tradizione. Materiali nuovi come il cemento, utilizzato nelle cornici marcapiano, si mescolano ai soffitti in cassettoni di legno, reperiti da un antico palazzo di via Lollio. Tra le decorazioni esterne spicca il tema della rosa, che si ritrova anche nelle fasce in ceramica sopra le finestre, disegnata su bozzetto del pittore fiorentino Galileo Chini nelle tonalità del verde, dell’azzurro e del giallo, realizzata dalla Manifattura di Fortebuoni, azienda toscana diretta dal conte ferrarese Vincenzo Giustiniani.
La cancellata e la pensilina furono affidate al mastro ferraio Augusto de Paoli, lo stesso che si era occupato — anche se sul punto esistono diverse versioni — degli splendidi girasoli della vicina Villa Melchiorri.
Oggi si può solo immaginare cosa significasse all’epoca passeggiare dopo cena lungo viale Cavour, in un’atmosfera signorile eppure ancora inserita in un panorama agreste. I bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale prima, la speculazione edilizia poi, hanno lasciato poche tracce della belle époque ferrarese. Una di queste è il giardino di Villa Amalia, che ha mantenuto il disegno originale ideato da Contini: aiuole, viali e vialetti sono rimasti inalterati. Davanti alla casa si trovano le rose e i cespugli fioriti, con la magnolia secolare, il tiglio, il pino e il tasso sicuramente altrettanto anziani. Altre piante sono state aggiunte negli anni: allori, abeti, tuje, noccioli, palme, agrifogli e tanti arbusti che fioriscono nelle diverse stagioni. A Natale è il momento del calicantus, poi arriva la forsizia, la cydonia japonica e il corbezzolo. A marzo il prato profuma di viole e si chiazza di pervinche, giacinti, mughetti e margherite. Al centro della grande aiuola zampilla la fontana, poco oltre per riposare è stato allestito il berceau, un tempo ombreggiato dalla vite di uva moscata, oggi coperto
dall’edera.
Sul retro, oltre a un piccolo frutteto domestico, una volta si trovavano l’orto e il pollaio. Vicino erano situati agli ambienti di servizio, costruiti nell’area che anticamente apparteneva al convento di San Gabriele, anch’essi disegnati in stile liberty.

ACCESSIBILE CON ACCOMPAGNATORE: percorsi in ghiaia.

Viale Cavour 112

Nella seconda metà dell’Ottocento viale Cavour
era la strada più moderna di Ferrara: collegava la nuova stazione ferroviaria al centro storico e offriva una serie di servizi innovativi. Oltre al Bagno Pubblico — che sorgeva dove ora si trova il Palazzo della Camera di Commercio — vi si incontravano caffè e luoghi di ristoro come la birreria Margherita, collocata dove ora si trova il Villino Masieri. La birreria — già documentata nel 1890 —era una struttura ad un piano, con una bella terrazza balaustrata, circondata dall’orto. Vi aveva sede il Maghi Club, circolo di divertimento per i lavoratori della mensa, i titolari e i camerieri. Quando il proprietario Luigi Taddei venne a mancare fu la vedova —Teresa Masieri — ad acquisire lo spazio e a trasformarlo: la donna infatti si risposò con il professore Tullio Finotti, acquistò un pezzo di terreno dai vicini Bagni Pubblici, demolì nel 1906 la birreria e avviò la costruzione del villino. A progettare il complesso — che inizialmente comprendeva anche un condominio con appartamenti in affitto — fu l’urbanista Ciro Contini, raffinato rappresentante della borghesia israelita aperta alla cultura europea, ispirato dallo stile liberty. L’edificio che realizzò appare anche oggi elegante eppure sobrio, con le decorazioni floreali sui capitelli e gli intervalli in ferro e in piastrelle gres, che arricchiscono le ringhiere e gli infissi. In origine lungo la veranda si trovava una scala in legno a forma di Y, che sfociava nel ballatoio al secondo piano, ma è stata perduta a causa dei bombardamenti e quindi sostituita con la scala in marmo, con corrimano di legno, nel vano retrostante il salone d’ingresso.
La casa fu venduta dai figli di Teresa dopo la sua morte, nel 1930, alla famiglia Quilici, composta da Nello — giornalista originario di Livorno, direttore del Corriere Padano fondato da Italo Balbo, che aveva la sede a pochi passi di distanza — e da Emma Buzzacchi, chiamata Mimì, artista e grafica per varie testate come la Rivista di Ferrara, per cui creava copertine all’avanguardia, con colori accesi e contrastanti. I coniugi furono animatori di un vero e proprio cenacolo culturale: Mimì – già incoraggiata nella sua carriera creativa da Filippo De Pisis — dipingeva e riceveva visitatori illustri, tra cui Arrigo Minerbi e Achille Funi, che proprio presso il villino realizzò i cartoni preparatori del grande affresco che tuttora si può ammirare all’interno della Residenza Municipale, “Il mito di Ferrara”, che occupa per intero le pareti della Sala dell’Arengo. La coppia al momento del trasloco in viale Cavour aveva già un figlio, Vieri, che diventò architetto segnando decisamente lo sviluppo cittadino negli anni Settanta, realizzando complessi di edilizia popolare a carattere socialista come il condominio Il Quartiere, in zona Foro Boario. Il fratello Folco Quilici, scrittore e documentarista, nacque nel 1930.
Durante la guerra Nello fu chiamato in Libia per tenere un diario del conflitto, ma morì tragicamente durante un’azione di volo, insieme a Italo Balbo, colpito a Tobruch nel 1940 da fuoco amico. Mimì e figli si rifugiarono in Val Brembana e nel 1945 si trasferirono a Roma. Vendettero l’abitazione alla famiglia degli attuali proprietari, e all’epoca l’acquisto fu considerato un vero e proprio investimento. Durante la Seconda Guerra Mondiale gli alleati americani colpirono violentemente questa porzione di città, tanto che furono distrutti sia i Bagni Pubblici che il condominio costruito accanto al villino, che venne comprato sinistrato e bisognoso di riparazioni.
Il giardino fu creato nel 1960, comprando al Comune un terreno di 60 metri quadri davanti all’edificio, impegnandosi a sistemarci una recinzione in linea con il tracciato della strada. Oggi qui crescono l’alloro, la betualla, le rose, la forsizia, le ortensie, le viole, la camelia giapponese, la magnolia, i cedri, il glicine che cinge i balconi, la clematis, l’ibisco, il gelsomino, la salvia e il magiciondolo.

ACCESSIBILE

Corso Biagio Rossetti 40

L’elegante edificio in mattoni vicino alla chiesa di San Maurelio è antico quanto la stesso luogo di culto: fu costruito in epoca rinascimentale per ospitare il convento dei cappuccini. Fu convertita in asilo nel 1869 e successivamente trasformata nella Casa dei Bambini, istituto ispirato al metodo Montessori. Nel 1947 fu trasformato ufficialmente in scuola d’infanzia comunale, la prima — e tuttora la più grande – dell’intera città, in grado di ospitare fino a 150 iscritti.
Al suo interno si trovano tre giardini, recentemente riqualificati grazie all’impegno congiunto dell’amministrazione, della Fondazione Niccolini, degli insegnanti e delle famiglie, che hanno organizzato mercatini di giocattoli usati per raccogliere parte dei fondi necessari. Il progetto per ridisegnare l’area è stato disegnato coinvolgendo i bimbi, che si sono impegnati nella misurazione dello spazio e hanno individuato quelli che, secondo loro, sarebbero stati gli spazi più adatti al gioco. I lavori, conclusi nel 2015, hanno portato alla creazione dell’orto e delle zone gioco diversificate, con una pedana in legno con funzione di anfiteatro. Il nome scelto per battezzare l’intera operazione, Giardino in Movimento, non è casuale: fa riferimento alle attività all’aria aperta, che si svolgono durante tutto l’anno, ma anche alla necessità di prendersi cura delle piante e del luogo in modo continuativo, senza fermarsi ai risultati raggiunti, continuando il percorso di ascolto e di valorizzazione avviato.
Oggi tra gli scivoli e le altalene crescono i tigli, i cipressi bianchi, i gelsi, gli abeti rossi, le querce, gli aceri, i bagolari, il caco, il salice cinese e la sofora, chiamata anche albero pagoda, e la koelreuteria, conosciuta anche come l’albero delle lanterne cinesi, per la stravagante forma dei suoi frutti. Tra gli arbusti, oltre alla siepe di fotinIa, vale la pena notare il labirinto costruito con la profumata deutzia e la spirea.

ACCESSIBILE CON ACCOMPAGNATORE: ingresso sconnesso e percorsi interni in ghiaia, in erba e terra battuta.

Corso Porta Mare 2

L’orto botanico dell’Università di Ferrara — chiamato originariamente Orto dei Semplici — è stato creato nel 1771, ma l’impegno dell’ateneo estense nello studio della botanica è testimoniato già dal 1391. Inizialmente l’istituzione si insediò nei giardini di Palazzo Paradiso, sede dell’attuale Biblioteca Ariostea, e nel 1772 — dopo un solo anno di attività — già contava 2.800 specie catalogate, tra piante indigene e piante esotiche. A fine Ottocento l’attività venne trasferita in via Scandiana, ritornò dopo una trentina d’anni a Palazzo Paradiso, si stabilì infine nel 1963 nella sede attuale, in corso Biagio Rossetti, nel giardino del cinquecentesco Palazzo Turchi di Bagno.
Qui oggi è possibile passeggiare e osservare le circa settecento specie raccolte, suddivise in quattro sezioni tematiche, disposte in tante aiuole dal contorno sinuoso e irregolare: sistematica, piante utili, giardini a tema, flora protetta. Tra prati alberati e basse siepi sempreverdi si snoda il lungo sentiero che permette ai visitatori di esplorare l’intero Orto, la cui superficie coltivata comprende da sola più di 4.500 metri quadrati di verde. Le serre adiacenti — fredda, temperata e calda — custodiscono gli esemplari che necessitano di un microclima particolare. Alcuni di questi durante l’estate vengono spostati all’esterno: costituiscono la quinta sezione tematica, quella delle piante esotiche. La funzione di questo luogo, gestito dal Sistema Museale d’Ateneo, è soprattutto educativa. Per questo oltre al giardino si presta particolare attenzione alla conservazione e alla promozione dell’erbario di piante essiccate, che dispone di oltre 16mila esemplari, che testimonia la ricerca svolta dall’ateneo nei secoli passati.

ACCESSIBILE

Via Armari 18

Palazzo Santini Sinz venne costruito verso la fine del Quattrocento, negli anni in cui si definì l’urbanistica dell’Addizione Erculea. Il retro della residenza all’epoca era occupato da un grande orto per la coltivazione di frutta e verdura. Delle molte trasformazioni subite dall’edificio nel corso dei secoli, la più significativa avvenne nel Settecento, quando su commissione della famiglia Massari vennero costruiti la torre e il monumentale scalone d’onore. In quell’occasione l’orto venne trasformato in un vero e proprio giardino, ricco di alberi e fiori, decorato da molte statue. La rappresentazione di Apollo assieme alla musa della musica Euterpe, che oggi si può ammirare inserita nella prospettiva neoclassica, in fondo al cortile, risale a quell’epoca.
Originariamente questa elegante architettura era collocata molto più lontano, a ridosso della Chiesa di Santa Maria dei Servi, delle Suore Orsoline: l’area verde infatti è stata notevolmente ridotta negli anni Sessanta, quando si decise di costruire via Contrada della Rosa, per collegare viale Cavour e via Colombara, oggi via Cosmè Tura. La prospettiva venne smontata, pezzo per pezzo, e ricostruita nella sua collocazione attuale, protetta dalla siepe di bosso e dall’ombra degli alberi.
Da notare il raro kiwi centenario che si incontra superato l’androne, sulla destra, arrampicato a ombreggiare la bella terrazza balaustrata al primo piano.

ACCESSIBILE: paletti e corda all’ingresso.

Via Alberto Lollio 15

Palazzo Aventi venne costruito a metà del XVI secolo per volere del duca Alfonso I per Laura Dianti, che fu la sua amante dopo la morte della seconda moglie, Lucrezia Borgia, e che probabilmente sposò in terze nozze.
La donazione del terreno avvenne nel 1524, e si dice che la vicinanza del Castello Estense con la nuova costruzione — chiamata all’epoca “palazzina della Rosa” — fosse funzionale all’incontro dei due: il duca pare si recasse dalla donna sfruttando un passaggio segreto. Qui Laura Dianti, conosciuta anche con lo pseudonimo di Eustochia, dopo la morte di Alfonso crebbe i due figli avuti da lui, la cui educazione venne affidata agli umanisti Giambattista Giraldi Cinzio e Pellegrino Morato. Si occupò di amministrare le sue proprietà — avendo ereditato anche la Delizia del Verginese — e si circondò di una vera e propria corte personale, frequentata da intellettuali e artisti.
In seguito la struttura divenne proprietà dei Bentivoglio, dei Bellagrandi, infine dei conti Aventi di Sorrivoli. Nel corso dei secoli l’edificio ha subito numerosi cambiamenti e ora la sua natura rinascimentale si può leggere esclusivamente nel prezioso soffitto ligneo rimasto nell’androne e in alcuni ambienti al piano terra. Il portale è stato realizzato nel Settecento, le decorazioni delle sale al piano nobile nell’Ottocento.
Da notare c’è sicuramente, oltre ai cassettoni decorati dell’ingresso, l’imponente lampadario in ferro battuto e, in giardino, i putti settecenteschi collocati vicino al grande bagolaro. Il glicine addolcisce l’atmosfera piuttosto severa della corte, protetta da un alto muro di cinta e osservata dalle costruzioni che più recentemente le si sono affiancate.

ACCESSIBILE dal portone carrabile da via Armari e ACCESSIBILE con accompagnatore via Lollio 15: da via Lollio è presente una soglia con doppio gradino in entrata e in uscita.

Piazzetta Sant'Anna

I n  p i a z z e t t a Sant’Anna c’è un giardino che vale la pena andare a salutare: è privato ma l’accesso è libero, si può sbirciare anche semplicemente passeggiando per via Boldini ma vale la pena entrarci. I suoi alberi crescono riparati da un chiostro abbastanza anomalo: un
superstite.
Nel 1304 qui venne costruito un convento di agostiniani, che un secolo dopo venne chiuso per ospitare – negli stessi ambienti — il primo nucleo dell’Arcispedale Sant’Anna.
Il nosocomio fu voluto nel 1440 dal Beato Giovanni Tavelli da Tossignano, all’epoca vescovo di Ferrara, per soccorrere i poveri e gli ammalati in un periodo caratterizzato purtroppo oltre che dalla peste anche da numerose alluvioni. Aperto nel 1445, l’ospedale ebbe tra i suoi ospiti più illustri — e sfortunati — lo scrittore Torquato Tasso, che fu rinchiuso in una cella nei sotterranei per ben sette anni, dal 1579 al 1586, colpevole di aver inveito contro la corte ducale in occasione delle nozze di Alfonso II d’Este. Lo scrittore venne segregato nelle stanze destinate ai malati di mente, inaugurate un paio di anni prima, perché ritenuto pazzo. Un trattamento forse non tanto crudele quanto può sembrare: pare che Alfonso II abbia inventato questo stratagemma per proteggere lo scrittore dall’Inquisizione, che gli fornisse direttamente i pasti dalle cucine ducali e che gli permettesse fitti rapporti epistolari. L’ospedale restò attivo fino 1930, quando venne spostato in corso Giovecca, e più recentemente nella frazione di Cona.

ACCESSIBILE: Piazzetta Sant’Anna 
NON ACCESSIBILE: Cella del Tasso 

Via Giorgio Byron 10

Questo giardino — la cui superficie supera i 2mila mq — originariamente apparteneva a un’area verde molto più estesa, di pertinenza di un grande palazzo del 1400 che ora non esiste più: Palazzo Fiaschi, edificio che sorgeva sull’area dove successivamente è stata realizzata via Byron, affacciato su via Garibaldi. La costruzione oggi conosciuta come Palazzo Spisani era all’epoca una sorta di dependance della più prestigiosa e ampia residenza principale, il cui scoperto comprendeva un giardino verosimilmente decorato e un’area produttiva coltivata a cereali — chiamata Orto Fiaschi — che raggiungeva corso Isonzo. Dei muri originali dell’antica dimora si è conservata un’unica porzione, riconoscibile dai grandi contrafforti. Del giardino resta l’elegante limonaia, al cui interno si trova oggi il ristorante Lemokò.
Probabilmente all’epoca quell’architettura era composta da più ambienti modulari, di cui restano solo vaghe tracce, che servivano a stipare gli attrezzi da lavoro e a ricoverare gli agrumi durante l’inverno. Oggi in questo tranquillo angolo di verde si incontrano bagolari, detti anche spaccasassi, robinie, lecci, noccioli. Incornicia l’ambiente la tradizionale siepe di alloro.

ACCESSIBILE

Via Mario Poledrelli 4

Spesso a Ferrara gli antichi palazzi abbracciano i giardini, nascosti come gioielli in uno scrigno.
Nel caso del villino liberty di via Poledrelli 4, costruito nel 1924, vale il contrario: è l’abitazione ad essere circondata dal verde. Soluzione che rispecchia la trasformazione che nei secoli ha coinvolto non solo l’architettura domestica ma più in generale il modo di concepire lo spazio familiare in relazione al contesto urbano.
Alla residenza si accede attraverso due ingressi, coincidenti con due filari di alberi. Sulla destra si trova un corridoio di carpino bianco, tipico delle pianure, accompagnato da cespugli di ortensie. Sulla sinistra un vialetto di tigli assieme a un sottobosco di edera e a una siepe di alloro. Lo spazio retrostante si chiude con un boschetto di bambù, la cui prospettiva sfrutta il verde delle proprietà adiacenti per amplificare la sensazione di lontananza dalla città. Nell’ampio prato si possono incontrare viole dorate e prunelle. Da notare come il camminamento prosegua idealmente nell’erba grazie al sottile tappeto di aiuga. Tra gli alberi svetta l’ippocastano, assieme al pruno rosso, al noce, al faggio, all’acero riccio e al platano con potatura alla francese.
Tra gli arbusti e le piante in vaso si trovano esemplari di peonie, di acanto, conosciuto soprattutto per la decorazione dei capitelli corinzi, e di cycas – simile alla palma ma proveniente dal Giappone, un vero e proprio fossile vivente che si è evoluto più di duecento milioni di anni fa. Tra le aiuole affacciate sulla strada si trova l’acero giapponese e il pino mugo, cresciuto come se fosse un bonsai.
Due opere d’arte contemporanea arricchiscono questo già splendido giardino: lo squillante murales dallo street artist Andrea Amaducci e la grande scultura in ferro e terracotta del maestro Sergio Zanni, intitolata Il cerchio della vita.

ACCESSIBILE: utilizzare l’ingresso sul lato sinistro.

Via Germano Manini 4

Il giardino di via Manini è un classico esempio di
verde borghese, ordinato e riservato: dietro la staccionata in cemento cresce la siepe di photinia che delimita il peri- metro della proprietà e garantisce l’intimità dello spazio, senza però creare una barriera troppo fitta con l’esterno. Questo tipo di cespuglio — facilmente riconoscibile per le sue foglie, che alternano il rosso e il verde — è diventato di moda in Italia soprattutto negli ultimi anni. La rigogliosa parete d’edera variegata e il vialetto in pietre di fiume, tracciato nell’erba del prato all’inglese, testimoniano interventi recenti. Vicino all’ingresso i grossi cespugli potati in modo regolare formano una nuvola rigogliosa; alcune piccole rose accompagnano in- vece gli ospiti verso l’ingresso principale.
L’eclettismo del giardino è sottolineato dalla presenza di specie relativamente tradizionali come la robinia, la magnolia e l’aspidistra, che convivono con un abete rosso, una piccola thuja e persino un’agave; un tocco di colore arriva dalle nandine e dal cotoneaster. La villetta
— edificata nel 1926 per Pier Felice Cricca, ingegnere capo del Consorzio di Bonifica — sorge su un lotto angolare nel cuore del Quartiere Giardino. Sulla costruzione originale, in pietra rossa e in stile liberty, svettava una torretta che purtroppo si staccò completamente durante la Seconda Guerra Mondiale, a causa dei bombardamenti. I danni resero necessaria la radica- le ristrutturazione che portò l’architettura all’aspetto attuale, che rispecchia il gusto tipico del primo Novecento, con elementi decorativi in finta pietra e numerose cornici. La balaustra a rettangoli del primo piano è un elemento particolarmente interessante, oggi quasi dimenticato.

ACCESSIBILE: il percorso del giardino ha una larghezza di cm. 80.

Via Capo delle Volte 56

Lungo la via più antica della città, questo grazioso giardino è situato all’interno di un palazzo medievale, ristrutturato negli anni Sessanta. Il disegno originale è italiano: lo spazio fu diviso in quattro sezioni con al centro una fontana — ora interrata — profonda circa un metro, con un alto zampillo centrale e i pesci rossi. Non c’erano alberi ma siepi e numerosi esemplari di aspidistra, chiamata anche pianta del ferro. Negli angoli stavano gli oleandri in vaso, custoditi durante l’inverno sotto l’androne, che grazie alle vetrate colorate funzionava come una vera e propria serra. Sopra ogni colonnina della balaustra in pietra si trovava un vaso decorato con il muso del leone, altri vasi simili – pieni di fiori — si trovano ancora sulla terrazza, dove una volta si stendevano i panni. Il nonno Fabio, che è nato e cresciuto qui, ricorda in particolare i mughetti voluti da sua mamma Maria, che in primavera profumavano l’aria. 
La parte di scoperto più vicina all’edificio era stata pavimentata affinché ci si potesse svolgere diversi lavoretti. «Il cortile è sempre stato racchiuso dal retro di varie abitazioni — racconta Fabio — perciò la vita che vi si svolgeva era quasi comunitaria e tutti sapevano di tutti. Si diceva anche che il nostro edificio ospitasse anticamente le stalle del vicino palazzo rinascimentale, detto al casarmòn, e che fuori, vicino alla turca comune, ci fosse una grande porta che consentiva il collegamento tra i due stabili».
Negli anni Settanta vennero piantati due pioppi che, crescendo, sovrastarono il tetto della casa e che recentemente si è dovuto tagliare per motivi di sicurezza. Oggi le quattro sezioni ospitano un acero, cespugli di lavanda e di alloro, ortensie e una palma ormai quindicenne, recuperata vicino a un cassonetto.

ACCESSIBILE CON ACCOMPAGNATORE: gradino in entrata di cm 12, percorsi interni di larghezza tra i 60 e 80 cm. (terrazzo non accessibile).

Via Piangipane 81

All’interno delle vecchie carceri di via Piangipane — attive dal 1912 al 1992, le stesse dove nel 1943 venne rinchiuso lo scrittore Giorgio Bassani — si trova oggi il Meis, Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah. La struttura è tuttora oggetto di un’imponente opera di riqualificazione.
Nel 2011 è stata ripristinata la palazzina affacciata sulla strada, originariamente destinata agli uffici del penitenziario. Nel dicembre 2017 si è potuto aprire al pubblico anche parte dell’ampio stabile posteriore, dove una volta si trovavano le celle dei prigionieri: in questi ambienti è stata allestita la mostra “Ebrei, una storia italiana. I primi mille anni”, curata da Anna Foa, Giancarlo Lacerenza e Daniele Jalla, visitabile fino al 16 settembre 2018.
Nello spazio all’aperto tra i due edifici è stato inaugurato nell’aprile 2017 il Giardino delle Domande, non un vero e proprio giardino ma un per- corso didattico originale e interessante, curato da Sharon Raichel e Monica Bettocchi. Sulla ghiaia che caratterizza il cantiere è stato predisposto un labirinto tematico dedicato alle erbe utilizzate nella cucina kasher. Le aiuole veticali, realizzate con supporti di legno disegnati ad hoc, accompagnano il visitatore alla scoperta dei piatti della gastronomia ebraica, suggerendo tre percorsi tematici da affrontare con curiosità e senza perdersi d’animo: il più facile è quello legato alla preparazione delle uova, l’intermedio al pesce, il difficile alla carne. Tra le scaffalature si incontrano piante di mirto, timo, lavanda, maggiorana e tante altre spezie ed essenze, scelte a partire da quelle no- minate nella Bibbia e accompagnate da quelle comprese nelle ricette tradizionali.

ACCESSIBILE

Via Piangipane 49

Nascosto all’interno di via Piangipane, questo
cortile fino al 1949 ha rappresentato un ritrovo imprescindibile per chi, dalla campagna, arrivava a cavallo in città. Lo stabile infatti ospitava l’officina del maniscalco e lo stallo dove gli animali potevano riposarsi ed essere nutriti.
Oggi invece è la casa museo del signor Angelo, che ha iniziato nel dopoguerra a lavorare come birocciante e con la diffusione delle automobili è diventato trasportatore. È raro trovare uno spazio così plasmato dalla passione e dalla curiosità di chi lo abita: Angelo negli anni ha raccolto oltre duecento suppellettili legati alla tradizione artigiana e contadina di Ferrara, che ha organizzato in una esposizione permanente che si sviluppa in verticale sulla parete del giardino. Incorniciano questo particolare museo all’aria aperta piante di zucca, alberi di ciliegio e di pesco, gerani e rose.

ACCESSIBILE

Via delle Pescherie Vecchie 5

Anche lungo la rumorosa via Carlo Mayr, arteria
nevralgica della vita notturna ferrarese, si possono incontrare inaspettate oasi di pace. Basta imboccare una traversa e infilare la parallela via Pescherie Vecchie, aprire un portone — quello giusto — e dimenticarsi della realtà circostante. Il giardino è romantico e ingombrante, quasi una piccola selva domestica, senza prato ma con un rigoglioso sottobosco fiorito, punteggiato dal viola dei giacinti selvatici. Sulla sinistra svetta un altissimo alloro, cresciuto in verticale, al centro si trova un rusticano — figlio di un rusticano più anziano, che oggi non c’è più — accompagnato da tre ippocastani e un grosso ailanto La tranquillità che si respira oggi in questo quieto angolo di verde non lascia trapelare gli sconvolgimenti vissuti durante la Seconda Guerra Mondiale, tuttavia qualche traccia della sto- ria è rimasta. Sotto il sentiero centrale si trova ancora il rifugio costruito per proteggere gli inquilini e gli abitanti del quartiere dai bombardamenti aerei. Una targa fuori dall’edificio testimonia un’altra importante funzione che ebbe questa casa durante l’occupazione delle truppe alleate: il medico Raoul Testa, proprietario dell’abitazione, nel 1945 custodì qui il dispensario antitubercolare di cui era direttore, spostandolo per sicurezza dalla sede originale di via Mortara.

NON ACCESSIBILE: si può accedere al cortile interno con accompagnatore ma il giardino non è accessibile sono presenti n. 3 gradini e il sentiero è in ghiaia.

Via Giuoco del Pallone 15

I giardini di via Giuoco del Pallone si intrecciano
e si rincorrono tra i vuoti e i pieni delle antichissime case appartenute alla famiglia Del Sale, acquistate nell’Ottocento dalla famiglia Minerbi, da cui il doppio nome. All’interno del palazzo — nel Salone dei Vizi e delle Virtù e nella Sala degli Stemmi — è custodita una serie di magnifici affreschi realizzati sul finire del Trecento, simili a quelli del Battistero di Padova, preziosissimo esempio di arte pre-rinascimentale, attribuito a un seguace di Giotto, Stefano da Ferrara. Tanta bellezza è stata riscoperta solo negli anni Cinquanta, grazie all’impegno di Giuseppe Minerbi, che restaurò su progetto dell’architetto Piero Bottoni l’edificio al civico 15, e chiese di costruire tra i cortili e i giardini una sorta di passaggio aereo coperto, per permettere agli studio- si interessati agli affreschi di andare e venire senza disturbare. Oggi il passaggio è ancora visibile ma è stato chiuso l’accesso. Il complesso al civico 15 è passato nel 1995 al Demanio, poi acquistato in parte dal Comune e in parte dalla Soprintendenza, mentre al civico 23 abitano diverse famiglie — tra cui parte della famiglia di Giulio Minerbi.
Gli scoperti attualmente sono tre: due cortili e un giardino.

IL CIVICO 15
«L’aspetto dell’insieme è di grande squallore, non dissimile a quello che si riscontra in tante altre antiche e belle case ferraresi, oggi degrada- te a rudere o tugurio», così nel 1963 descriveva Bottoni il primo cortile, che cercò di valorizzare recuperando l’architettura quattrocentesca, scoprendo i basamenti dei pilastri ottagonali e ricordando — tramite una fontana — i resti di una vecchia cisterna. L’architetto pensava potesse essere una vasca per lavare la biancheria, per macerare la canapa oppure un abbeveratoio per cavalli. Per accedere al secondo cortile, quello con il pozzo e il lastricato in sassi di fiume, si oltrepassa il cancello in ghisa fusa, di stile gotico romantico.

ACCESSIBILE CON ACCOMPAGNATORE: piccoli gradini (tra i 4 e i 10 cm) in ingresso e all’inteno del giardino.

Via Giuoco del Pallone 23

IL CIVICO 23
Al giardino vero e proprio si accede
attraverso un atrio in legno decorato, austero ma non tetro.
Nella leggera oscurità il bagliore della porta a vetri invita verso la luce di un piccolo paradiso. Qui l’attenzione viene subito catturata dalla cascata vegetale dell’anziana sophora, che sorregge il peso dei troppi anni appoggiandosi alla gabbia di ferro che la circonda, e sul poderoso frammento di lapide adagiato a terra. Addossate ai muri stanno alcune rose rampicanti, di cui una si prodiga in eccezionali contorsionismi del tronco, quasi a voler raggiungere i boccioli delle compagne più giovani. Oltre la rete si vedono le chiome di alcuni grandi alberi che suggeriscono l’idea di uno spazio originale più arioso e vasto. Da notare il porticato — attualmente chiuso da una vetrata — sorretto dalle tre arcate in cotto: sui semicapitelli laterali si può ancora vedere lo stemma della famiglia Del Sale, mentre le formelle dell’archivolto centrale sono decorate con delle foglie.
Il pregio della dimora è esaltato dalla finezza del giardino che abbina specie comuni come l’oleandro, l’alloro, gli iris, la thuja e l’ortensia ad altre più ricercate, come il calicanto, l’edgeworthia o il lillà delle Indie. Affacciandosi da una finestra o da uno dei tanti balconi diventa ancora più evidente l’armonia del verde, impreziosita dai numerosi vasi, dalle belle gerle e dalle vestigia architettoniche disposte ad arte per formare una bianca isola di antichità. Le varie aree si distinguono per piccoli dislivelli, non progettati ma sapientemente modellati dalle stratificazioni del tempo, dov’è possibile riscoprire il tempo dell’otium.

ACCESSIBILE

Via Terranuova 25

La storia di questo antico palazzo è abbastanza
dibattuta: spesso racconti e fonti divergono sui proprietari e sugli interventi svolti.
Nel 1600 sembra essere stato abitato dalla famiglia Berni, come testimonierebbero le sigle degli stemmi decorati sui capitelli della loggia, sui pulvini del portale e sul pozzo. L’impianto del giardino sicuramente risale agli inizi del Novecento, quando la famiglia Scroffa acquistò l’immobile e unificò tre numeri civici per realizzare una sola residenza. È a quell’epoca che risalgono gli alberi più anziani: l’imponente ginkgo biloba e lo spettacolare — oltre che insolitamente longevo — albero di Giuda. La circonferenza del suo tronco misura più di quattro metri, per questo l’esemplare ferrarese è uno tra i più grandi conosciuti in Europa. Fiori, rampicanti e arbusti riempiono di colori e profumi lo spazio attorno. Le numerose varietà di rose sono state selezionate affinché ad ogni stagione dell’anno possa corrispondere una fioritura diversa. Le accompagnano glicini, sicomori, peonie, agapanti, nasturzi, tulipani, camelie, ortensie, gardenie, bignonie, orchidee cymbiudium e gelsomini.
Il Conte Scroffa oggi si occupa personalmente di custodire e curare questo piccolo tesoro verde.
Sua sorella Ludovica invece, appassionata pittrice, dipinge le proprie opere utilizzando le foglie raccolte.

ACCESSIBILE: dopo il loggiato è presente un percorso in ghiaia.

Via Terranuova 12

Un piccolo, delizioso e curatissimo giardino-pensatoio è stato ideato nello sghembo cortile interno di un’area storicamente nobile. Si tratta del complesso edilizio che fin dal XVI secolo sorge tra via Romei, dov’era situato il fronte principale, e via Terranuova, in un’area che la cartografia storica attribuiva ai conti Romei e che successivamente passò ai Conti Cicognara. Col passare del tempo vari proprietari rimaneggiarono il fabbricato: venne ampliata la facciata su corso Giovecca, con un portone utilizzato per accedere al giardino interno, e durante l’Ottocento il frazionamento della proprietà scorporò tra varie famiglie i numerosi ambienti — gli interni, il loggiato, la corte, la stalla e il fienile. Nel 1923 i locali affacciati su via Terranuova vennero acquisiti dalla famiglia Zanardi, che trasformò i magazzini in abitazione; in quegli stessi locali per lungo tempo, a seguito di ulteriori cessioni, lavorarono i tipografi della stamperia comunale.
Oggi è quasi impossibile ricostruire, semplicemente osservando l’architettura, la storia variegata di questo luogo. Dall’antico ingresso si accede alle sale gestite del Centro Documentazione Donna, che ospitano una biblioteca di genere e numerosi incontri, corsi e conferenze sul tema della condizione e dell’emancipazione femminile.
Sono le socie del centro ad aver recentemente riqualificato il cortiletto interno: un piccolo spazio stretto tra le case, individuabile nelle mappe storiche già nel Settecento, che oggi è diventato un accogliente giardino-pensatoio dove organizzare iniziative culturali, recite, letture a cielo aperto, tra le rose gialle rampicanti.

ACCESSIBILE CON ACCOMPAGNATORE

Corso della Giovecca 148

Il parco che accompagna la Palazzina del Comandante è un luogo dalla storia complessa e poco conosciuta, nonostante si trovi in pieno corso Giovecca, una delle principali arterie di traffico cittadino.
Da pochi mesi accoglie un nuovo studentato gestito dalla Fondazione Falciola. Nel suo passato più recente troviamo la sede della fondazione Hermitage Italia, per la cooperazione culturale fra Italia e Russia, e alcuni servizi di segreteria legati all’Università. Ripercorrendo i decenni a ritroso si scoprono utilizzi decisamente originali, oltre che dimenticati dai più: per un periodo imprecisato a cavallo della Seconda Guerra Mondiale si insediarono qui i gabinetti di pediatria dell’ospedale Sant’Anna, chiamato già in epoca rinascimentale – per sottolineare la sua grandezza ed efficienza — Arcispedale. Nei primi decenni del Nove- cento nel campo della pediatria l’Arcispedale si distinse per essere tra le istituzioni italiane più all’avanguardia: i suoi medici si impegnarono per sviluppare metodi di cura più accoglienti e familiari e prestarono particolare attenzione all’organizzazione dei reparti, prevedendo delle sale dove alle madri era concesso di rimanere accanto ai figli degenti.
Oggi l’unica traccia di questa destinazione sanitaria è abbastanza macabra: si tratta della casupola in fondo al giardino, invisibile dalla strada, dove venivano eseguite le autopsie. Ingombra di suppellettili, raccolta attorno al lettino autoptico, sopravvive nascosta come un ricordo troppo scabroso per essere rimosso.
All’esterno le chiome dei grandi alberi si uniscono a quelle del vicino Parco Pareschi, dimostrando l’età di un giardino non antico ma certamente maturo, dove crescono i platani, gli ontani, i tigli, il tasso, l’abete rosso e il pino strobo, assieme agli allori e alle siepi di lauroceraso. L’esemplare più caratteristico è un anziano carrubo il cui tronco è addossato alla recinzione: i frutti nerastri che cadono sul marciapiede sono una presenza nota per il passante abituale.

ACCESSIBILE

Via delle Vecchie 11

In via Vecchie, non distante dall’antica bottega del pittore Cosmè Tura, si trova un giardino segreto discreto e tranquillo, ricco di piccole meraviglie. Per accedervi bisogna attraversare l’androne di uno splendido palazzo quattrocentesco: il legno del soffitto a cassettoni lascia ancora intravedere gli stemmi nobiliari della famiglia che qui risiedeva. Superato il corridoio lo spazio si allarga: sulla destra si trovano le tracce delle antiche stalle, sulla sinistra invece un’armoniosa scalinata su base circolare, che sale a incontrare la nicchia incastrata sotto il volto e si sdoppia per proseguire verso gli appartamenti. «I balconcini vicino all’ingresso fanno pensare a un loggiato, sarebbe bello riaprirli — racconta Alberto, che si è trasferito qui da pochi anni e si sta impegnando per restaurare al meglio la bellezza dell’edificio.
Gli oblò posizionati ai lati della scala una volta erano finestrelle, anche quelle purtroppo sono state chiuse». La statua al centro della nicchia potrebbe essere un’allegoria della primavera, rappresenta una ragazza nuda decorata di fiori, «viene da un giardino di corso Ercole I d’Este, quella originale è stata rubata tanto tempo fa».
Dai vetri colorati della porta in ferro battuto filtra la luce del sole: da lì si accede al giardino. La soglia è sormontata da una balaustra, dove si arrampicano le rose rosse. Sulla destra si incontrano i cespugli di ortensie, l’acero, due piante di arancio, un limone e un melino. In fondo il grande tasso. A sinistra, infilati nella siepe di gelsomino, si possono ancora vedere i tre grandi abbeveratoi in pietra usati per dissetare i cavalli. Da notare, allineati alla parete della casa, le antiche colonne del loggiato.

ACCESSIBILE

Via Zemola 19

Via Zemola è raccolta e quieta, poco frequentata, eppure è tra le vie più interessanti di Ferrara. Innanzitutto deve probabilmente il suo nome a Monte Gemola, sui Colli Euganei, luogo scelto da Beatrice d’Este nel XIII secolo per fondare il proprio monastero — la toponomastica suggerisce quindi una relazione diretta con l’antico ducato. Inoltre in questa via si narra siano accaduti addirittura tre miracoli: nel 1200 quello di Sant’Antonio da Padova, che risolse un caso di presunto adulterio facendo parlare un bambino nato da pochi giorni; nel 1400 quello del fazzoletto ricamato di Beato Tavelli da Tossignano, che venne perso e magicamente ritrovato dal fattore incaricato di aiutare una donna molto povera che abitava nei dintorni, in procinto di partorire; nel 1800 quello del neonato caduto da un palazzo di otto metri e rimasto illeso, attribuito alla Madonna dei Facchini, statuetta di origine probabilmente cinquecentesca che ancora oggi si può osservare a metà della strada.
La piccola corte di via Zemola 19 si trova proprio a due passi dalla nicchia: il palazzo che l’accoglie è un luogo fresco e tranquillo, ricco di storia come il quartiere in cui è inserito. Le finestrelle gotiche collocano la sua costruzione tra il 1200 e il 1300: col passare dei secoli l’architettura è stata più volte ampliata e trasformata, ma il primo nucleo è senza dubbio medievale. A sinistra dell’ingresso, sotto l’alto soffitto a cassettoni, si trova una porta prelevata da chissà quale monastero, con lo spioncino basso vicino alla croce centrale. Altri reperti si trovano sparsi qua e là, appesi ai muri, vicino alla scalinata che sale verso le abitazioni, accanto ai balconcini in ferro battuto. «La maggior parte di queste decorazioni vengono da un bellissimo palazzo che si trovava qua di fronte, dove adesso c’è la Pizzeria Pippo — racconta un inquilino.
Durante la guerra è stato bombardato, le macerie sono rimaste a terra per dieci anni. Di quello che c’era una volta non è rimasto praticamente niente, solo il soffitto con gli affreschi del Cinquecento, che adesso si trova all’interno della pizzeria».
La corte di via Zemola è dominata dalla florida bignonia che si arrampica alle pareti, attorno al perimetro stanno le felci e tante piante decorative, coltivate in vaso. Rappresenta un elegante e affascinante esempio di verde urbano.

ACCESSIBILE

Via Pergolato 4

Il monastero del Corpus Domini fu fondato nel 1406.
Originariamente comprendeva l’intero isolato fino a casa Romei, donata dal banchiere Giovanni. Danneggiato nel 1665 a causa di un incendio, che sembra sia divampato la notte di Natale partendo proprio dal presepe, e più volte rimaneggiato, oggi le dimensioni del complesso sono ridotte rispetto al passato ma è tuttora abitato da dodici suore clarisse. É uno dei tre conventi di clausura di Ferrara e ha una storia importante, legata alla famiglia Estense e alla figura di Santa Caterina Vegri, una giovane nobile che nel 1426, all’età di tredici anni, abbandonò il lusso della corte per dedicarsi alla religione.
La santa fu una donna molto colta e amante delle arti. Tra gli episodi più significativi della sua vita, come lei stessa riporta nei diari, viene ricordato il miracolo del pane, avvenuto nel 1448. Caterina racconta che spettava a lei il compito di infornare il pane, ma una volta messo in forno l’impasto suonò la campana che annunciava l’inizio della predica del santo padre. Lei pregò Cristo di occuparsi del pane perché la predica durò più di quattro ore e le suore erano sicure che si sarebbe bruciato, invece una volta tirato fuori dal forno si rivelò fragrante e profumato. Per ricordare l’evento le clarisse una volta all’anno in marzo cuociono il pane nell’antico forno, utilizzando per l’impasto l’acqua del pozzo, fatta bollire.
Gli Este amavano particolarmente il convento, che sostenevano con frequenti donazioni, e Lucrezia Borgia scelse questo posto silenzioso per riposarsi dopo un parto prematuro a seguito del quale aveva perso una bambina. Oltre alla sua tomba, dietro al coro della chiesa, vi sono anche quelle di Ercole I, Eleonora d’Aragona, Ercole II, Lucrezia de Medici e Alfonso II d’Este, l’ultimo duca di Ferrara. All’interno del luogo di culto — le cui decorazioni sono state completamente riviste nel 1770 — vale la pena soffermarsi sull’affresco che raffigura la Gloria di Santa Caterina Vegri.
Nel giardino si trova il piccolo cimitero delle clarisse.

ACCESSIBILE

Via Ugo Bassi 23

Benvenuti nel giardino più equivocato di Ferrara.
Vox populi vuole che l’imponente magnolia centrale, la stessa che si vede svettare all’angolo tra via Ugo Bassi e via Cisterna del Follo, sia il celebre esemplare descritto da Giorgio Bassani nella poesia Le leggi razziali: “Costretta fra quattro impervie pareti / piuttosto prossime crebbe / nera, luminosa, invadente, / puntando decisa verso l’imminente cielo / piena giorno e notte di bigi passeri”.
La casa natale dello scrittore si trova nello stesso complesso architettonico, ma l’albero che osservava dalla finestra non è questo, si trova in un cortile interno, invisibile dalla strada.
«C’è sempre qualcuno che citofona per vedere la famosa magnolia — racconta Federica, che abita qui assieme alla sua famiglia —. Mio padre, è lui che ha comprato la casa, accoglieva con piacere i curiosi ma gli diceva: questa non è la magnolia di Bassani, è la magnolia di Veronesi». E sebbene non le siano state dedicate liriche e nemmeno sia stata citata in romanzi e racconti, rappresenta sicuramente un essere vivente degno di rispetto e attenzione. Inserita in una aiuola rotonda, tappezzata di viole, è la protagonista assoluta di questo spazio.
«Quando ci siamo trasferiti qui, negli anni Settanta, abbiamo dovuto farci largo attraverso un metro e mezzo di foglie cadute, perché la casa era rimasta chiusa per una decina di anni e nessuno si era preoccupato di portarle via. Poi ci siamo rivolti a un agronomo che ci consigliò di fertilizzare il terreno con del verde rame. Ne comprammo tantissimo, da diluire nell’acqua, e lo versammo non solo nell’aiuola ma dappertutto. Solo che dopo qualche giorno la pianta diventò completamente gialla. Quando me ne accorsi chiamai di corsa mio fratello e mia mamma, stavamo tutti qua attorno a guardarla sgomenti, non sapevamo come dirlo al papà. Per fortuna poi abbiamo scoperto che era tutto a posto! Il verde rame ha velocizzato l’invecchiamento delle foglie già presenti, che sono cadute tutte assieme per fare posto alle nuove. Adesso ogni due anni organizziamo la potatura, assieme agli operatori che fanno tree climbing».
Una nota curiosa: i lampadari a gocce, in cristallo, appesi al bambù e agli altri arbusti vicini al muro di cinta.

ACCESSIBILE CON ACCOMPAGNATORE: sono presenti gradini all’ingresso

Via Ugo Bassi 21

Un giardino piccolo ma estremamente vivace e
ricco di storia. La corte rettangolare si raccoglie all’interno di un palazzo di grande fascino, costruito nel 1496 e recentemente ristrutturato. Una targa spiega come l’area fosse anticamente inclusa negli orti di Ca’ Bianca. Osservando le pareti si possono immaginare le tante funzioni che la struttura ha avuto modo di ospitare: spicca l’intricato disegno prodotto dalle antiche aperture, poi richiuse: una moltitudine di archi, finestre, logge e porte, intervallate da formelle, targhe ed elementi decorativi.
«È come se fosse stato crivellato», racconta Federica, la proprietaria, architetto e restauratrice. «Un mio vecchio professore dell’università l’avrebbe definito: effetto carta geografica». La casa è stata acquistata da suo padre nel 1972, ma all’epoca lo scoperto aveva un aspetto ben diverso:
«ci abitavano due fratelli ma forse non andavano molto d’accordo, dove adesso c’è l’erba lo spazio era stato cementato e diviso in due da un muro che passava esattamente dove ora si trova il sentiero centrale. Ci tenevano i polli qui». La decisione di ripristinare il giardino fu sostenuta dalla nonna, che scelse di piantare le palme e per lunghi anni si occupò di custodire e curare fiori e aiuole.
Oggi lo spazio è diviso in due quadranti, affollati di piante e arbusti come la camelia, l’ortensia e la gardenia. Le curiose lampade posizionate tra i rami sono state realizzate artigianalmente da Federica. Entrando, sulla sinistra vicino al gelsomino, le tracce di un grande arco si intravedono sotto il ballatoio. «Quell’arco è stato il cruccio di mio padre, non capiva quale fosse stata la sua funzione. Sicuramente non riguarda strutture abitative». In collaborazione con l’Ufficio Ricerche Storiche del Comune di Ferrara, condotto da Francesco Scafuri, Interno Verde ha provato a capire l’origine della struttura: l’ipotesi più verosimile è che l’arco appartenga all’antica Porta di Santa Maria del Vado, inserita nelle mura medievali che vennero distrutte a metà del XVI secolo per costruire l’Addizione Erculea, voluta da Ercole I d’Este per ampliare l’area urbana. Osservando la tavola 128 pubblicata nel volume “Ferrara nel medioevo”, curato da Anna Maria Visser Travagli, si scopre infatti che la casa è perfettamente allineata rispetto al percorso delle antiche mura, in corrispondenza della porta scomparsa.

ACCESSIBILE CON ACCOMPAGNATORE: sono presenti gradini all’ingresso

Via Ugo Bassi 30

Il giardino all’angolo tra via Ugo Bassi e via Savonarola appartenne a numerose importanti famiglie ferraresi: ai Trotti, agli Alfonsini, ai conti Rondinelli, ai conti Lucchesini, e infine ai conti Giglioli, antichissima casata nobiliare che affiancò e accompagnò gli Este nel loro percorso alla conquista di Ferrara. I Giglioli furono tra le tredici famiglie che supportarono l’ascesa della dinastia veneta, e la loro fortuna fu strettamente legata al servizio offerto. Si distinsero come abili amministratori, incaricati in ruoli pubblici di delicata importanza e responsabilità. Non ebbero la risonanza dei Contrari, dei Turchi e dei Bentivoglio ma la loro azione, direttamente rivolta all’amministrazione, li rese velocemente molto potenti.
Oggi la proprietà è frazionata: parte è rimasta agli eredi, parte è stata recentemente venduta. Per avere un’idea di quello che può essere stata in passato — quando anche la facciata del palazzo risplendeva, affrescata con le vedute paesaggistiche e le decorazioni monocrome di Gerolamo da Carpi — bisogna osservare attentamente e allo stesso tempo lasciar correre la fantasia. Dal giardino, oltre la rete, si vede il retro della costruzione e quello che resta del grande parco, chiamato su alcune mappe da San Francesco, le cui dimensioni in epoca medievale erano decisamente importanti. La famiglia Giglioli vi si trasferì nell’Ottocento, quando decise di tornare a vivere a Ferrara dopo i lunghi anni trascorsi nel feudo di Serravalle, dove aveva ripiegato nel 1598, anno in cui gli Este furono costretti a trasferire la corte a Modena. Nel 1848 qui fu ospitato il barnabita centese Ugo Bassi, patriota del Risorgimento, accolto dalla contessa Carolina Cicognara Giglioli.
Il giardino oggi si caratterizza per i camminamenti sinuosi, che descrivono aiuole ben curate. Uno spazio verde che solo pochi decenni fa appariva molto differente. Alberi di grande stazza garantivano a tutto il parco una gradevole ombreggiatura: a testimoniarlo rimangono sul- la sinistra gli imponenti alberi di Giuda, oltre la rete, e i cespugli di aucube. Ora un piccolo canneto, arbusti e alberi di ulivo decorano le aiuole insieme ai roseti.
L’abitazione subito sulla destra rispetto all’ingresso era, fino a qualche decennio fa, abitata dal personale che curava le necessità del palazzo. In fondo trovavano posto le stalle. La struttura alla sinistra della volta merlata era occupata al piano superiore da una piccionaia e al piano terra da una limonaia, per preservare le piante nei mesi più freddi. In fondo sulla de- stra il pollaio è stato riadattato a orto, coltivato a pomodori e calle.
Un dettaglio da osservare: sul muro di cinta che costeggia via Ugo Bassi, vicino all’incrocio con Via Madama, si vedono tre finestrelle da seminterrato, molto simili tra loro, senonché quella centra- le presenta un’inferriata un po’ discorde. Indizio che proprio da quel pertugio, nei se- coli, veniva riversato il carbone dentro il palazzo, caricato su una rotaia e trasportato al centro della grande residenza, per scaldare gli umidi inverni ferraresi.

ACCESSIBILE CON ACCOMPAGNATORE: piccolo gradino in entrata e in uscita, i percorsi sono in ghiaia.

Corso della Giovecca 170

In epoca rinascimentale la comunicazione tra
Palazzo Schifanoia, Palazzo Bonacossi e questa Palazzina — che prese il nome dalla sua proprietaria, la principessa Marfisa d’Este — avveniva attraverso i giardini, lungo percorsi immersi nella vegetazione, che assieme componevano uno scenografico disegno urbanistico. Oggi è scomparso quell’affascinante sistema verde, chiamato all’epoca Casini di San Silvestro, ma il giardino della residenza nobiliare, sebbene ridotto nelle dimensioni, non ha perso il proprio fascino.
Quando si entra da corso Giovecca l’attenzione va subito alla vera da pozzo quattrocentesca, scolpita con gli stemmi estensi, circonda dal ginkgo, dal cedro dell’Atlante — varietà glauca — e dalla magnolia. Poco oltre questo angolo ombroso si estende il prato, chiuso a sud da una siepe e bordato da alcune palle di cannone in macigno provenienti dal Castello Estense. Nella par- te più orientale macchie di alloro si addensano attorno alla fontana, dominata dalla statua di un putto — l’originale, in bronzo, opera dello scultore ferrarese Giuseppe Virgili, si trova all’interno della palazzina. Magnolie e allori incorniciano la bella Loggia degli Aranci — voluta da Francesco d’Este nel 1560, padre di Marfisa — che si è conservata nell’angolo sud-orientale. Questo ambiente porticato, dalla volta fittamente decorata a tralci di vite con uccelli e animali, un tempo veniva utilizzato come serra e per ospitare spettacoli e rappresentazioni. Collegata alla loggia si trova l’antiloggia, semiaperta, con un grazioso soffitto affrescato con amorini musicanti. Da qui si accede alla Sala della Grotta, sulle cui pareti si possono ammirare scene di caccia e pesca, che richiamano le vedute della campagna ferrarese. L’impianto contemporaneo è stato realizzato nel 1937 dall’ingegnere Carlo Savonuzzi, che introdusse le aiuole di bosso e le vasche d’acqua.

ACCESSIBILE: i percorsi interni sono in ghiaia, terra battuta ed erba.

Via Cisterna del Follo 5

Palazzo Bonacossi venne costruito nel 1469 per volere di Borso d’Este, assegnato al fuoriuscito fiorentino Diotisalvi Neroni. Nei secoli vide passare diversi proprietari e numerosi interventi, l’aspetto attuale risale all’epoca di Francesco d’Este, che volle acquistarlo per congiungerlo direttamente, tramite il boschetto, a Palazzina Marfisa. Un passaggio sul fronte sud permetteva l’accesso, sempre attraverso il verde, anche a Palazzo Schifanoia. Acquistato dal Comune nel 1911, nel 1940 l’edificio venne utilizzato per accogliere le famiglie povere, poi destinato a magazzino, infine recuperato e restaurato.
Oggi ospita la direzione dei Musei civici di arte antica, la fototeca e il Museo Riminaldi. L’antica residenza nobiliare non possiede un vero e proprio giardino ma una corte interna, rialzata, il cui prato è diviso in quattro sezioni con un camminamento a croce centrale, chiuso da due colonnati aperti.

ACCESSIBILE: per l’accesso al museo chiedere al personale l’attivazione dell’elevatore

Via Aurelio Saffi 15

La casa di via Saffi risale all’inizio del Novecento,
ma il giardino è molto più antico: una volta infatti si estendeva da qui fino a corso Giovecca un grande parco di un ettaro e mezzo, diviso in tre parti nel 1974. La residenza che in origine vi si affacciava (e comprendeva l’abitazione attuale fino al supermercato) oggi non esiste più ma un suo vecchio lampadario in vetro colorato, un tempo collocato nell’androne, è stato conservato e si può scovare tra gli alberi.
I sentieri che attraversavano l’area erano due, c’era il vialetto del piacere, che andava fino al pozzo e al giardino fiorito, e il vialetto del lavoro, tramite il quale si andava verso le vigne e i campi da coltivare. Di quei tempi resta una traccia per l’occhio attento: da via Cisterna del Follo, guardando verso il civico 19, si può notare la vecchia porta del fieno, ovvero la finestrella stretta dalla quale si buttava nel fienile quanto andava raccolto. Questo fu l’ultimo fienile attivo in centro a Ferrara, utilizzato per i cavalli che trainavano le carrozze.
Nel frazionamento della proprietà qui è rimasta la vecchia siepe di bosso, che risale alla fine del Settecento, accompagnata da alberi e arbusti più giovani: l’arancio, il carpino bianco, l’oleandro, la magnolia giapponese, la mimosa, le camelie, le begonie, il gelsomino e le cycas. Non mancano le piante officinali, che il genero degli attuali proprietari, chef di professione, utilizza in cucina.

ACCESSIBILE: percorsi in terra battuta e in erba

Via Aurelio Saffi 44

Dove una volta cresceva il boschetto che collegava Palazzina Marfisa a Palazzo Bonaccossi oggi si incontra il Tennis Club, luogo imprescindibile per capire la Ferrara del Novecento. Il terreno nel secolo precedente era stato destinato alla coltivazione, diviso tra orto e frutteti, per la produzione di mele, pere e albicocche, arricchito qua e là da cespugli di lavanda e rose. Quando nel 1929 il Comune concesse la realizzazione del centro sportivo buona parte della sua superficie era già da tempo abbandonata all’incuria. Il club
— grazie al progetto dell’ingegnere Carlo Savonuzzi — ripristinò questo angolo di verde, inserendo in una cornice rigogliosa e tranquilla i quattro campi da gioco, e sfruttando l’antica Loggia del Cenacolo, addossata a Palazzo Bonacossi e più volte rimaneggiata, per ospitare gli ambienti dedicati al ristoro dei tennisti.
L’atmosfera che si respira in questo giardino è particolarmente quieta e suggestiva, densa di storia: qui sfidavano gli amici il regista Michelangelo Antonioni e lo scrittore Giorgio Bassani, che senza dubbio si ispirò alle tante partite disputate al club per descrivere i giovani giocatori, protagonisti del romanzo Il giardino dei Finzi-Contini.
Nel 1938, con la promulgazione delle leggi razziali, Bassani e tutti i soci di religione ebraica dovettero abbandonare il circolo, che chiuse la propria attività durante la guerra, quando i campi vennero usati dalle truppe tedesche come maneggio per i cavalli.
Oggi allo scrittore è dedicata una coppa e una sua fotografia — in tenuta bianca e brillantina — è conservata sotto al pergolato.

ACCESSIBILE: i percorsi interni sono in ghiaia, terra battuta ed erba

Via Scandiana 21

Palazzo Schifanoia è uno dei luoghi simbolo del
capoluogo estense, celebre a livello internazionale per l’affresco rinascimentale dedicato al Ciclo dei Mesi. L’edificio fu costruito per volontà di Alberto V d’Este a partire dal 1385, pensato come dimora di rappresentanza e svago: la parola Schifanoia infatti deriva letteralmente da “schivar la noia”. L’ultimo ampliamento risale al 1493, progettato da Biagio Rossetti.
Lo splendido giardino, chiamato Giardino dell’Amore, racchiude un vero e proprio patrimonio vegetale, composto da diverse specie di arbusti e alberi per lo più ornamentali, disposti in modo naturale, quasi romantico. Sulla destra si incontrano gruppi di noccioli e una betulla, la parte centrale è dominata dalla grande magnolia stellata e dallo storace americano, a sinistra gli olmi. Tra gli esemplari più amati e ammirati c’è senza dubbio il grande ciliegio, che contribuisce a rendere magica l’atmosfera.
Questo luogo tranquillo, quasi incantato, negli ultimi anni è stato particolarmente apprezzato dai turisti stranieri perché proprio all’ombra dei suoi alberi la scrittrice scozzese Ali Smith ha trovato l’ispirazione per scrivere l’originale romanzo “L’una e l’altra”, best seller di rilevanza internazionale, pubblicato nel 2016.

ACCESSIBILE

Via Borgovado 7

Il chiostro di Casa Betania oggi è un parco giochi
allegro e sicuro: le mamme stendono i panni al sole vicino all’elegante pozzo centrale, i piccoli scorrazzano sulle biciclette nel tradizionale sentiero a forma di croce che ripartisce le aiuole. Qui abitano donne italiane e straniere, in difficoltà e quindi accolte assieme ai loro figli dalla Caritas. Dove una volta i frati coltivavano l’orto, ora si cucina mescolando aromi e tradizioni, si cullano i neonati con filastrocche che vengono da tutto il mondo.
La struttura ha una storia antica: fu costruita nel 1477 per volere di Ercole I d’Este, per ampliare il vicino convento affidato ai Canonici Regolari di Sant’Agostino. Assunse una funzione pubblica dal 1848, quando venne staccata dal resto del complesso per essere affidata al Pio Istituto degli Asili d’Infanzia, che vi allestì un ricovero per i bambini abbondati, definito “scaldatoio dei fanciulli”. Promotrice di questa iniziativa fu Luisa Recalchi, che coinvolse il marito Carlo Grillenzoni, ordinario di ostetricia, e numerose amiche. Quando Papa Pio IX diede il permesso anche ai laici di occuparsi di infanzia si aprì il primo asilo, dove ci si iscriveva anche senza certificato di battesimo, si imparava a leggere e a contare e si tenevano gli esami medici. Luisa condusse quest’attività per 45 anni, arrivando ad ospitare anche 350 bambini, mentre durante la Seconda Guerra Mondiale le balie si davano appuntamento qui per allattare gli orfani.
La Caritas subentrò nella gestione dal 1986, inaugrando Casa Betania: qui abitavano inizialmente le suore nigeriane, poi gli studenti stranieri meno abbienti e i volontari del servizio civile. Dal 2014 — dopo la ristrutturazione — l’edificio venne adibito a centro di accoglienza con una parte riservata agli ambulatori gratuiti, condotti da medici volontari. La residenza è collegata al cortile della mensa Caritas, un servizio importante retto dalla generosità di chi si impegna in cucina.

Per saperne di più e magari mettere a disposizione qualche ora del proprio tempo: info@caritasfe.it – 348 5520951.

ACCESSIBILE CON ACCOMPAGNATORE: ingresso con piccolo gradino (5 cm.) e percorsi interni con rampe di pendenza superiore all’8%.

Via Brasavola 32

Il giardino di via Brasavola 32 ha qualche problema identitario. Il palazzo a cui appartiene infatti ha molti nomi: Turchi ma anche Trotti e Di Bagno, Rondinelli e Buzzi. Sembra che passarono per le sue stanze anche i Pio di Savoia, infine c’è anche chi lo chiama Palazzo Mari.
Sicuramente è stato realizzato nel Cinquecento per volere del conte Ippolito Turchi, di fronte all’oratorio di San Lorenzo, già presente nel 1438. Testimonianze di inizio Novecento — la curiosa guida turistica Ferrara storica ed artistica, scritta da Luigi Fiorentini — lo attribuiscono a varie altre famiglie aristocratiche e borghesi: dopo i Turchi i Dalla Penna, i Rondinelli, i Fiaschi, i Beltramini, un certo Gherardi. Nel 1887 l’immobile venne trasformato nel piccolo seminario e collegio di San Carlo, fondato da monsignor Andrea Baldi. Il canonico ottenne da Don Bosco in persona il permesso di aprire una casa salesiana a Ferrara così, quando il collegio venne trasferito nei chiostri della chiesa di San Benedetto, le sale vennero affidate all’Istituto salesiano, con la successiva direzione di don Michele Rua. Nella confusione dei vari passaggi di proprietà sembra acquisti il complesso, dopo i religiosi, tale Mari di Sabbioncello San Vittore.
Durante la Seconda Guerra Mondiale subì gravi danneggiamenti causati dai bombardamenti e per lungo tempo restò abbandonato. Un recente restauro l’ha trasformato in un condominio decisamente elegante e signorile. Attraverso il grande portale in laterizio, probabilmente realizzato nel Settecento, si accede alla quiete corte interna, dove le arcate sorrette dalle colonne di marmo circondano il prato centrale abbellito dalle piante in vaso. Alcune fonti raccontano che all’interno di questo spazio si trovasse un vecchio teatrino, di cui si sono perse le tracce.

NON ACCESSIBILE

Via Formignana 32

Il giardino di via Formignana 32 è poco più che un fazzoletto verde, dall’atmosfera allegra e familiare. La sua esistenza è documentata già nel Settecento: nella celebre mappa del Bolzoni si vede il cortile confinare con l’antica chiesa di Sant’Andrea, dove fu seppellito l’architetto Biagio Rossetti, di cui oggi purtroppo restano solo dei ruderi. La proprietà fu comprata nel 1925 dal bisnonno dell’attuale proprietaria, che ebbe nove figli. Tra questi anche l’inventore del Dado Lombardi, un vero e proprio classico nella cucina italiana del dopoguerra, pubblicizzato dalla Rai nel tradizionale carosello serale in spot che meritano di essere riscoperti — soprattutto perché facevano conoscere ad un pubblico nazionale piatti tipici come i cappelletti.
Tra le piante che oggi ombreggiano l’area vale la pena citare il ligustro centrale, sotto il quale spesso e volentieri riposa la tartaruga. A terra qua e là anche alcune palle di cannone, che la tradizione familiare vuole di epoca estense. Vicino al corridoio d’ingresso, all’interno di una vetrina, si trovano i reperti recuperati durante gli ultimi lavoro di restauro.

ACCESSIBILE CON ACCOMPAGNATORE: soglia di ingresso di cm. 5 e gradino interno di cm. 14.

Via Carlo Mayr 263

In una giornata di settembre del 1739 Charles de
Brosses, conte di Tournay e filosofo francese, dopo aver lungamente passeggiato tra le vie del centro storico estense, raccolse così i propri pensieri: «La città di Ferrara è vasta e spaziosa. Son questi, credo, gli attributi che le convengo- no; vasta, perché è grande e deserta; spaziosa perché vi si può passeggiare assai comodamente in magnifiche strade tracciate con la squadra, di una lunghezza impressionante, larghe in proporzione, e sulle quali cresce la più graziosa erbetta del mondo. Peccato che la città sia deserta; non per questo è meno bella; e non tanto per i suoi magnifici palazzi, ma perché non c’è in essa un edificio brutto. In genere, sono tutti fatti di mattoni e abitati da gatti turchini: altro essere vivente, almeno, non vedemmo alle finestre». Le sue impressioni coincidono con quelle degli altri grandi poeti e letterati che nei secoli visitarono la città: raccontano la quiete immobile, le larghe e regolari strade dell’addizione. Certo salta agli occhi il passaggio sugli animali turchini, inserito forse per dare corpo alla sensazione surreale di solitudine e abbandono, magari più semplicemente per descrivere quegli esemplari dalla pelliccia grigia che, osservata sotto una certa luce, lampeggia riflessi azzurri.
La residenza I Gatti Turchini si trova in fondo a via Carlo Mayr, chiamata un tempo via Grande: oggi è un luogo votato all’ospitalità, che conserva nel nome e nell’atmosfera traccia di quei tempi silenziosi. Almeno fino al XVIII secolo, come testimonia la pianta disegnata da Andrea Bolzoni, qui si trovava un’ampia area verde alberata, poi scomparsa per lasciare spazio alle abitazioni.
Oggi per accedere al giardino bisogna passare attraverso il palazzo, sotto l’elegante cornice a ovuli e dentelli che decora il portone d’ingresso. Nei secoli passati, come attestano i documenti ottocenteschi, l’area si sviluppava lunga e stretta lungo uno stradello, ed era adibita a orto. Tuttora sulla sinistra il terreno viene in parte coltivato ad ortaggi ed erbe aromatiche. Vicino al muro si scorge anche il piccolo — immancabile — melograno. Sulla destra, oltre l’aggraziato rosaio ad arco, la vegetazione è rigogliosa: oleandri, un pero, un sambuco, un nespolo e numerosi altri alberelli e arbusti creano un’atmosfera riposante e fuori dal tempo.

ACCESSIBILE CON ACCOMPAGNATORE: piccoli dislivelli, strettoia di larghezza cm. 60 e percorsi in terra battuta ed erba.

Via XX Settembre 122

Uno dei punti di forza di Palazzo Constabili, capolavoro cinquecentesco dall’architetto Biagio Rossetti, è senza dubbio il giardino. Ripristinato negli anni Trenta e ulteriormente restaurato nel 2010, oggi questo incantevole spazio verde ricostruisce alla perfezione il tipico giardino rinascimentale. Con il primo grande intervento, che coincise con la decisione di allestire all’interno del palazzo il Museo Archeologico Nazionale, venne dismesso l’orto che occupava l’intera superficie e si definì l’attuale impianto geometrico, armonioso e regolare. L’area venne suddivisa in ampi riquadri, si realizzarono le aiuole e si decorò la parte più a sud con esedre di ligustro. Negli anni Cinquanta si aggiunse il labirinto, la galleria di rose, i giochi verdi all’interno dei riquadri. Vennero inoltre piantate nuove specie arboree e l’unità formale si perse parzialmente a causa di questa scelta.
I lavori del 2010, preceduti dallo studio del terreno, sono riusciti nel difficile compito di mantenere inalterato l’impianto e ripristinare l’antica costituzione arborea. Sono stati preservati i percorsi, le siepi di bosso, il labirinto e il pergolato. Il cedro deodara e il cedro del libano sono stati puliti e spostati a sud, i quattro tassi riposizionati oltre il pozzo, affinché non interferissero con la visuale prospettica del portico. Altre essenze sono state rimpiazzate con i melograni, già presenti in loco e raffigurati anche all’interno della residenza, nella Sala del Tesoro del Garofalo. Il muro di cinta è stato rivestito con piante rampicanti fiorite: rose, ortensie, clematis armandii e viti americane.

ACCESSIBILE

Via Cantarana 11

Arte e natura, ecco cosa si incontra all’interno
della palazzina liberty di via XX Settembre, abitata dalla scultrice Mirella Guidetti Giacomelli. Per accedere al giardino si utilizza l’ingresso secondario, su via Cantarana, chiamata così perché una volta si affacciava sull’acqua del Po di Volano. Per accedere all’area verde si passa attraverso il garage, affollato di strumenti e materiali utilizzati per creare, e si scendono alcuni scalini: il dislivello è causato dal fatto che proprio lì si trovava l’argine del fiume. Una porta incornicia il curato giardino all’italiana che si trova oltre la costruzione di servizio: diviso in quattro aiuole da siepi e cespugli, negli anni ha ospitato personalità rilevanti del panorama ferrarese e italiano e anche alcune rappresentazioni teatrali — come lo spettacolo “Teste di legno” di Nevio Borgatti. L’area anticamente apparteneva a una superficie verde più ampia, frazionata — come tanti altri giardini della zona — agli inizi del Novecento.
Oggi gli alberi che si possono vedere passeggiando tra i vialetti di ghiaia sono le alte magnolie, la catalpa, il tiglio, il pino argentato e l’abete. Da notare l’orchidea, proveniente da Bucarest, città dove Mirella venne invitata ad allestire una propria mostra.

ACCESSIBILE CON ACCOMPAGNATORE: il giardino è visibile dall’interno dell’autorimessa in quanto è presente un dislivello di circa 1 metro tra l’autorimessa e il giardino dove sono presenti 7 gradini.

Via Beatrice II d'Este 64

Oggi oasi familiare di pace e tranquillità, una
volta questo giardino apparteneva alle coltivazioni del vicino Monastero di clausura di Sant’Antonio in Polesine, il cui campanile si vede svettare oltre il muro di cinta. Lo testimonia la formella in terracotta decorata con la sigla dei religiosi, inserita tra i mattoni della parete a sinistra. La peculiarità di questo spazio è la commistione tra orto e giardino: assieme ai tanti fiori — soprattutto rigogliosi cespugli di ortensie, varietà quercifolia — crescono pomodori e melanzane, zucchine e carciofi.
Tra gli alberi si trovano un cedro del libano, un melograno, un abete argentato e un ciliegio giapponese.

ACCESSIBILE

Via Beatrice II d'Este 18

In via Beatrice d’Este 18 si trova un giardino
piccolo e vivace, presente e passato si mescolano in un insieme confuso e colorato. «La casa l’ha comprata il nonno, faceva il sarto e aveva la bottega che si affacciava proprio qui, tra le piante. Gli oleandri sono vecchissimi, ci sono da quando ero piccola, con la terra dei loro vasi preparavo la pappa per le bambole», racconta Maria Letizia. L’ingresso è ombreggiato dalla vite del Canadà, le rose corrono alte lungo il muro di cinta, accompagnate più in basso dal gelsomonino, dalle cycas e dalle aucuba. Il corridoio non è molto ampio, ma proprio qui il nonno organizzò il rinfresco per il suo matrimonio, con una lunga tavolata che arrivava fino alla legnaia.
Le aiuole sono definite secondo un disegno antico, voluto dalla nonna, con un grande spazio circolare centrale. Si spargono dentro e attorno gli stelloni, gli iris, i ciclamini, le ortensie, i gigli arancioni — detti di Sant’Antonio, la lavanda, l’agrifoglio, l’aralia. Ci sono anche i giacinti selvatici, piantati dalla nonna prima che Maria Letizia nascesse, e le margherite gialle portate a Ferrara dalla mamma, che le aveva trovate a Porto Recanati. Immancabile l’angolo dedicato alle aromatiche, con la salvia, il rosmarino e il basilico, le cui foglie vengono utilizzate per preparare un buon liquore casalingo.
«Una volta i giardini qui erano uniti, non c’erano i muri di cinta ma solo una rete e un passaggio per poterli attraversare tutti. I bambini giocavano assieme, senza dover uscire in strada per incontrarsi».

ACCESSIBILE CON ACCOMPAGNATORE: soglia di ingresso di cm. 7

Via Beatrice II d'Este 16

All’interno del civico 16, in via Beatrice d’Este, non si incontra un giardino ma una piccola bomboniera, un salottino verde dove rilassarsi e godersi il fresco della sera. Lo spazio è piccolo, piante e fiori sbucano da ogni dove: si arrampicano sul muro di cinta, ingombrano le mensole, si protendono dai vasi appesi alla tettoia. La rosa selvatica, rampicante, corre lungo i mattoni rossi che separano la proprietà dagli altri giardini. Vicino crescono i limoni, le ortensie, il gelsomino, un giovane acero, la palmetta, il calicantus, le camelie e le petunie. Nei vecchi ambienti di servizio in fondo all’area, dove si attorciglia la vite bianca, i proprietari di casa hanno allestito un grazioso bed&breakfast chiamato Il Ciliegio. Come mai, dato che tra le tante essenze presenti il ciliegio proprio non si vede? «Ci è sembrato il nome giusto perché i turisti venivano in questa zona della città soprattutto per ammirare il grande ciliegio giapponese di fronte al monastero di clausura, dedicato a Sant’Antonio in Polesine. Si trovava a due passi da qui, in vicolo del Gambone, ma purtroppo si è ammalato e ora non c’è più». Di quell’albero si ha testimonianza già negli anni Quaranta: in aprile per i ferraresi la visita alla fioritura rosa era diventata rituale, quasi un pellegrinaggio. Vicino al vecchio tronco il Comune nel 2011 ha messo dimora un nuovo ciliegio, continuando così la tradizione. Una piccola deviazione vale davvero la pena.

ACCESSIBILE CON ACCOMPAGNATORE: soglia di ingresso di cm. 8

Via Carlo Mayr 120

Il giardino di via Carlo Mayr 120 è la classica tentazione dei curiosi. Quando capita di trovare il portone aperto è impossibile trattenersi dal lanciare un’occhiata perché dalla strada si scorge, attraverso le colonne antiche dell’ampio ingresso, il brillare del sole in mezzo al verde delle foglie e al rosa squillante dei fiori di oleandro e lillà delle Indie. Il pezzo forte di questo spazio è sicuramente la rigogliosa passiflora arrampicata sui muri del palazzo seicentesco: questa pianta di origine tropicale deve il suo nome alla Passione di Cristo, la sua particolarissima infiorescenza infatti rappresenta simbolicamente i chiodi della croce (i tre stigmi centrali), le ferite sul corpo di Gesù (le cinque antere), la corona di spine (la corolla) e gli apostoli (i dieci petali).
Da notare anche il grande tasso, attorno al quale è stata costruita la tettoia della rimessa, la bella magnolia e il caprifoglio, attorcigliato alla balaustra della scala esterna. Vicino alla scala interna invece, accanto al portone, vale la pena soffermarsi sul grande dipinto dedicato a San Giorgio — patrono di Ferrara — che sconfigge il drago. L’opera risale alla fine dell’Ottocento ed è stata realizzata da Virginio Monti, lo stesso maestro chiamato a lavorare per la decorazione degli interni del Duomo.

ACCESSIBILE

Vicolo Boccacanale 1

Il Convento di Santa Rita è storicamente legato agli eremitani scalzi di Sant’Agostino, presenti in città dal 1621. Il cardinale Serra riteneva che gli ordini mendicanti fossero già troppi, riuscirono quindi a sistemarsi provvisoriamente — grazie all’aiuto dal marchese Camillo Zavaglia — nella chiesa dei Santi Simone e Giuda. Dopo pochi anni ottennero una casa affacciata sulla via Grande, oggi via Carlo Mayr, da trasformare in una chiesa. Fu inaugurata nel 1626, il giorno di Natale, nonostante il cantiere fosse ancora aperto, perché una copiosa nevicata aveva impedito di celebrare la messa nell’altra chiesa. I lavori — che riguardavano anche il convento — terminarono con la consacrazione nel 1671, e l’intitolazione a San Giuseppe, che protegge dai terremoti, e a Santa Tecla.
I secoli che seguirono non furono proprio tranquilli. Gli agostiniani vennero cacciati durante l’occupazione napoleonica e il convento adibito a scuola femminile; tornarono nel 1826 ma il Comune li allontanò di nuovo, per aprire una scuola elementare. Si insediarono infine a seguito dei Patti lateranensi, nel 1929, ma con la Seconda Guerra Mondiale dovettero fronteggiare i gravi danni prodotti dai bombardamenti, che distrussero il campanile e rovinarono la facciata.
Nel 1949 la chiesa fu dedicata anche a Santa Rita, molto venerata in città — ancora oggi il 22 maggio si svolge la tradizionale benedizione delle rose — e nel 1958 venne ricostruito il campanile. Rappresenta ad oggi un raro esempio di barocco ferrarese, ma purtroppo a causa del sisma del 2012 è inagibile e non è più possibile ammirare al suo interno le teche con le reliquie delle catacombe romane.
Il convento in tempi recenti è stato affidato all’associazione Viale K, che vi ha organizzato una casa per accogliere le famiglie in difficoltà, italiane e straniere. Nel giardino — tra l’albero di caco, i grandi allori e il ciliegio — trovano posto i giochi dei bambini. Un’aiuola di rose accompagna ingresso, dove Jenny — la responsabile della struttura — ha scelto di tenere tutto l’anno il presepe allestito, «mi sembra tanto bello, sarebbe stato un peccato toglierlo».

ACCESSIBILE CON ACCOMPAGNATORE: soglia di ingresso di cm. 18

Via Argine Ducale 25

Considerato quanto la presenza del Po abbia determinato la nascita e lo sviluppo di Ferrara, è facile capire come mai — benché ci si trovi fuori dalle mura del centro storico — resista una toponomastica legata non solo alla presenza dell’acqua ma all’intervento della famiglia Estense, che tanto si adoperò per integrare e moderare all’interno della città l’espansiva presenza del fiume e dei suoi canali. L’Argine Ducale a cui fa riferimento la strada è quello che anticamente conteneva il corso principale del fiume.
Oggi questa zona — attorno alla trafficata arteria che conduce fino a Bologna — è tra le più densamente popolate del capoluogo, ma una volta fuori dalle mura per chilometri e chilometri lo sguardo poteva perdersi nei campi coltivati. L’insediamento è abbastanza recente e la palazzina al civico 25, costruita nel 1907 con gusto liberty, spicca tra le altre case per essere una delle più antiche. Fino a pochi decenni fa la parte centrale del giardino era destinata alle verdure dell’orto e un grande cedro del Libano si sporgeva a salutare i passanti. L’albero è stato fortemente danneggiato circa vent’anni fa da una tromba d’aria.
Oggi davanti all’abitazione crescono le rose, le forsizie, il gelsomino di San Giuseppe, che fiorisce a febbraio. Una siepe punteggiata di viole del pensiero affianca il corridoio che porta sul retro, dove si trovano le peonie, le ortensie, le camelie, il sicomoro estivo e invernale, il ligustro, la nandina, un pruno rusticano, il melograno, gli oleandri, il giuggiolo, il nocciolo e un piccolo pesco, insieme a due viti americane piantate da poco.

ACCESSIBILE CON ACCOMPAGNATORE: i percorsi interni sono in ghiaia, terra battuta ed erba

Via Pietro Lana 1

Il Duca Ercole I d’Este non è stato l’unico a Ferrara a progettare un’addizione. Oltre al celebre progetto urbanistico rinascimentale vale la pena, per comprendere il passato e il presente della città, capire gli insediamenti abitativi più recenti — uno su tutti il condominio chiamato non a caso “Il Quartiere”. Si trova tra via Foro Boario e via Vincenzo Barlaam, nella zona che fino a qualche decennio fa si chiamava informalmente “battiguazza” perché — considerato il suo carattere marcatamente popolare — si attribuiva ai suoi abitanti lo stesso ruolo dei servi del signore, che prima di lui pestavano l’erba bagnata dalla rugiada, definizione che si estendeva in senso dispregiativo anche alle persone che vivevano alla giornata, e uscivano di casa prima che sorgesse il sole.
Il condominio fu progettato nel 1966 da Vieri Quilici, uno dei più importanti architetti del Novecento italiano, teorico della progettazione urbana, studioso dei movimenti d’avanguardia, in particolare del razionalismo e del costruttivismo sovietico. Quilici rifiutava la mera speculazione e si impegnò per disegnare un’addizione unitaria, che potesse crescere grazie a una serie di moduli comunicanti, a stretto contatto ed in continuità con il centro storico. Seguiva un modello di stampo socialista già sperimentato nelle democrazie scandinave, ma vi applicava – reinterpretandola — la grande tradizione urbanistica rossettiana.
Il suo intervento si inseriva all’interno del Piano di Edili- zia Economica e Popolare approvato dal Comune, portato a compimento tramite l’edili- zia cooperativa che in quegli anni in Emilia Romagna ebbe molta diffusione. Attuò una perimetrazione del territorio (un lotto di circa 65mila mq) e vi ricavò ampi spazi alberati, stando attento all’equilibrio tra pieni e vuoti e alla compensazione dei volumi. Usò materiali tipicamente estensi, come il cotto e i mattoni a vista, e impiegò il cemento armato come elemento decorativo, come tuttora si può vedere nelle finiture dei balconi. Infine collegò il complesso con strade pedonali e ciclabili, il tutto mantenendo una qualità buona a fronte di costi contenuti, coniugando semplicità e razionalità.
All’interno del condominio — costruito tra il 1967 e il 1969 — trovarono posto: 520 alloggi, un centro servizi dotato di supermercato, negozi e uffici, la scuola elementare, la palestra, il campo da tennis, il cinema e un grande parco. Il Quartiere si percorre senza incontrare recinzioni o ostacoli e ogni suo fabbricato — a torre o in linea — è a contatto con le aree verdi, che non si distinguono tra pubbliche e private.
In questo contesto lo spazio verde centrale, quasi un ettaro di terreno, assunse un’importanza fondamentale: era e rimane un parco collettivo, da condividere, attorno al quale gli appartamenti diventano, tra le chiome dei grandi alberi, quasi delle quinte scenografiche. Oggi qui crescono più di 500 essenze arboree, regolarmente censite e oggetto di costante manutenzione e monitoraggio, che si alternano alle aiuole. Tra gli esemplari di medie e grandi dimensioni si trovano l’acero americano, la catalpa – detta anche albero dei sigari, l’acacia giapponese e comune, varie conifere come il cipresso dell’Arizona, il cedro dell’Himalaya, l’abete rosso piangente e comune. La biodiversità è straordinaria per essere “condominiale”, tra le tante specie si trovano anche il tasso, l’acero, il frassino, il platano, la farnia, la quercia, il leccio, la magnolia, il pino marittimo e domestico, il tiglio selvatico, l’ippocastano, il ginko biloba, il pioppo nero, il banano ornamentale, il pesco da fiore, l’albicocco, il ciliegio, il melograno, il ginepro, l’ibisco, il nespolo giapponese, la camelia, l’oleandro, l’alloro, le palme di San Pietro.

ACCESSIBILE

Via Pomposa 70

Un inno alla fedeltà e alla resistenza: ecco cosa
rappresenta questo giardino. Fedeltà alla terra, alla bellezza e alla memoria. Resistenza nei confronti della pigrizia e del guadagno facile, del tempo che passa e lascia dietro di sé macerie.
Paola ha ereditato questo luogo dalla propria famiglia: un parco di 4mila metri quadrati, diviso poi a metà tra lei e il fratello. Anticamente qui si trovavano gli orti del monastero di San Bernardino, che si trovava in corrispondenza del vecchio Arcispedale Sant’Anna, demolito a metà Ottocento. Le sue coltivazioni si estendevano fuori dalle mura definendo un paesaggio agricolo che per secoli restò immutato. Dove oggi si trova l’abitazione è documentata nel Settecento una casa colonica, utilizzata poi come magazzino per gli attrezzi — sebbene durante la guerra fosse diventata anche un rifugio. L’ingresso si affacciava su via Chendi, all’epoca uno stradello sterrato, perché via Pomposa non esisteva, è stata voluta nel 1936 dal sindacalista fascista Edmondo Rossoni: «mio nonno era contrario perché tagliava a metà i campi e gli fece causa. Ovviamente perse e il terreno fu espropriato, ma il tentativo gli rende onore».
I genitori utilizzarono lo spazio in modo diverso: l’hobby del padre era la vigna, che cresceva vicino ai noceti del nonno, la madre Luciana creò il giardino: «da giovane era stilista per un atelier ma da sposata suo marito, mio padre, non volle che continuasse a lavorare. La creazione del giardino è stato il suo risarcimento. Quand’era anziana si preoccupava: che fine farà quando io non ci sarò più?». La decisione di mantenere l’area verde non fu delle più facili: negli anni del boom economico il quartiere cominciò a popolarsi di condomini e le proposte edilizie fioccavano. Vendere o tutelare? «Era un lotto molto appetibile ma decidemmo di preservarlo della speculazione, nonostante l’impegno che da quella volta ci ha richiesto, non solo in termini economici. È vivo: non ci si può allontanare troppo senza organizzarsi».
L’impianto attuale venne realizzato nel 1990 su progetto di Carlo Martinoni, allievo di Carlo Scarpa. «Martinoni teneva molto al rispetto del territorio, per questo ha voluto lastricare la discesa con le masegne buccellate, mas- sicce e rustiche. Nell’erba cisono massi di trachite che vengono dai Colli Euganei, il muretto è stato costruito coi sassi di macero, scelti tra i più verdi».
Dall’abitazione il giardino si sviluppa stretto e lungo. Il percorso comincia dalla piazzetta dell’ombra, con il gazebo, e prosegue verso quello che Paola chiama “il residence delle tartarughe” — dove abitano dieci animali di varie età, riparati dalle casette ricavate dai vasi interrati. Oltrepassa il boschetto dei piccoli frutti, dove crescono more, mirtilli, lamponi e bacche di goji e costeggia l’isola verde, ovvero una nuvola di arbusti dominata dall’albero di Giuda. Arriva al sentiero che accompagna l’infilata dei pini marittimi — già presenti, quindi integrati nel progetto — e infine la piazzetta del sole, area circolare sgombera, destinata alla luce.
Le varietà arboree sono tantissime: vale la pena notare la tettoia di glicine vicino al garage, la magnolia sul retro — che è nata nello stesso anno di Paola — e il vicino faggio pendulo, che ha formato un anello facendo sposare i suoi rami. Sul fronte il vecchio albicocco, non più in vita, trasformato in una scultura abbracciata da un’aiuola di roselline: «ci sono quindici varietà di rose sparse qua e là, questa però è particolarmente bella. Si chiama Mortimer Stiker: i boccioli appassiscono dopo due o tre giorni ma la pianta è prolifica e la fioritura dura a lungo». Da non perdere infine l’albicocco ananas, piantato recentemente nel passaggio laterale. Viene dalla Moldavia ed è un regalo di Anna, badante della madre Luciana che continua a occuparsi della casa ma soprattutto del giardino: «Anna ama questo luogo quanto lo amo io. Passiamo le ore a discutere su cosa piantare, uno scambio che non coinvolge solo due personalità ma due culture che alla fine trovano un punto d’incontro. All’inizio ero più restia, per lei il giardino è uno spazio ordinato, dove i colori sono accesi al massimo. Col tempo abbiamo trovato un equilibrio. Anna quando torna in Italia porta sempre con sé dei bulbi o dei semi che provengono dalla sua dacia sul Mar Nero, per ricreare a Ferrara un pezzetto del proprio mondo. Allo stesso modo fa crescere là le specie che ha conosciuto qui».

ACCESSIBILE

Via Pontegradella 137

Sulla strada per Pontegradella, costeggiando il
naviglio, spicca un magnifico palazzo detto Villa delle Statue, una grande casa colonica padronale con vasto giardino e pertinenze rurali che fu di proprietà dei marchesi Tassoni Estense, circondata da mura merlate decorate con grandi statue in gesso.
I primi insediamenti risalgono all’XI secolo quando in origine la località si chiamava Casalicum, “piccolo casale”. Questo feudo estense venne confiscato da Ercole I a Buonvicino dalle Carte, un fattore, perché si era arricchito illecitamente e venne donato a Giulio Tassoni che aveva trasferito la sua famiglia da Modena a Ferrara al seguito della casata estense. Per il valore e la fedeltà dimostrati in guerra dalla famiglia Tassoni, il Duca concesse loro il cognome estense nel 1487. Nello stesso periodo i Tassoni Estense costruirono la loro villa come residenza estiva, che però enfatizzasse i risultati politici e sociali raggiunti
— furono spesso Consiglieri di Stato e Giudici dei Savi.
Bisogna pensare a questi luoghi non solo come semplici spazi per il ritiro e piacevoli occupazioni, ma anche a luoghi di costruzione e propagazione dell’immagine politico-culturale della corte ferrarese: le Delizie erano predisposte per impressionare i diplomatici e gli ambasciatori. Nel 1569 Alfonso Tassoni ottenne la deroga al fidecommisso, cioè ebbe la possibilità di vendere gran parte del possedimento al monastero di San Rocco. Il palazzo rimase della famiglia fino al 1800, con l’aggiunta delle statue che arrivarono da Palazzo Bevilacqua-Massari, a seguito dei saccheggiamenti delle truppe napoleoniche del 1796. Dopo l’Ottocento passò ad altre famiglie fino ad arrivare agli anni Ottanta del Novecento, quando venne restaurato nell’attuale multiresidenza e con esso anche il giardino. Non vi è rimasta nessuna traccia dell’antico giardino, ma vi è stata coerenza nel restauro: si possono ammirare i pini, la magnolia, un cedro, tre ginkgo biloba e nella parte posteriore un’aiuola bordata da splendide rose.

ACCESSIBILE CON ACCOMPAGNATORE: rampa con pendenza superiore all’8% in ghiaia battuta, percorsi in erba e terra battuta, porta di ingresso al cortile di larghezza limitata

Via Ponte Ferriani 53

Via Ponte Ferriani è punteggiata di casali di campagna, alcuni ristrutturati e abitati, altri invece abbandonati e lasciati all’espansività della natura. Al civico 53 si incontra un bell’esempio di riqualificazione, giacché il recupero della struttura è stato condotto con grande pazienza dalla famiglia che negli anni Novanta ha scelto di spostarsi dal centro in cerca di un ambiente più tranquillo e riposante, e che un pezzo alla volta ha sistemato e adattato alle proprie esigenze un rustico, all’epoca parecchio malandato. Davanti all’ingresso dell’abitazione si trova il vecchio pozzo, profondo sette metri, ancora funzionante, abbracciato dal bosso e dai fiori. «Ho un progetto incredibile per questo pozzo, chissà quando riuscirò a realizzarlo», racconta Giuliano.
«Mi piacerebbe trasformarlo in una fontana, facendo scorrere l’acqua in una serie di coppi disposti circolarmente, inseriti all’interno della siepe». A sinistra dell’edificio accompagna la passeggiata una lunga aiuola alimentare, rialzata, dove crescono l’insalata, la salvia, il rosmarino, l’erba cipollina, il cappero, il timo e tante altre essenze da utilizzare in cucina. Isole di tulipani colorano l’erba qua e là. Sulla destra, oltre il fienile, si incontra la casetta in legno costruita tra i rami degli alberi per i giochi dei bambini e una piccola macchia di robinie, le abitanti più anziane del giardino.
L’ailanto ha una storia che merita di essere raccontata. Nel 1996 il parroco di Santa Francesca Romana, don Andrea, chiese aiuto a Giuliano — appassionato di arrampicata sportiva – per estirpare una pianta parecchio alta, quasi due metri, che cresceva in cima al campanile di via XX Settembre. L’impresa riuscì e venne portato a terra l’esemplare che dal basso non era stato possibile identificare: si trattava di un ailanto, essenza originaria della Cina, fortemente infestante, chiamata anche albero del paradiso. Suggestionato da questo nome e dall’insolita collocazione in cui la pianta era cresciuta, il religioso decise di proporre ai propri fedeli una predica ispirata al tema della vita eterna e di accogliere il fusto all’interno della chiesa, piantumato in vaso. Passato un mese il prete si presentò a Baura a casa di Giuliano, con l’alberello in macchina: «non possiamo ucciderlo!». Da quel giorno è stato accolto all’interno del giardino.

ACCESSIBILE CON ACCOMPAGNATORE: percorsi in ghiaia

Via Due Torri 87

Palazzo Ravalli oggi ospita Villa Ilaria Day Surgery, una clinica di alto livello specializzata in chirurgia e chirurgia estetica. La sua storia, com’è facile indovinare, comincia però più lontano.
La struttura venne costruita a metà del Settecento per Giovanni Grandi su progetto di Annibale Codecà, in origine notaio ma per l’occasione non solo architetto, anche capo cantiere. Codecà prestò particolare attenzione alle proporzioni e alla linearità dello stabile, in cui volle inserire alcuni dettagli arcaici affinché si stagliasse in mezzo alla campagna ancora più grandioso. Il gusto settecentesco — alleggerito di inutili fronzoli — si evince dal portale in cotto, dai finestroni a pieno arco del piano superiore, con i balconi bombati in ferro battuto. Il barocco ferrarese non è mai stato esageratamente festoso, come giustamente notava Ugo Malagù — autore di una preziosa ricerca sulle delizie della provincia.
Nel 1762 Giovanni Giuseppe Ferrari si ispirò a questo luogo per scrivere la poesia In applauso della magnifica abitazione, che invoca il Tempo divoratore e distruttore delle opere umane, ricorda le modifiche subite dal Po di Volano e racconta di come il palazzo venne edificato sulle fondamenta della chiesa parrocchiale della Scornia, distrutta nel Quattrocento, e di come il suo primo vanto sia a tutti gli effetti il vasto parco che lo circonda, ricco di siepi e di fiori.
La lirica è interessante soprattutto se si considerano le successive vicende attraversate dal complesso, ereditato da vari familiari fino ad arrivare a Giuseppe Ravalli — a cui tuttora si deve il nome. Grandi, esperto collezionista, aveva radunato all’interno della residenza una singolarissima collezione di stampe antiche, in buona parte bruciata in un incendio divampato durante la Seconda Guerra Mondiale, tanto violento da espandersi al parco. Le statue che lo decoravano, realizzate dallo scultore padovano Francesco Androsi, erano già andate disperse nel corso dell’Ottocento. Gli alberi arsi furono velocemente ripiantati e tanti degli attuali esemplari hanno già soffiato sopra le cento candeline. Si aggiunsero nuove essenze e si costruì una serra per le clivie. La villa — tutto sommato salda nonostante il conflitto, ma bisognosa di restauro — è rimasta a lungo disabitata ma non abbandonata, ed il restauro in anni recenti fortunatamente è arrivato.

ACCESSIBILE CON ACCOMPAGNATORE: percorsi in acciottolato e ghiaia

Via Raffanello 79

Il Fienile di Baura non è esattamente un fienile.
Nacque come casa colonica per coltivare e organizzare i lavori nella campagna circostante. Veniva chiamata la Zanetta e i più anziani ricordano ancora quando nel vecchio forno si cuoceva il pane per tutto il paese. Nel 2000 il lotto, grande quasi tre ettari, venne ceduto gratuitamente al Comune di Ferrara da Ugo Novi, politico attivo negli anni Sessanta e Settanta, particolarmente impegnato a favore dei disabili. Il dono però aveva un vincolo: Novi — già anziano, era nato nel 1916 — voleva che il terreno e i relativi immobili fossero destinati ad attività sociali. Comincia così, con un grande atto di generosità, a prendere forma l’articolato complesso di servizi racchiusi sotto un nome così semplice come Il Fienile. La struttura venne affidata alla cooperativa Integrazione Lavoro, impegnata nell’inserimento sociale e lavorativo delle persone disabili o in situazione di fragilità, che nel 2005 inaugurò nella vecchia residenza padronale la prima casa-famiglia. Il fienile vero e proprio venne ristrutturato negli anni successivi e dal 2010 ospita un centro socio-occupazionale, ovvero un luogo dove si svolgono laboratori e attività che coinvolgono persone in difficoltà, o che rischiano l’esclusione sociale, impegnate in varie mansioni utili alla vita comunitaria e ai servizi che la cooperativa offre alla città. Tra questi la possibilità di svolgere qui eventi e incontri. Le esperienze formative e lavorative — gestite in un contesto protetto — servono a sviluppare l’autonomia degli ospiti e a favorire la loro integrazione.
Dal 2015 si coltiva la verdura negli orti biologici e nelle serre accanto alla struttura, grazie al laboratorio avviato all’interno della cucina professionale si producono conserve e confetture. Nei pressi dell’antico essiccatoio per il tabacco è stato piantato un bosco alimentare, realizzato col supporto dei volontari del Centro Idea, basato sulla tecnica della permacoltura, che permette di creare un sistema ecologicamente sostenibile. Di recente nel grande prato dietro l’edificio è stata scoperta un’antica aia in mattoni, rimasta per decenni invisibile e sconosciuta, coperta da un folto strato di erba.

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Via Massafiscaglia 19

Lo scorrere del fiume Po verso il mare ha determinato non solo la storia di Ferrara e del territorio che la circonda, ma anche buona parte dei toponimi tuttora in uso e la frazione di Contrapò, cresciuta sulle sponde del Po di Volano, è sicuramente una buona testimone. Il borgo ha origini molto antiche, tanto da essere menzionato già nel 998 da Ottone III, abitante ravennate che cede le terre di contrapadanum ai ferraresi Martino e Bernardo, rispettivamente arciprete e arcidiacono. Ma come si passa da Contrapadanum a Contrarock?
La storia è lunga ma si può riassumere: la scuola elementare del paese, costruita vicino all’argine a inizio Novecento per ospitare i tanti bambini che abitavano attorno e nelle frazioni vicine, è stata chiusa negli anni Novanta. Nel 2007 un gruppo di associazioni composto da Gli amici di Contrapò, Arci Ragazzi, il Baule Volante e la Banda di Cona ha proposto al Comune un progetto per recuperare all’insegna della creatività e della condivisione gli spazi chiusi, organizzando all’interno delle vecchie aule laboratori educativi e campi estivi, spettacoli teatrali, concerti ed esibizioni artistiche. Il piano prevedeva anche una sala prove, che nel tempo è andata via via allargandosi, coinvolgendo sempre più giovani — musicisti ma non solo. Dal 2009 la scuola ha cambiato ufficialmente nome ed è nato Contrarock, circolo Arci con tre sale prove a disposizione dei gruppi, una sala polivalente e una sala concerti. L’obiettivo è semplice: sostenere i musicisti nel loro percorso artistico, offrire ai ragazzi un luogo di incontro diverso dal solito, dove organizzare eventi ed esibizioni. Tra le varie proposte e attività la Festa del Primo Maggio è ormai diventata un vero e proprio classico: quest’iniziativa, come tante altre programmate nella bella stagione, si svolge nel giardino dietro la scuola. Dove una volta i bambini giocavano a nascondino oggi si canta, si suona, si ascolta, si ride e si parla sotto il cielo stellato della campagna.

ACCESSIBILE

Via Stornara 99/A

L’agriturismo La Bozzola si trova lungo l’antica via Stornana, che collega Contrapò al centro di Quartesana. La strada ha cambiato più volte titolazione: inizialmente conosciuta come via di Mezzo, perché situata tra via Rabbiosa e via del Capitello, è stata poi battezzata via della Pioppa, perché all’incrocio era cresciuto un grande esemplare di pioppo. Il nome attuale si deve alla possessione Stornara, verso Contrapò.
La struttura — circondata dalla campagna aperta, dai filari di pere e dai campi coltivati — è una tipica abitazione rurale, ereditata dai nonni e dai bisnonni, oggi ristrutturata e in parte adattata ad accogliere pranzi e cene.
La fattoria negli anni è cambiata, ma non troppo: è diventata didattica. Nel cortile — tra i salici piangenti e gli alberi da frutto — convivono molti animali diversi: cavalli, mucche, asini, caprette, oche, faraone, galli e galline. I maiali in questo variegato ecosistema abitano uno spazio a parte, dotato di una struttura coperta e di un ampio recinto esterno: essi infatti vengono allevati per la produzione di insaccati e più in generale a scopo alimentare.

ACCESSIBILE CON ACCOMPAGNATORE: i percorsi interni sono in ghiaia, terra battuta ed erba

Le classiche ricette ferraresi, declinate in chiave familiare, sono gelosamente custodite dai proprietari dell’agrituri- smo, impegnati nel conser- vare e diffondere i sapori e i saperi della tradizione. Qui si può assaggiare la salama da sugo fatta in casa, ma si può anche imparare come è nato questo particolare metodo di conservazione della carne.

Via Stornara 86

Arrivando in bicicletta da Contrapò a Quartesana non è possibile evitare di lanciare un’occhiata — magari di sfuggita — a Villa Camaioli. É la tipica casa padronale di campagna, costruita nell’Ottocento con un corpo centrale a due piani e due ali più basse laterali, con una bell’entrata sormontata dal balconcino. Ciò che colpisce però non è tanto la bellezza dell’immobile — il cui fascino resta indubbio — quanto la florida area verde che la circonda e la particolare prospettiva attraverso la quale si può ammirare l’intero complesso. L’elegante cancello di ferro battuto, corrispondente al vialetto d’ingresso principale, è situato all’angolo tra via Stornara e via del Capitello: da qui lo sguardo incontra dritto davanti a sé la villa, anticipata dalla grande aiuola rotonda, bordata di iris, per aprirsi a ventaglio sul grande parco. Per esplorarlo si imbocca il sentiero partendo da destra: passo dopo passo si entra in un vero e proprio boschetto, ricco di alberi e arbusti, all’interno del quale spiccano le folte chiome dei tanti pioppi bianchi, più chiare e alte.
I vari ambienti di servizio, che si incontrano completando il percorso, testimoniano l’alacre attività che una volta caratterizzava l’ambiente agricolo: il grande magazzino, oggi inutilizzato e quasi ricoperto dal glicine, serviva per ricoverare gli attrezzi da lavoro. Un’altra casupola custodiva il forno per il pane.
La struttura vicina al romantico pozzo in mattoni è stata restaurata negli anni Novanta dall’architetto Giulio Zappaterra — lo stesso che ha firmato la villa di corso Ercole I d’Este, sorta al posto dell’antica chiesa di Santa Maria di Belfiore — e oggi serve da abitazione. Viene chiamata tuttora scherzosamente, nonostante l’ottima operazione di recupero, il rudere — come ricorda la targhetta in ceramica accanto all’uscio. L’altezza dello stretto edificio ha indotto molti a ritenere che in passato fosse una torre di guardia, ma probabilmente serviva semplicemente da colombaia. Al piano terra di sicuro ospita- va le stalle per i cavalli, di cui restano tracce nell’architettura degli ambienti interni.
Un elemento simpatico da scovare è la vecchia cuccia del cane, costruita in mattoni con un fantasioso arco a sesto acuto in corrispondenza della piccola porta. Al suo interno cresce una pianta di fico, una scritta ricorda l’anno in cui è stata realizzata: 1926.

ACCESSIBILE CON ACCOMPAGNATORE: percorsi in ghiaia

Via Stornara 80

Villa Capri rappresenta un unicum nel panorama di Quartesana: tra le tante ville del paese è infatti l’unica rappresentante del gusto liberty che tanto andava di moda in Europa all’inizio del Novecento, diffuso a Ferrara soprattutto grazie all’intervento dell’ingegnere Ciro Contini nelle belle residenze borghesi di viale Cavour.
L’edificio venne costruito nel 1913 per Nerino Nenci, medico condotto e autore di varie pubblicazioni scientifiche, fratello dell’artista Enzo, vicino al cenacolo culturale di Nello Quilici — direttore del Corriere Padano — e della moglie Mimì Buzzacchi, fortemente influenzato da Italo Balbo, gerarca fascista originario proprio di Quartesana.
L’abitazione in via Stornara non venne sfruttata a lungo: il medico la vendette nel 1923 alla famiglia Capri, originaria della Romagna, di cui ancora oggi conserva il nome.
«Fu mio nonno a comprare la casa e a piantare gli alberi più vecchi, come il grande ippocastano», racconta la signora Daria.
Oggi all’ingresso — vicino all’elegante cancellata in ferro — salutano i visitatori una coppia di magnolie, affiancate dal pino marittimo, dal calicantus, dall’albero di giuda, dal sicomoro bianco, dal melograno e dal melo cotogno. Vicino alla porta gli ibiscus e gli oleandri. Sulla destra si incontrano l’ippocastano, le robinie e il tiglio, per età e portamento altrettanto venerabili. Sul retro si sviluppa un dedalo di costruzioni di servizio, oggi inutilizzate, molto curiose soprattutto perché osservandole si può indovinare la loro funzione. C’è il pollaio dotato di uno spazio esterno, dove le galline potevano razzolare in tranquillità, sormontato dalla piccionaia. La porcilaia con la mangiatoia di pietra e le porticine basse per far uscire i maiali. Si conserva ancora, all’interno di una casetta, il vecchio forno dove una volta a settimana si cuoceva il pane fatto in casa. Sotto al forno? Lo spazio per i conigli. C’è l’immancabile fienile e la stalla per i cavalli da corsa, vicino a una bella vite bianca: «avevamo anche le caprette, che con i cavalli andavano d’accordo. Gli animali venivano bene- detti il 17 gennaio, giorno di Sant’Antonio Abate, poi sul muro magari si appendeva il santino». Attorno, oltre al boschetto di bambù, crescono gli alberi da frutta: peschi, peri, pruni, fichi, albicocchi, cachi e giuggioli.

ACCESSIBILE CON ACCOMPAGNATORE: percorsi in ghiaia

Via Rabbiosa 69

L’ agriturismo Corte dei Maghi nasce nel 2010
all’interno di un’antica possessione agricola. La bella struttura oggi accoglie i turisti in cerca di una vacanza all’insegna della natura, ma in origine — come si può facilmente capire per forma e grandezza — era un fienile. Racconta Lorenzo, che gestisce l’attività con la sua famiglia: «è tra gli immobili più vecchi della zona, documentato già nel catasto austroungarico del Settecento. Durante i lavori di restauro abbiamo scoperto che non aveva le fondamenta e che fu ampliato e adattato in più fasi, con diversi materiali e diverse tecniche di costruzione». L’agriturismo si trova al centro di un grande parco suggestivo e tranquillo, una vera e propria oasi di bellezza e quiete punteggiata dai salici piangenti e dai particolari salici a tortiglione. Tra le essenze — scelte tra le varietà autoctone, in coerenza con il territorio circostante: i pioppi, i tigli, il corbozzolo, la quercia, i gelsi bianchi e rossi, i mandorli e i cachi. Gli esemplari più anziani sono i peschi, che appartengono al frutteto storico che circondava il rustico. L’azienda agricola attuale comprende un terreno di 22 ettari, 12 dei quali coltivati a frutteto: «i filari sono soprattutto di pere ma non mancano le susine, le albicocche e le ciliegie, con cui realizziamo le marmellate e i succhi di frutta per i nostri ospiti».

ACCESSIBILE CON ACCOMPAGNATORE: percorsi in ghiaia

Via Comacchio 1179

Tra le più antiche ed eleganti dimore della provincia ferrarese c’è Villa Pignare, che originariamente si affacciava sulle acque dello scomparso fiume Sandalo, quando ancora passava per il paese di Quartesana. Non si sa esattamente quando la struttura fu costruita, ma già nel 1389 Alberto d’Este sembra fosse solito alloggiare qui, mentre attorno al 1460 il complesso — assieme a numerose possessioni di campagna — fu donato dal Duca Borso d’Este all’amico Nanni Strozzi. Condottiero di ventura, fu capostipite a Ferrara dell’illustre famiglia fiorentina, che nel tempo acquisì numerose residenze tra le quali Palazzo Strozzi Bevilacqua, affacciato su piazza Ariostea, Palazzo Strozzi in via Savonarola, ora frequentato dagli studenti dell’Università, e Palazzo Trotti Costabili in via Cairoli.
Villa Pignare nacque come luogo dove organizzare battute di caccia e rilassarsi in conversazioni erudite. Come ogni delizia va immaginata circondata da parchi, aiuole fiorite, fontane e laghetti. Leggenda vuole che fosse una delle dimore in cui Parisina, giovanissima moglie del marchese Nicolò III, consumasse il suo amore clandestino con il figliastro di quest’ultimo, Ugo. La ragazza infatti nel 1424 fu molto spesso ospite delle residenze esterne alla città, a Consandolo, a Fossadalbero e a Quartesana, e Ugo spesso l’accompagnava.
La relazione clandestina tra i due è una delle più celebri storie d’amore legata alle vicende della dinastia estense, trasformata nel 1816 da Lord George Byron in un poema romantico, in seguito convertita in tragedia lirica dal compositore Pietro Mascagni nel 1913, con libretto scritto dal celebre poeta Gabriele D’Annunzio. La storia racconta che Parisina, della famiglia dei Malatesta, figlia del Signore di Cesena, fosse giunta a Ferrara all’età di 13 anni come promessa sposa di Nicolò, vedovo trentacinquenne, con otto figli naturali avuti da amanti e donne che circolavano nell’ambiente di corte. A lui si riferisce il famoso detto “di qua e di là dal Po, son tutti figli di Nicolò”. Fu tra le braccia di uno di questi, Ugo appunto, che Parisina trovò conforto dal carattere irascibile e capriccioso del marito. L’ira di Nicolò, quando scoprì il tradimento, fu tale che volle imprigionare gli amanti nelle segrete del Castello Estense, infine codannarli entrambi alla decapitazione — dopo un grande processo — nel pomeriggio del 21 maggio 1425.
La villa è stata ristruttura tra il XVIII e il XIX secolo, tuttavia l’impianto rinascimentale resta evidente. Sopra il terrazzo ricoperto, al centro del fabbricato, si può facilmente immaginare la torre, mentre le ali laterali erano verosimilmente merlate. Osservando il retro dell’edificio si vede la loggia tamponata, con gli archi intervallati dalle colonne in marmo. Gli anziani del paese — intervistati da don Vittorio Serafini — raccontavano che alla fine del 1800 alcuni di questi archi erano ancora aperti: vi si passava attraverso in occasione delle processioni religiose, per poi imboccare il maestoso viale alberato — con il cancello su via Comacchio — e tornare verso la chiesa.
I passaggi proprietari negli ultimi anni sono stati diversi, così come gli utilizzi. Si ricordano i Pareschi, a metà Ottocento, seguiti dai Vezzani, fino all’acquisto da parte di Mario Magrini che lasciò tutto in eredità alla chiesa. Più recentemente la struttura ha accolto una casa di riposo per gli anziani, un ristorante e un locale notturno. Da poco – a fronte di una complessa operazione di restauro dell’immobile e ripristino del parco — viene affittata per organizzare eventi e matrimoni all’ombra degli alberi. Qui crescono i frassini, gli olmi, i tigli, i pioppi neri, le querce, le robinie, i platani e le magnolie.

ACCESSIBILE CON ACCOMPAGNATORE: percorsi in ghiaia e in lastre di porfido

Via Duecentola 21

Villa Indelli è stata costruita come casa padronale, era quindi strettamente connessa e funzionale al fondo agricolo. L’ingresso alla residenza — per chi proviene dalla strada di servizio che costeggia la stazione, via Ducentola — è ingentilito dalla grande aiuola rotonda, oggi tenuta a prato, con al centro le rose, abbracciata dai sentieri circolari. La facciata è scandita dagli oleandri in vaso. Incamminandosi a destra nel percorso che gira attorno all’edificio si incontrano il pozzo e la vecchia voliera per gli uccelli, un bel glicine che si arrampica di tronco in tronco, sfruttando l’altezza delle piante vicine, e due importanti noccioli. Dall’altro lato della struttura, quello che si affaccia su via Comacchio, sono le ortensie a scandire l’architettura, vicine ai grandi cespugli di erba della pampas. Proseguendo la camminata ci si imbatte nel boschetto di bambù, nelle arnie per le api e nell’altalena per i giochi dei bambini. Semplice e armoniosa, punteggiata da innumerevoli finestre, la villa immersa nel verde conserva un carattere piacevole e accogliente, nonostante durante il Novecento abbia vissuto momenti particolarmente difficili. Durante la Seconda Guerra Mondiale ospitò il rifugio antiaereo dove trovavano riparo le famiglie del paese, venne bombardata varie volte e nei suoi pressi morirono alcune persone, a causa dell’azione dei velivoli inglesi.
Difficile oggi — nel silenzio del grande parco che la circonda, rotto solo dal canto degli uccellini e del fruscio degli animali tra l’erba alta – immaginare lo stesso luogo tremare per il fragore delle bombe. Eppure non sono pochi gli alberi che qui attorno hanno visto il conflitto: molti esemplari, come facilmente si deduce osservando le chiome imponenti, sono più che centenari. Spiccano sicuramente per dimensioni e anzianità i tassi, le magnolie, le acacie e le querce – famiglia a cui appartiene anche il magnifico albero solitario che cresce in mezzo al prato, verso la linea ferroviaria, isolato rispetto al resto della vegetazione e proprio per questo ancora più suggestivo e maestoso.
I terreni agricoli attorno al podere erano e sono tutt’oggi molto ampi, anche se col passare del tempo sono cambiate le colture. Una volta la canapa aveva un ruolo dominante nell’economia locale — nel 1928 nel ferrarese erano destinati a questa pianta 30.000 ettari di terreno — e proprio in un campo di canapa appartenente al fondo Indelli si nascosero per tre giorni i fratelli Carlo e Giulio Govoni, nel maggio del 1945. La guerra era appena finita ma ovunque si verificavano ancora fatti violenti, vendette e ritorsioni: i ragazzi erano spaventati per la sorte toccata al padre, allontanato da casa con la scusa di un interrogatorio, poi torturato e ucciso da ignoti. Il parroco di Quartesana, Monsignor Mario Rescazzi, riferì di questo episodio in latino all’interno del registro parrocchiale: Pagina Sanguinis.
In tempi recenti una porzione di campagna è stata venduta per realizzare la nuova piazza del paese, intitolata — non senza un ampio dibattito — a Concetta Pusinanti, mugnaia che in tempo di guerra donava la farina alle famiglie in difficoltà.

ACCESSIBILE CON ACCOMPAGATORE: percorsi in ghiaia, e in lastre di cemento

Via Comacchio 882

Prima di qualsiasi altra cosa: perché Imola se ci si trova a Quartesana? Perché la villa fu pensata e voluta dal marchese Giovan Battista Laderchi, originario appunto della nota città emiliana, di professione segretario di Stato di Alfonso II, ultimo dei duchi a risiedere a Ferrara, al quale si dice che il marchese fosse molto legato ma senza mai dimenticare el suo particolare, ovvero i suoi interessi personali.
La costruzione fu portata avanti da Modena nel 1598 dove il Laderchi, a seguito della corte estense, si era trasferito dopo la devoluzione. La dimora di Quartesana fu per lui residenza estiva, luogo di ristoro durante le torride estati di pianura.
L’Imola venne ceduta dai discendenti dei marchesi solo alla fine dell’Ottocento ai Santini, influente famiglia ferrarese di agricoltori, amministratori e collezionisti d’arte — che risiedevano nell’attuale Palazzo Santini-Sinz in Via Armari. Il cavalier Enrico Santini, armato di corno per annunciare la battuta di caccia, entrava in giardino seguito da cento cani pezzati di bianco e nero quando, per riposarsi dai negozi cittadini, si dedicava alla caccia alla volpe. Partiva quindi dalla villa verso la campagna, al galoppo verso i prati di Palmirano.
Della costruzione ciò che tutt’oggi colpisce immediata- mente l’attenzione è l’eleganza inaspettata e l’originalità della scalinata che dà accesso al piano rialzato, posta verso Sud nonostante nella struttura cinquecentesca l’ingresso principale fosse probabilmente sul lato corto. Documenti d’epoca tardo rinascimentale ricordano come il possedimento fosse cinto da fossi e una muraglia proteggesse il lato affacciato sull’attuale via Comacchio, per garantirne la sicurezza.
A dare prospettiva al complesso è sicuramente la torre, suggestiva nella sua solitudine in fondo al prato contornato da siepi. Qui si trovava la colombaia: i volatili uscivano dalle finestrelle e dalla botola al culmine del tetto per far arrivare nel più breve tempo le corrispondenze del marchese. Il progettista ha voluto impreziosirne la struttura con una scala elicoidale che porta fino in cima e secondo la leggenda avrebbe anche eseguito un cunicolo sotterraneo per collegare l’Imola alla Delizia estense del Belriguardo.

ACCESSIBILE CON ACCOMPAGNATORE: percorsi in ghiaia e in erba

Consorzio di Bonifica Pianura di Ferrara

L’impianto idrovoro di Sant’Antonino conserva il ricordo del monastero agostiniano, attivo dal 1278 al XV secolo, la cui dedica resta particolarmente suggestiva: Sant’Antonino infatti era un martire siriano del I secolo e gli unici due episodi significativi che si conoscono della sua vita, il miracolo e il martirio, sono accomunati dalla presenza delle acque, sorgive e di fiume.
La struttura venne inaugurata nel 1924 per servire circa 3mila ettari di terreno, al termine di un processo travagliato. I problemi di scolo erano oggettivi, tanto che nelle carte dell’Istituto Geografico Militare la zona veniva identificata come prato acquitrinoso, ricoperto dai muschi, con «flora assolutamente deficiente e copiosamente inquinata da cattive essenze». L’esigenza di bonificare non era solo economica ma anche sanitaria: la malaria era a tal punto diffusa che nelle stazioni di Gaibanella e Montesanto delle reti metalliche proteggevano i viaggiatori dalle zanzare e, quando finalmente iniziarono ai lavori, era indispensabile rifornire gli operai di chinino affinché non si ammalassero.
Il primo progetto per il risanamento fu presentato dal Consorzio al Ministero nel 1914 ma rimase in un cassetto a causa della guerra. Tre anni dopo però fu proprio il Ministero della Marina a spronare involontariamente l’operazione: voleva realizzare un nuovo campo di aviazione a Palmirano e predisporre in fretta la bonifica dei 150 ettari di terreno che andavano espropriati. L’idea era creare un piccolo argine attorno all’area e riversare le acque eccedenti nello scolo di Sant’Antonino ma l’ingegnere Giovanni Venturini — che all’epoca reggeva l’ufficio tecnico – colse la palla al balzo per chiedere un intervento più significativo, che comprendesse uno scolo meccanico e non solo il miglioramento della rete. Ma mentre la burocrazia procedeva lentamente il conflit- to era finito e la Marina non aveva più necessità. Ciò che finalmente convinse lo Stato a intervenire fu la disoccupazione, nel 1920: per impiegare le persone si decise di avviare la parte più faticosa del progetto, ovvero lo scavo del Collettore Principale, che impegnava un gran numero di scarriolanti. Il piano fu varato nel 1922 e il collaudo delle opere arrivò nel 1927, con l’attivazione di tre pompe centrifughe in ghisa — di cui una danneggiata durante la Seconda Guerra Mondiale, con l’esplosione organizzata dalle truppe tedesche del vicino ponte ferroviario, e poi sostituita.
L’edificio — armonioso e luminoso, grazie alle ampie finestre del corpo centrale — oggi si trova all’interno di un parco di circa due ettari, definito dalle siepi di osmanto, ligustro, bosso, abelia. Il percorso di visita comincia sotto il pergolato ricoperto dal glicine e prosegue sul ponte che attraversa il canale, dove si arrampica la bignonia. Dall’altra parte si trova un vero e proprio laghetto, con tanto di salice piangente e pesciolini: sembra uno stagno ma non lo è, perché l’acqua al suo interno non è ferma, ma alimentata dal canale. Nei suoi paraggi vivono le anatre che di notte dormono vicino alle sponde, per mettersi in salvo nell’acqua nel caso dovessero essere attaccate dalle volpi. Proseguendo si arriva dietro la costruzione, dove sono state collocate nel 2013 tre nuove pompe verticali per potenziare l’attività delle tre originali. Il sistema che le controlla è automatizzato, si può controllare tramite il pc o il cellulare. Vicino alle pompe si trova il generatore Enel, fondamentale per quando salta la corrente, soprattutto d’estate: perché proprio quando è più caldo si rende più necessario il funzionamento dell’impianto e non si può rischiare che a causa di un temporale le pompe smettano di funzionare.
Il confine del parco coincide, dietro lo stabile, con la vecchia linea ferroviaria che collegava Ferrara e Codigoro, dismessa da molti anni. Sul retro si trova anche la casa del custode, ombreggiata dal vecchio ciliegio, con le galline e il cane.
Tra i progetti futuri per questo spazio c’è la realizzazione di una biblioteca e di un archivio dedicato alla bonifica. Entrambi sarebbero ospitati all’interno degli attuali ambienti di servizio, già decorati dal bassorilievo “Ninfe delle paludi”, creato dagli studenti del liceo artistico Dosso Dossi nel 2016.

Via Traversa 6

Nella campagna di Codrea, sotto l’argine del ramo antico del Volano, si trova Villa Chersoni, con il suo complesso di pertinenze tra cui vecchi granai, magazzini, cantine e un’ampia aia sul fronte d’ingresso. L’edificio inizialmente era un semplice casale di campagna, comprato agli inizi dell’Ottocento da Giovanni Zannini, conte di origini bolognesi. Fu suo figlio Dionigi a ristrutturare il complesso e a creare la villa in stile neoclassico, più consono alle origini aristocratiche della famiglia, con un timpano centrale e due importanti colonne — tuttora presenti, in fondo all’area — a marcare il viale di ingresso alla corte, oggi scomparso. Avvocato e segretario della Giunta dello Stato Pontificio, Governatore di Macerata nel 1849, Dionigi è tuttora ricordato — in quanto uomo di grande cultura e fede — con una lapide di pietra all’interno della chiesa del paese, insieme alla moglie — la marchesa Elisa Cipriani. Il figlio Alessandro intraprese invece carriera diplomatica, fu Ministro Plenipotenziario del Re e delegato alla prima conferenza di pace dell’Aja. La famiglia Zannini cedette la proprietà nel 1909 ai sette fratelli Chersoni, agricoltori che già coltivavano le sue terre a mezzadria, e oggi resta ai loro eredi.
La struttura ha subito numerosi adattamenti ma soprattutto all’interno dell’androne — con le vecchie colonne e le angoliere in legno — è facile farsi un’idea di come gli ambienti interni potevano essere un tempo. Nel terreno circostante, che una volta bisogna immaginare disegnato dalle file geometriche dei frutteti, negli ultimi vent’anni si è voluto ripristinare un’area naturale — operazione sostenuta dagli incentivi allo sviluppo rurale dell’Unione Europea.
L’obiettivo non è solo paesaggistico: piantare alberi e arbusti autoctoni è fondamentale per il recupero ambientale, per migliorare la fertilità del suolo e favorire la biodiversità. Teresa, agronoma che ha ideato e tuttora cura il rimboschimento, ha battezzato il nuovo parco Oasi dell’Alma: «attualmente comprende circa 3mila piante appartenenti a 30 specie diverse, ordinate in bosco alto, in macchie arboree e arbustive, siepi di collegamento e siepi perimetrali». Nel bosco alto si trovano alberi dal legno pregiato come frassini, querce e ciliegi, intervallati con alberi di accompagnamento come aceri, olmi e ontani, «serve all’armonia, più specie ci sono più tutte insieme crescono velocemente». Lo spazio è organizzato ma la natura è libera di esprimersi:
«nella siepe che divide il bosco dalla macchia avevo piantato solo arbusti, quelli che si vedono svettare sono gli olmi germogliati naturalmente, portati dal vento». La superficie riservata al giardino si caratterizza soprattutto per il maestoso pioppo centenario, vicino al pozzo, affiancato dai pioppi più piccoli che nasco- no direttamente dalle sue radici. Una menzione speciale va alla galleria verde — data dall’intreccio dei noccioli, dei prugnoli e dei sambuchi — e al salice solitario: «è rimasto l’unico del cerchio che avevo piantato perché i salici, piantati da piccoli, venivano tagliati per sbaglio durante lo sfalcio dell’erba».
Tra i tanti animali che popolano questo ambiente — lepri e talpe in primis — vale la pena citare il bonario cane Ulisse e la mula Golia, salvata dal macello, a cui è stato riservato un pascolo speciale, vicino al vecchio granaio.

ACCESSIBILE CON ACCOMPAGNATORE: percorsi in ghiaia e in erba

Via dei Tigli 3

Il Giardino della Felicità è un innovativo spazio
verde terapeutico creato nel 2016 all’esterno della Casa Residenza per Anziani di Cidas Residence Service. É stato concepito prima di tutto per dare sollievo ai circa duecento ospiti della casa, ai loro parenti e al personale socio — sanitario, ma vuole anche essere un luogo aperto ai cittadini per accogliere attività ludiche e ricreative, che abbiano un valore socializzante oltre che curativo. Con un’area di quasi 2.500 mq, il parco è stato ideato dall’architetto paesaggista Monica Botta, ed è frutto di una progettazione integrata con il personale e gli ospiti, che connette benessere mentale e fisico. Il giardino si compone di percorsi circolari tematici, che si snodano attorno ad aree verdi coltivate e ad altre attrezzate per le attività motorie.
Nella parte a Sud, si trova il Percorso dei Cinque Sensi con vegetazione di stimolo sensoriale. Per il gusto c’è il frutteto con piante della tradizione agricola locale, i cui frutti vengono anche usati per i pasti degli ospiti, e tavoli sospesi per l’orticoltura, adatti anche a chi si muove con la sedia a rotelle. Per la vista c’è aiuola delle rose, in fioritura fino a novembre, per l’olfatto le erbe aromatiche, per il tatto la vegetazione adatta ad essere toccata, per l’udito la fontana con dodici zampilli. Lungo il percorso verso Nord troviamo il Viale delle Erbe Ballerine con pergole e sedute dove godere dei flessuosi movimenti nel vento di graminacee ed erbacee perenni. Ad un estremo del giardino è presenti una pergo-tenda meccanizzata e arredata con un grande tavolo con sedie per incontri e riunioni, mentre all’altro capo c’è uno spazio per il ristoro e la convivialità. Centralmente è dislocata la palestra all’aperto, per fare movimento ed esercizi, in autonomia o con l’ausilio delle fisioterapiste. Accanto troviamo il Percorso della Bicicletta realizzato in gomma antitrauma: è il richiamo alla città di Ferrara, che vanta un importante utilizzo di questo mezzo. Qui sono collocate alcune sculture — progettate dall’architetto Botta — con manubri e campanelli, che divertono ma allo stesso tempo servono all’attività motoria, grazie alle pedaliere.
Tutta la vegetazione inserita ha la finalità di introdurre elementi di ombra, stimoli sensoriali, punti visivi di impatto positivo e di creare una costante trasformazione e godimento del giardino durante tutte le stagioni, oltre ad attirare farfalle e piccoli insetti, per favorire la vita nello spazio naturale e migliorarne la qualità. Particolare cura è stata data agli elementi di ausilio e sicurezza. Per facilitarne la fruizione, sono stati introdotti: pavimentazioni drenanti ed antiscivolo certificate, pavimentazioni in gomma antitrauma e drenanti, segnaletica verticale per orientarsi, corrimano trattati per non surriscaldarsi con il sole, pulsanti per richiami di emergenza, assenza di cordoli, e illuminazione notturna. Gli elementi di arredo come sedute singole, panchine e tavoli, tutti in acciaio zincato verniciato, sono stati introdotti non fissi, spostabili e riconoscibili nel colore come le due fontanelle azzurre per dissetarsi.
Ogni giorno il Giardino della Felicità si anima della presenza delle persone che vivono in struttura, dei cittadini che partecipano alle iniziative del residence, e delle tante forme di vita vegetale e animale che fanno compagnia e allietano il tempo tra- scorso all’aperto.

ACCESSIBILE

Piazza San Leonardo 1

Come mai il Palazzo del Mago porta questo nome? La costruzione risale al 1280: in origine ospitava la chiesa e il convento delle monache
cappuccine, leggenda vuole che forse proprio alla compilazione dei calendari religiosi – che studiavano anche le costellazioni, per guidare
la coltivazione delle erbe – si debba questo nome fantasioso ed evocativo. Di quei calendari pare sia stata conservata un’unica copia, custodita nella Biblioteca Imperiale di Maria Teresa d’Austria, trasportata all’estero negli anni della dominazione straniera. Nel corso dei secoli infatti il convento subì vari incendi e saccheggi fino ad essere quasi abbandonato. Venne ristrutturato tra il 1786 e il 1825 per volere dell’imperatore Giuseppe II d’Austria, come
ricorda la lapide posta all’ingresso, affinché potesse ospitare un grande ospedale militare, in grado di accogliere fino a 1.500 pazienti.
Pare che proprio qui si eseguì con successo il primo intervento cardio-chirurgico, ad opera di un medico austriaco, e nella sua guida della città Gaetano Susani ricorda la fortuna dei ricoverati, che potevano sfruttare le acque del vicino lago per dei bagni salutari. La guarigione non era ovviamente assicurata, per questo vicino al sanatorio si stabilì il cimitero dei soldati, poi spostato nella zona di San Nicolò. La struttura è stata ristrutturata, segmentata e adattata molte
volte nel corso del Novecento. La vecchia cappella barocca, conosciuta come il Teatro delle Cappuccine, oggi è sede di eventi e conferenze. Le sale affacciate su piazza San Leonardo sono state impiegate per realizzare
gli 84 appartamenti che oggi rendono il Palazzo del Mago il condominio più popoloso della
città, gestito dall’Aster. Negli ambienti originariamente destinati alla lavanderia e alla chiesa si è insediato nel 1992 il Circolo Arci
Virgilio, con il bar e lo spazio espositivo di fronte al lungolago, proprio dove una volta correva il
cammino delle ronde. Accanto al circolo ha trovato sede il Platan, storico club dei tifosi mantovani. Da poco si è aggiunto agli inquilini
anche il presidio locale di Slow Food. Oggi il palazzo – colorato di rosa pastello – non vanta un vero e proprio giardino ma una corte simpatica e vivace, circondata dalle terrazze, con le aiuole
geometriche definite dalle basse siepi di bosso e i vistosi oleandri che fiancheggiano la fontana
centrale, dove al posto dell’acqua oggi zampillano erbette e fiori.

Piazza Virgiliana 12

Villa Angela ha una storia curiosa, determinata da improbabili coincidenze che – osservate
attraverso le lenti del celebre psichiatra Carl Gustav Jung – si potrebbero ritenere tutt’altro
che casuali… Oggi la struttura è gestita dalla cooperativa Ippogrifo, trasferitasi qui esattamente 10 anni fa, nel settembre 2009, per
far sentire a casa un piccolo nucleo di persone con fragilità e problemi mentali. La cooperativa
all’epoca aveva già alle spalle vari anni di attività: fu creata nel 1998, quando l’imminente chiusura
del manicomio rese necessario organizzare l’accoglienza di 25 ospiti particolarmente disagiati. Si trattava di persone abbandonate
da piccole, con nomi e documenti inventati, che non avevano famiglie che potessero prendersi cura di loro. L’Ippogrifo – fedele al suo nome, quindi alla creatura fantastica che aiuta Astolfo a recuperare il senno dell’Orlando Furioso, finito sulla luna – si impegnò a trovare e gestire tre
spazi, due ad alta protezione (ovvero con assistenza 24 ore su 24) e uno a media protezione (ovvero con assistenza solo
diurna), situato in via Nievo. “Da questa esperienza abbiamo capito quanto sia terapeutico vivere il centro”, racconta Marcella,
coordinatrice delle attività: “serve ai nostri ospiti per sentirsi inclusi nella vita cittadina ma serve
anche alla comunità, che impara a conoscere e ad approcciarsi con spontaneità a persone ritenute per tanto tempo un problema da nascondere”. Quando i proprietari del condominio di via Nievo decisero di vendere
l’intero complesso fu necessario trovare velocemente un’altra sistemazione, ma non sempre è facile ottenere un appartamento
in affitto per un servizio così delicato e particolare, i pregiudizi purtroppo sono lenti a cadere. Una domenica mattina Alessandra,
la coordinatrice, legge sulla Gazzetta un annuncio: Affittasi villa in piazza Virgiliana. “Non
credevamo sarebbe stato possibile sostenere una spesa del genere, l’ipotesi di trasferirci in piazza Virgiliana ci sembrava un sogno troppo grande ma abbiamo voluto provare. Siamo andate a vedere l’immobile e abbiamo scoperto che la proprietaria, medico di base, aveva alle spalle una laurea in psichiatria! Ha subito compreso il senso della nostra attività e l’ha voluta sostenere, ed eccoci qui”. La villa prende il nome dalla madre della proprietaria che con
grande sensibilità ha incontrato le esigenze dell’Ippogrifo, la signora Angela di cui restano tra le sale tanti ricordi, dagli arredi ai quadri che si dilettava a dipingere. Il giardino familiare non ha perso il proprio carattere di luogo allegro e vissuto, è anzi stato ridisegnato – con il supporto di un agronomo – per diventare ancora più accogliente e ricco di colori e profumi, «perché le persone che hanno sofferto tanto hanno bisogno di avere intorno delle cose belle». Sono state piantate le siepi di bosso e definita una piazzetta circondata dalle aiuole, dove
prima esisteva solo un corridoio di passaggio. Si è allestito un pergolato per farci salire il glicine
e ombreggiare il tavolo sottostante, dove spesso ci si ferma a mangiare l’uva prodotta dall’abbondante vite che sale sul muro di cinta. Durante la primavera e l’estate lo spazio è
molto apprezzato e frequentato, tanto che spesso i turisti che ci passano davanti lo scambiano per un B&B. “Potrebbe anche essere
una bella idea da sviluppare in futuro, chi lo sa, di sicuro siamo trasformisti, si potrebbe pensare a
una convivenza”, commenta con un sorriso Marcella. Il cedro, l’abete e i tigli sono attualmente gli inquilini più anziani. Più giovani sono le ortensie, la palma, il gelsomino in
vaso.

Via Concezione 4

Il giardino di via Concezione 4 non è sempre stato un giardino. Anticamente si crede possa
essere stato il chiostro di un convento, come suggeriscono gli archi della loggia, che proseguono tamponati lungo il muro di cinta.
E leggenda vuole che sotto l’erba corresse un passaggio segreto utilizzato dalle suore per
scappare, ed evitare di essere molestate dai lanzichenecchi. L’abitazione – confrontando
le varie mappe del quartiere – pare essere stata costruita nel Settecento, chiudendo il vicolo
che collegava a via Porto. Il giardino potrebbe essere stato disegnato in quel periodo, almeno
a giudicare dall’impianto rialzato e decisamente scenografico del balconcino che lo contiene
e lo fa assomigliare a una quinta teatrale. La struttura in pietra oggi è sommersa, quasi
scompare dietro le foglie e i fiori dell’esplosiva bignonia, che bisogna attraversare per apprezzare le belle aiuole sinuose, parimenti colorate e floride, come tanti fuochi d’artificio. Alcune piante – come il calicanto e il vecchio glicine – erano già qui negli anni Cinquanta, quando la famiglia degli attuali proprietari
comprò lo stabile, anche se nel dopoguerra l’area verde si presentava parecchio trasandata.
A sistemarla e abbellirla ci pensò l’energica signora Gina, che dopo aver gestito un magazzino di legno e carbone volle approfittare dei tanti ambienti a disposizione per cambiare lavoro e aprire una nuova attività, la Locanda della Rinascita, che ha gestito con passione fino
all’età di 80 anni. Alloggiavano qui soprattutto impiegati della Edison, della Sip e di varie banche, ma tra gli anni Settanta e Ottanta
si verificò un curioso via vai di cantanti lirici provenienti dai Paesi più lontani, dalla Cina al Giappone, allievi del maestro Campogalliani.
I ragazzi si esercitavano in casa in una sala affacciata sul verde, dove si trovava il pianoforte.
Bisogna immaginare alla sera il canto spandersi tra gli oleandri e le ortensie. Alla nonna piacevano soprattutto i tulipani, che però
non reggevano il cambiare delle stagioni, racconta Enrico, il nipote: andavano ogni volta ripiantati, per questo adesso ci sono tante rose,
che restano sempreverdi. Il giardino era riservato ai familiari: gli ospiti non potevano accedervi,
fatta eccezione per la tartaruga di un giovane lavoratore, che altrimenti avrebbe dovuto rimanere chiusa nella sua stanza. Fu la figlia Ada, nel 1990, a imporre alla signora Gina di riposare un po’: «adesso basta!» Ada è affezionata a questo luogo quanto sua madre:
lo ricorda soprattutto per i lunghi pomeriggi domenicali, passati all’ombra insieme alle amiche, a chiacchierare e discutere, giocando interminabili partite di Macchiavelli. A maggio invece si dedicava una settimana al rosario:
invece di pregare all’interno della vicina Chiesa di San Gervasio e Protasio il parroco e i fedeli si
raccoglievano tra il nocciolo e il melograno, in mezzo alla lavanda e alle aromatiche, sistemando la statua della Madonna sopra l’arco. Vicino al glicine, nel punto più soleggiato, oggi crescono i limoni. Poco distante si trova il piccolo orto, con i pomodori e i caspi di insalata. Immancabile l’angolo delle aromatiche, con la salvia, il rosmarino e la menta.

Via Camillo Benso Cavour 13

Se in vicolo Albergo non ci sono alberghi, come mai si chiama così? In verità l’albergo c’era, ed
era il più lussuoso dell’intera città, ma per scoprirlo bisogna entrare all’interno del maestoso palazzo rosso pompeiano affacciato su via Cavour. Venne costruito nel 1784 dal marchese Carlo di Canossa, che già possedeva l’imponente dimora seicentesca affacciata
sulla piazza adiacente, che tuttora ricorda la sua illustre casata. All’epoca la vicina piazza Virgiliana non esisteva ancora. Al posto del
parco pubblico si trovava quello che la Guida pel forestiere, compilata da Francesco Antoldi, descriveva come un «fracido paludoso luogo».
Cominciava però già a profilarsi il processo che avrebbe nel giro di pochi decenni ridisegnato il volto dell’antico quartiere popolare – oggi si parlerebbe di gentrificazione. L’occasione per avviare il rinnovamento fu la grande Fiera annuale voluta da Maria Teresa d’Austria, istituita nel 1779, alla quale partecipavano i Granduchi Austriaci e numerosi visitatori di
rango. Un po’ come nella Milano dell’Expo si sfruttò l’evento internazionale per migliorare
l’accoglienza turistica, qui si edificò l’Albergo Reale, che costò al marchese Canossa ben 12.900 lire mantovane. L’imprenditore scelse
per avviare il cantiere un’area vicina ai suoi possedimenti, inserendolo su un lato della propria abitazione, ed è per questo che tuttora nel vicolo il bugnato della residenza seicentesca si confonde con quello dell’albergo, completato
integrando l’edificio della Zecca austriaca, appena dismessa. Pressappoco dove i due stabili si uniscono, in corrispondenza della
quattordicesima finestra, si trova ancora – mimetizzata nella muratura – lo sportello in legno che serviva ad immettere ghiaccio e neve nella vastissima ghiacciaia. Le necessità della struttura erano evidentemente importanti, così il lotto venne ampliato acquistando anche i rustici vicini. In questo modo si ottenne un ingresso indipendente per le carrozze e un grande spazio dedicato alle scuderie, che determinò un’altra curiosità toponomastica, ovvero la nascita di
vicolo Fieno. A progettare il complesso si impegnò l’allora ventenne Giambattista Marconi, che sistemò al piano terra gli ambienti di
rappresentanza, al primo piano le camere, disposte attorno al grande giardino quadrato, dotato sulla destra di un forno e provvisto di una
capiente ghiacciaia. Il balcone che circonda le stanze, sul quale tuttora si aggroviglia l’anziano glicine, serviva alla servitù per muoversi agilmente tra i vari ambienti senza essere vista nei corridoi. L’inaugurazione avvenne il 6 maggio
1785 con un lauto banchetto ma il clima di fiducia nelle “magnifiche sorti e progressive” non durò molto: la Fiera venne dismessa dopo pochi
anni e l’attività ricettiva fu sospesa nel 1821. Bonifacio Canossa, nipote di Carlo, cedette il palazzo al governo che vi stabilì la Pretura
e il Tribunale. Ulteriori passaggi proprietari e frammentazioni trasformarono il complesso
nell’attuale condominio, conosciuto come Palazzo Barbetta, dal nome di una delle
famiglie che vi si stabilì nel mezzo della complicata vicenda catastale delle acquisizioni. L’ombroso giardino non ha perso la propria
austera eleganza, né la fascinosa atmosfera da Grand Tour.

Piazza Sordello 12

Palazzo Castiglioni – costruito in epoca medievale e sormontato dai caratteristici merli ghibellini – è famoso per essere una delle
residenze nobiliari più antiche della città. Secondo l’opinione comune fu costruito e abitato dai Bonacolsi, ovvero dalla famiglia
che per prima dominò e guidò la città, spodestata nel 1328 da Luigi Corradini di Gonzaga. In quell’anno il capitano del popolo
Rinaldo, detto il Passerino, fu assassinato e il suo corpo venne trasportato nella residenza dei
nuovi leader, oggi conosciuta come Palazzo Ducale, dove restò per molto tempo imbalsamato, considerato alla stregua di
un portafortuna, esposto a cavallo di un ippopotamo impagliato all’interno del museo
naturalistico. Fu una delle ultime duchesse – Susanna Enrichetta di Lorena – a volersi
liberare di questo ingombrante soprammobile, e a buttare con precoce spirito ecologico la salma
mummificata a decomporsi nelle acque del lago. Leggenda vuole che proprio questo gesto attirò sui Gonzaga la malasorte, segnando l’inizio del declino della dinastia. I documenti raccontano una storia, per lo meno catastale, abbastanza diversa: non si trovano tracce della committenza
Bonacolsi del palazzo, e anzi si trovano molte indicazioni riferite alla famiglia rivale: la struttura
appartenne infatti sicuramente al marchese Gianfrancesco I e ai suoi eredi fino al 1582, quando passò agli Amorotti Andreasi. Dal 1804 il complesso passa alla famiglia dei conti Castiglioni, la stessa che diede i natali al celebre Baldassare, umanista e diplomatico rinascimentale, noto soprattutto per aver scritto
Il Cortigiano, oltre che per aver invitato a Mantova il poliedrico genio di Giulio Romano.
La presenza del giardino è attestata per la prima volta in un inventario del 1496: circondato da
un muro, vi si accedeva passando attraverso una corte interna abbellita da un pozzo di pietra.
Un secolo più tardi un’ulteriore testimonianza aggiunge qualche elemento e lascia intendere che il giardino fosse organizzato secondo la tradizionale scansione rinascimentale, suddiviso
centralmente da un percorso. Nel 1820 si hanno ulteriori indizi: oltre alla corte di ingresso se ne descrive un’altra più ampia, con un porticato a tre arcate, tenuta per metà libera e per metà a giardino, con muretti a dividere le diverse funzioni, tra cui non mancano l’orto e l’area
deputata a raccogliere il letame dalle vicine scuderie. Di questa superficie estesa e variegata per funzioni e sembianze oggi non resta molto: nel dopoguerra è stata in parte edificata, in parte
destinata al parcheggio. Il giardino attuale corrisponde all’originale corte interna, dove ancora resiste l’antico pozzo, ricoperto dal gelsomino. Il verde non è scomparso, si è ridotto e spostato verso l’ingresso. Ciò che incontra oggi il visitatore è un bel prato percorso da vialetti di ghiaia, abbelliti dai limoni e dagli
osmanti coltivati in vaso. L’ombra è garantita dall’alto ippocastano, vicino al calicanto e agli aceri giapponesi. Sul muro di cinta si arrampicano il glicine, le rose, l’edera e la vite americana.

Piazza Giovanni Paccagnini

Dei tanti spazi verdi che impreziosiscono il “palazzo in forma di città” conosciuto come Palazzo Ducale, magnificente residenza
dei Gonzaga dal 1328 al 1627, il Giardino dei Semplici è il primo e il più antico. Fu progettato da Luca Fancelli per essere connesso alla
Domus Nova: la pianta quadrata era divisa come lo è tuttora in quattro sezioni, con alberi da frutto
autoctoni come peri e pruni. Nel 1581 all’impianto originale si aggiunse la loggia disegnata da Bernardino Facciotto, le cui
tracce sono ancora visibili nella muratura in corrispondenza dell’Appartamento delle
Metamorfosi e della Rustica. Fu questa copertura a determinare il primo nome attribuito allo spazio, chiamato Giardino del Padiglione.
Il Giardino dei Semplici fu istituito nel Seicento, quando al fiorentino Zenobio Bocchi – uomo di scienza e letterato – venne affidata la gestione
dei giardini ducali. Zenobio, che aveva studiato dal Prefetto dell’Orto Botanico di Pisa, applicò qui le sue conoscenze in materia di essenze curative e disposizione delle specie in relazione ai pianeti, come dettava l’astrologia medica,
senza rinunciare al gesto creativo. Mantenne l’impianto ma costruì all’interno di ciascun settore un complicato disegno geometrico,
che si premurò di consegnare alle stampe nel 1603, pubblicando il progetto corredato da una sua introduzione presso lo stampatore Osanna.
Molte delle piante messe a dimora furono fatte spedire da Firenze, altre furono raccolte dallo stesso botanico sul Monte Baldo, dove il clima mitigato dal Lago di Garda favoriva la crescita di vegetali non comuni. Oltre ad essere utile alla
ricerca, questo giardino veniva utilizzato per cene familiari, banchetti di nozze e per ricevere i
sovrani in visita. Nel 1612 un ospite dei festeggiamenti organizzati per l’incoronazione dell’imperatore Matthias d’Austria, lo descrisse
così: i quadranti erano chiusi da recinti in legno alti poco meno di un metro, dipinti di verde e decorati. All’interno di ciascuno spuntavano
loggette e cupole colorate e dorate, allestite di ripiani e spalliere per le piante, mentre i sentieri erano affiancati dagli oleandri, dai cedri e dagli aranci in vaso, intervallati da grandi statue e disposti con lunghe tavolate per accogliere
dame e cavalieri. Si narra anche di una bellissima fontana scomparsa, probabilmente costruita per le nozze di Francesco IV: si trovava in una nicchia decorata di mosaici, con al centro la statua di marmo di un fanciullino che versava l’acqua da un piccolo vaso in una vasca più grande. L’arco della nicchia era sorretto da quattro colonne, intervallate da teste di leone dalle cui fauci partivano altri zampilli. In cima due amorini giocavano con i delfini, che a loro volta spruzzavano acqua tutto intorno. Nel 1630, a causa del sacco austriaco, sia le sale del palazzo che i giardini furono danneggiati.
Nel Settecento, a causa degli ulteriori conflitti, il degrado fu totale. Lo stupefacente giardino
che si può ammirare oggi si deve a un importante restauro operato nel 1981. Circondata da un’aiuola stretta e lunga, disegnata dalle siepi di bosso e affiancata dai
giaggioli azzurri, l’area centrale è scandita da viali ortogonali e a ogni incrocio si trova una vasca con le piante acquatiche. Al centro dei
quadranti si trova il tasso e agli angoli i melograni, siepi di bosso più piccole delimitano altre zone coltivate con specie aromatiche,
officinali e alimentari.

Piazza Carlo D'Arco 4

In un contesto architettonico segnatamente rinascimentale come quello mantovano, punteggiato di corticelle e ordinati orti conclusi,
lo splendido giardino romantico di Palazzo D’Arco può considerarsi un’invenzione recente, o quasi. L’area verde, di circa 3mila metri quadri, si è composta come un puzzle, un pezzo alla volta. Nel Seicento la famiglia dei conti D’Arco – di origine longobarda, proveniente dal Trentino – iniziò a comprare in questa parte della città, nell’antica contrada della Serpe, edifici e terreni fino a organizzare l’elegante residenza neoclassica che oggi si affaccia sulla piazza che porta il loro nome. L’edificio fu progettato nel 1782 dall’architetto Antonio Colonna. Fu abitato fino al 1973 dalla contessa Giovanna D’Arco Cheppio Ardizzoni, senza eredi, che volle istituire una fondazione affinché le sue proprietà diventassero un patrimonio pubblico, da conoscere e valorizzare. Nacque così, da una generosità non comune, l’attuale prezioso Museo, che di sala in sala grazie alle sue
straordinarie collezioni dipana un racconto che attraversa secoli di storia, incrocia le culture di Paesi e vicini e lontani, mescolando l’intimità della vita familiare alla raffinata testimonianza materiale, artigianale e artistica. Il giardino non si accompagnò subito al palazzo, che si
concludeva subito dopo il cortile e l’esedra, con un muro dipinto a trompe l’oeil. Si realizzò a fine
Ottocento acquistando un poco alla volta i terreni retrostanti, demolendo senza troppi scrupoli vari fabbricati, preservando e integrando nel progetto solo alcune porzioni delle precedenti dimore quattrocentesche. Le due palazzine che tutt’oggi guardano verso gli alberi, a cui si accede attraverso un sinuoso gioco di sentieri, sono state ricavate in quell’occasione,
estrapolate da un’abitazione appartenuta alla famiglia Gonzaga. In una si può ammirare la
stupefacente Sala dello Zodiaco dipinta nel 1518 da Falconetto, nell’altra – oltre agli affreschi
rappresentanti scene di vita agreste – si incontra il gabinetto scientifico allestito per i propri studi da Luigi D’Arco, botanico e appassionato naturalista, attento osservatore e catalogatore di minerali, conchiglie e scheletri animali, erbari vegetali. Tra gli alberi spiccano alcuni esemplari secolari, già presenti nell’Ottocento, come i grandi tassi. Più giovani sono, dietro l’esedra, i
bagolari, la magnolia, il melograno, i pini domestici, gli arbusti di aucuba, di ligustro e di agrifoglio. La zona che maggiormente conserva il carattere spontaneo e movimentato del disegno originale, ispirato alla moda inglese, è
quella vicina alle due palazzine, dove crescono gli olmi, le sofore, il tiglio, il mirabolano, i noccioli,
i ligustri e il lauroceraso. Alcuni marmi e un grande pozzo scolpito, appartenenti alla residenza dei Gonzaga, biancheggiano tra le edere. Sulla sinistra si trova l’incantevole giardino d’inverno, dove si riparavano durante i mesi più freddi gli agrumi in vaso, soleggiati dalle ampie vetrate. Vale la pena sbirciare attraverso le finestre – perché dal terremoto del
2012 la stanza è purtroppo inagibile – la fontana che assomiglia a uno stagno in miniatura, dove
nuotano tranquille le tartarughe. Il percorso prosegue verso le aiuole tratteggiate di bosso, dedicate alle essenze aromatiche e officinali: la
menta, il cerfoglio, il rosmarino, la maggiorana, l’elicriso, l’assenzio, la ruta, la lavanda, la fragola, l’issopo. Continuando verso il muro di cinta
– ingentilito dagli iris – si arriva al brolo, con i tradizionali alberi da frutta.

Via Fratelli Bandiera 10

Il sapore di questo giardino è antico e dolce. Sa di chiacchiere al tramonto, di bambini che giocano a nascondino tra i cespugli e dietro le colonne, di racconti che si tramandano e di sigarette fumate all’ombra. Ogni singola pianta qui ha il suo carattere e la sua storia, e si dedica un pensiero anche a chi oggi non c’è più.
Il palazzo ha vocazione nobiliare: alcune sue parti furono costruite in epoca medioevale, altre durante il rinascimento, periodo in cui il complesso venne acquistato e abbellito dai conti Facipecora Pavesi. Tracce tardo-gotiche si
vedono nel tranquillo loggiato, coperto dalle volte a vela, nei capitelli delle semicolonne in
cotto che accompagnano le colonne in marmo bianco. Gli affreschi sotto agli archi, come il
soffitto in legno decorato con gli stemmi delle famiglie mantovane, risalgono invece al Quattrocento, quando la famiglia napoletana dei
Facipecora si trasferì in città al seguito di Antonello, uomo d’armi di Ludovico II Gonzaga. All’epoca quest’area faceva parte della Contrada degli Innocentini, nome che deriva dalla vetusta Chiesa di Santa Maria Gentile, detta appunto
degli Innocentini, che nel 1786 venne sconsacrata, trasformata e annessa all’abitazione. L’intero complesso venne venduto a fine Settecento ai Villani, nel 1966 passò ai Rimini Gallico. L’attitudine socievole del giardino
si intuisce soprattutto nelle tante sedute sparse qua e là, angoli tranquilli dove leggere e confidarsi, mangiare un gelato o stare in silenzio. Addossata al muro si vede ancora la vecchia vite, morta una decina di anni fa dopo un’esistenza lunga e prospera: con i suoi tralci ricopriva completamente il terrazzino e la bontà dei suoi grappoli di uva bianca, di moscato,
è ricordata con nostalgia. Vicino al tronco secco, sinuoso e contorto da sembrare una scultura, si
trova un altro testimone vegetale: è la base di una grande palma che, essendo cresciuta troppo
e diventata instabile, è stata recentemente tagliata. L’albero più significativo ora è il grande noce che svetta oltre i tetti: è arrivato negli anni Ottanta da Castanedo, nel bresciano, quando era poco più che un fuscello, trasportato in automobile dentro una cassetta. Oggi ci si interroga su come potarlo in modo intelligente, perché è collocato in una posizione difficile
da raggiungere e non accenna a smettere di crescere. Si nota per esuberanza e vivacità anche il fico, nipote della pianta che originariamente si trovava nello stesso angolo. «Propriamente nipote degenere», specifica il
padrone di casa, «perché mentre i frutti della pianta originale erano tanti e buonissimi, questo non produce nulla: i fichi si seccano da piccoli e poi si staccano». Tra l’erba, nello spiazzo
leggermente rialzato, protetto da una siepe di bosso, si incontrano anche il nocciolo, le ortensie e varie felci lussureggianti, evidentemente a loro agio in questo luogo ombroso e umido. La vera da pozzo in mattoni è stata realizzata negli anni Settanta, per non dimenticare il vecchio pozzo interrato scoperto proprio lì sotto. «Serviva più che altro ai bambini
per saltarci dentro». Vicino al muro di cinta spicca l’edicola del pozzo Seicentesco, con la carrucola e l’acqua sul fondo: «negli anni lì
dentro c’è caduto di tutto, adesso lo teniamo coperto soprattutto per evitare che ci finisca dentro il gatto dei vicini». Abbelliscono il portico,
utilizzato come salottino estivo, il nespolo giapponese e i grandi oleandri, che per quanto sono belli è un peccato potare.

Via Fratelli Bandiera 24

Il giardino a cui si accede attraverso il passaggio di via Fratelli Bandiera guarda in realtà verso via Arrivabene, non solo geograficamente – perché
l’accesso dal cancello sul retro corrisponde all’ingresso utilizzato una volta dalle carrozze – ma anche storicamente, perché il palazzo a cui inizialmente apparteneva è compreso nelle vicende dell’antichissima famiglia che diede il nome alla strada. Gli Arrivabene, di origine greca,
arrivarono a Mantova nel 1222 da Brescia, quando Arrigo trattò con successo la pace tra le due città e decise di trasferirsi qui. I suoi discendenti, Giovanni e Giovanpietro, comprarono due secoli dopo un piccolo
appezzamento nell’allora contrada Montenero, cinto da mura, con una casetta, una corte e un orto, e chiesero all’architetto fiorentino Luca Fancelli – a cui i Gonzaga avevano già affidato la Domus Nova – di progettare un palazzo che rendesse giustizia al loro status, lo stesso che tutt’oggi porta il loro nome. I lavori si conclusero
nel 1481 ma nei secoli successivi la famiglia acquistò anche i terreni e le abitazioni vicine, fino ad ottenere l’intero isolato. Al centro del complesso – il cui fulcro era ovviamente rappresentato dal palazzo – non poteva mancare un giardino, ed è così che nasce il tranquillo angolo verde, ombroso e riparato, a cui si accede oggi da via Fratelli Bandiera. L’estensione non è la stessa di allora, è anzi molto ridotta, innanzitutto perché si riferisce a un’abitazione annessa e non alla residenza principale, in seconda battuta perché col passare degli anni le proprietà sono andate nuovamente a frazionarsi e complicarsi. La presenza della loggia interna
disegnata dal Fancelli però si legge tuttora ed è verosimile credere che l’architetto – in stretto contatto con Leon Battista Alberti – si sia ispirato proprio alle indicazioni del De re aedificatoria per disegnare questo spazio: «non potranno mancare giardini allietati da splendide piante, e nei giardini un porticato, da cui si può godere
sia sole che ombra. Vi sarà uno spiazzo piacevolissimo, ove, da diverse direzioni, sgorgheranno inaspettatamente corsi d’acqua. I
sentieri saranno determinati dalla posizione delle piante, che saranno a fogliame sempreverde. In un lato protetto si pianterà una siepe di bosso. In luogo soleggiato alcuni collocano il mirto, perché – dicono – gli giova il calore estivo. Né potranno mancare cipressi rivestiti di edera». Delle vecchie serre, situate al posto dei garage, resta solo il ricordo. La casetta in fondo, utilizzata come magazzino, era una volta l’abitazione del giardiniere. Gli attuali proprietari comprarono
questo spazio nel 1990, quando il giardino all’italiana andava inselvatichendosi a causa
dell’abbandono. Vollero preservare il grande tasso centrale, più che centenario e vincolato in quanto albero storico, ma decisero di organizzare l’area in modo diverso, affinché fosse più comoda e adatta ai giochi dei bambini: «abbiamo voluto che il giardino fosse il più naturale possibile, senza artefatti, uno spazio da vivere più che da contemplare, zanzare
permettendo». Tra le piante più giovani si incontrano il glicine, il ligustro, le rose e le ortensie. Tra le essenze stagionali spiccano
per colore e bellezza le caroline impatiens, originarie delle Nuova Guinea, conosciute anche come fiori di vetro.

Via Giovanni Marangoni 14

Questo giardino è talmente inaspettato e stupefacente, nascosto e sconosciuto, che
quasi varrebbe la pena non descriverlo nemmeno, per non rovinare l’incantesimo che suscita entrarvi senza avere la benché minima idea di cosa si andrà a incontrare. Questa introduzione valga dunque da avviso: gli amanti
delle emozioni improvvise sono invitati a non proseguire la lettura. La descrizione che segue servirà a chi preferisce sempre e comunque
la consapevolezza, la possibilità di apprezzare ogni singolo dettaglio sapendo a monte cosa andare a cercare con gli occhi e dove.
Percorrendo via Marangoni spesso ci si dimentica di passeggiare a fianco del rio, che si infila tra le abitazioni e si rende visibile
solamente dai ponti alle estremità della strada. Attraversare il cancello al civico 14 significa
innanzitutto ricordare questa fresca presenza: l’ingresso coincide con l’ariosa terrazza affacciata sull’acqua. Sulla destra si può
osservare una lastra di pietra levigata che sembra tagliare la corrente: fino agli anni Sessanta conteneva la ruota di un mulino, il
cui perno si infilava nella casa di fronte. Sporgendosi un poco dalla balaustra inoltre si può scorgere il colonnato della vecchia lavanderia. A sinistra, attraversando il corridoio, si entra nel particolarissimo giardino, che
assomiglia a una stanza naturale, pavimentata e coperta da un soffitto di foglie, creato dalla
meravigliosa vite americana. Una sofistica ringhiera di ghisa apre l’affaccio sul rio. Sui due
lati si sviluppa una concrezione grottesca, che sulla destra si apre in profondità amplificando
l’illusione naturale. Questo luogo dal carattere silenzioso e meditativo – frutto dell’invenzione
della bisnonna Ernestina – è stato realizzato nel 1851, come riporta la scritta inserita a mosaico nel lastricato, vicina allo stemma di famiglia, affiancata dalla sagoma di due uccellini bianchi. La copertura originale era in cristallo, ma si
ruppe con lo spostamento d’aria causato nel 1917 dall’esplosione della polveriera di Forte Pietole. Le rocce sono state modellate nella
calce, con degli inserti di vere stalattiti, riconoscibili per il colore tendente al giallo. Al centro si trova la fontana, tuttora funzionante,
scolpita come se fosse una roccia e impreziosita di conchiglie. Nelle aiuole circolari crescono gli ellebori bianchi, mentre nel basso vaso centrale la gardenia. Gli arredi sono coordinati al resto alla struttura in ghisa, così come le lampade
decorate con vetri colorati: si trovano adesso appoggiate a terra all’interno della finta cavità, poiché sostituite col passare del tempo da
più pratiche lampadine: «facevano una luce rossa tanto triste», racconta Vanna, che abita qui da quando era bambina. La tradizione di inserire delle grotte artificiali all’interno dei giardini a Mantova è antica e documentata: tra gli esempi più celebri vale la pena citare a Palazzo Ducale la fontana «a montagna et mascheroni» realizzata da Facciotto per il giardino pensile, oppure le due fontane che si fronteggiano nella Sala dei Fiumi,
costruite pare dal Bertazzolo, mandato appositamente alla ricerca di «cappe, madriperle e altre cose impetrite» a Ponzone di Monferrato. Anche nel giardino segreto di Palazzo Te Vincenzo I Gonzaga volle una grotta, e si fece
inviare da Graz pietre e minerali. Non è dato sapere se la fantasia di Ernestina si sia accesa guardando questi modelli, o se invece sia stata
ispirata da più moderne influenze francesi. Sicuramente vale la pena mandarle un sincero grazie.

Corso Vittorio Emanuele II 130

Guardarsi attorno all’interno del cortile e del giardino di questo palazzo rinascimentale è un’opportunità preziosa, vale un viaggio nel tempo. L’edificio è stato costruito nel 1400, più volte rimaneggiato e modificato. Oggi al suo interno ospita una residenza privata e alcune camere in affitto, sulle cui pareti si rincorrono e si intersecano motivi rinascimentali, paesaggi seicenteschi e romantiche decorazioni floreali, realizzate nel Settecento. L’anima verde custodita dal palazzo si intravede già dal portone ma si raggiunge dopo una serie di passaggi e
varchi, sorpassando innanzitutto il severo cancello in ferro battuto e l’inaspettato confessionale in legno collocato in corridoio. Come è finito lì? Troppo pesante e ingombrante
per essere trasportato in casa, è rimasto all’ingresso a seguito di un trasloco. Al cortile si accede superando una piccola loggia, della
quale vale la pena notare le belle colonne con i capitelli decorati. Sulla destra si impone il grande
camino in marmo, ingentilito dallealoe in vaso e dall’abbondante presenza del rincospermum e delle aspidistre. Un vecchissimo glicine si attorciglia fino al terrazzino, tra i muri chiazzati di affreschi rinascimentali, in mezzo ai quali
si legge chiaramente un tenero angioletto. Sotto il secondo porticato fa la guardia al giardino un toro che sta caricando, scultura contemporanea arrivata qui direttamente dalla collezione di
opere dedicate alla tauromachia curata dal genero dell’attuale proprietaria. Si arriva finalmente al vero e proprio giardino, dove si leggono a terra le tracce delle aiuole originali, oggi scomparse per lasciare il posto alla vegetazione spontanea ed esuberante. Tra i fichi
e gli arbusti svetta incontrastato in altezza e magnificenza il padrone di casa, il tasso centenario.

Via della Conciliazione 80

Capita talvolta che qualche anziano mantovano parli di via Conciliazione pronunciando un
termine desueto, vagamente dialettale e suggestivo: Breda dell’acqua, nome che indica
uno spazio ampio e libero vicino all’acqua, da coltivare o da urbanizzare. La zona una volta era
considerata periferica rispetto al centro cittadino, e queste parole che servivano a descrivere un terreno di fatto aprivano alla
possibilità, alla potenzialità. Un luogo indefinito, non irregimentato dall’agricoltura e nemmeno
costruito, è una pagina bianca, potrebbe diventare qualsiasi cosa. Dal 1929 – quindi dai Patti Lateranensi che, in epoca fascista, hanno accordato lo Stato Italiano con il Vaticano – la toponomastica è cambiata ma qualcosa di quella bella apertura verso il futuro, lo stimolo a immaginare cosa ancora non esiste, dev’essere rimasto nell’aria, oppure appiccicata alla terra. Al civico 80 si trova un giardino particolarmente allegro, movimentato e accogliente, irregolare e vispo, con vasche in pietra e vasi in terracotta decorata, scalette di legno per raccogliere la
frutta dagli alberi, originali altalene per i giochi dei bambini, ortensie, limoni e coperture di rose. Qui nel 2010 è stato inventato Jardin Joli, appuntamento unico nel suo genere perché confonde i piani, creatività e artigianato, curiosità e invenzione, espressione, ricerca
e intuizione. Una fioritura di fantasia, un coro di voci diverse che si accordano nello stesso e per lo stesso motivo, che si ispira al motto di San Francesco d’Assisi: «Chi lavora con le mani
è un lavoratore. Chi lavora con le mani e la testa è un artigiano. Chi lavora con le mani, la testa e il
cuore è un artista». L’evento – che negli anni ha coinvolto vari giardini mantovani oltre a numerosi artisti locali e nazionali – è allo stesso
tempo una mostra, un happening, un mercato e un ritrovo, spontaneo e non convenzionale. Dopo varie peregrinazioni e innumerevoli incontri, Jardin Joli torna nel 2019 dove tutto è cominciato, insieme alle persone che per prime hanno dato il via a questa avventura. Con Federica Bottoli, Antonella Filippini, Francesca
Vischi, Giovanna Allodi, Federica Franzoni, Silvia Antonioli e Stefano Meneghelli, Arianna Marchetti. All’ombra dell’acero di via Concezione, tra i cespugli di ortensie.

Via Tito Speri 30

Il giardino di via Tito Speri 30 ha piccole dimensioni ma un grande fascino, perché mescola la storia alla quotidianità, le colonne in
pietra al canestro appeso per i figli o per i nipoti. É semplice eppure elegante, conviviale e suggestivo, incarna tante anime con spontanea
facilità. Sicuramente vive parzialmente di rendita, perché i grandi alberi che crescono oltre
il muro di cinta – l’ippocastano ma non solo – ampliano la prospettiva verde creando una
suggestiva quinta naturale. Ma nel trasmettere al primo sguardo una bella sensazione di equilibrio, tra il tempo presente e il tempo passato, ci mette del suo: il cancello in ferro
battuto, la loggetta sulla destra per cenare all’aperto, sovrastata dalla terrazza, i grandi tigli sulla sinistra, le ringhiere con le piante in vaso, la splendida vera da pozzo in pietra e ferro battuto. La decora un bassorilievo misterioso, uno stemma contenente un leone rampante che mostra sulla zampa il profilo di un palazzo
turrito, e un’iscrizione latina datata 1527. Vicino alla cavità – oggi interrata – prende il sole,
come se fosse capitato lì per caso oppure appoggiato in un momento di distrazione, il fossile di una poderosa ammonite. Le due panchine vicine al vialetto, strette una di fronte all’altra, chissà quante storie e storielle pronunciate a mezza voce potrebbero raccontare. Accanto a loro l’immancabile aiuola delle aromatiche, con l’origano e il rosmarino, la salvia e la menta. Una parete di gelsomino e bambù, l’alloro e la bignonia che si arrampica fino alle finestre del primo piano. Verso il fondo un cerchio magico di ortensie con al centro la rosa, accanto al nespolo giapponese, all’acero e all’edera che si arrampica curiosa di esplorare il parco dei vicini.

Via Giovanni Chiassi 38

Nell’anno che la città di Mantova dedica al genio di Giulio Romano – talentuoso allievo di Raffaello
Sanzio, invitato a presiedere alle architetture e alle arti presso la corte dei Gonzaga – poter
visitare il giardino di via Chiassi 38 rappresenta un’opportunità preziosa. Questo perché il palazzo rinascimentale che si incontra superato l’androne d’ingresso, con la facciata rivolta verso la prima corte interna, quasi sicuramente porta la sua firma. La certezza non c’è, perché non esistono documenti che testimoniano
inequivocabilmente l’intervento, ma i più autorevoli studiosi – primo fra tutti Frederick Hart – non hanno dubbi. Le consonanze sono evidenti, a partire dalla serliana sulle colonne quadrangolari, senza tralasciare il gusto per le
stravaganze compositive che sempre ha contraddistinto i progetti del celebre autore di
Palazzo Te. Dell’edificio non si sa molto. Il primo documento in cui lo si trova citato risale al 1784
ma la struttura, già chiaramente visibile nella pianta disegnata dal Bertazzolo nel 1628, è molto più antica. Un recente restauro ha
scoperto sotto l’intonaco di quello che in origine si apriva come il salone principale – in seguito
diviso da un corridoio e frazionato in più stanze – un meraviglioso affresco riconducibile al duca
Guglielmo, che si ripete anche sulla parete destra. Rappresenta uno stemma con quattro aquile e lo scudetto di Monferrato, con l’antica arma dei Gonzaga su tutto. La sua realizzazione si può collocare tra il 1573, ovvero l’anno in cui Monferrato divenne ducato, e il 1588, anno in cui Vincenzo, successore di Guglielmo, ottenne
il privilegio di inserire lo scudetto d’Austria nel punto d’onore, modificando così lo stemma della
dinastia. E vale la pena ricordare come questo emblema non potesse essere usata dai rami cadetti ma solo dai discendenti diretti, per contraddistinguere i propri possedimenti oppure gli edifici con funzione amministrativa facenti
capo all’autorità del principe. Un’ipotesi affascinante suggerisce come – per la collocazione e la dimensione dell’affresco – si possa individuare nel bel palazzo di via
Chiassi la zecca dei Gonzaga, la cui precisa ubicazione è sempre rimasta misteriosa, sebbene genericamente localizzata nella
contrada di San Maurizio. Al giardino si accede attraversando il corridoio decorato con motivi
naturalistici tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento: l’area verde si stende soleggiata
e familiare, con un bel prato definito dal bosso, dove possono giocare i bambini, e un’inconsueta
miscela di elementi provenienti da epoche diverse. Tra i gelsomini e le ortensie spiccano la vera da pozzo rinascimentale, oggi casa di una grande aloe, le merlature che punteggiano il muro di cinta, la grotta nell’angolo dal sapore
vagamente romantico, ispirato alla moda inglese.

Via Giovanni Chiassi 67

Forse non tutti sanno che via Chiassi deve il suo nome al colonnello Giovanni, precocissimo
patriota garibaldino, combattente infaticabile, morto a soli 49 anni nella battaglia di Bezzecca, nel disperato tentativo di difendere l’abitato trentino di Locca dagli austriaci. E anche le persone più ferrate in storia risorgimentale forse
non ricordano che l’intitolazione all’eroe fu scelta per questa strada perché la famiglia Chiassi abitava proprio qui, al civico 67. Il palazzo di origine rinascimentale venne infatti acquistato dal padre del combattente, il magistrato Gaetano Chiassi, quando decise di trasferire l’intera famiglia a Mantova, da Castiglione delle Stiviere. Patrimonio amato e tramandato, l’edificio è stato
ereditato dagli attuali proprietari per ascendenza diretta dalla trisavola, a partire dal 1840. L’accogliente e profumato giardino del palazzo,
in questa storia familiare, assume un significato speciale, affettivo: generazioni di bambini sono
cresciuti rincorrendosi nel prato, arrampicandosi sulla mirabella centenaria per raccogliere le
prugne, vicino al poderoso glicine, altrettanto anziano. «Questi alberi sono presenze vive e rassicuranti, testimonianze d’infanzia per le
ultime generazioni» raccontano i proprietari. I tigli si ricordano già negli anni Trenta, quando oltre il muro di cinta verdeggiava un altro giardino, oggi scomparso per lasciare spazio a un condominio. Altri alberi venerandi vennero
invece sradicati negli anni Settanta, vittime di una forte tromba d’aria, ricordata soprattutto per i gravi danni causati allo stadio di calcio.
In seguito vennero piantati l’acero al centro dell’aiuola, l’acero saccarino in fondo, l’oleandro e la magnolia. Ingentiliscono l’ingresso le ortensie, le acidofile in vaso, le gardenie, le azalee e un bell’esemplare di aucuba. Dal fondo si spande il profumo dei phidalphius.

Via Principe Amedeo 43

Com’è tipico del centro storico mantovano, guardandosi attorno nel giardino di via Principe
Amedeo 43 è difficile inquadrare il contesto storico in cui ci si trova. L’abitazione ha origini
antiche – nelle stanze si vedono ancora i resti degli affreschi rinascimentali – e in famiglia
si racconta che al suo posto si trovasse una volta un convento. L’impronta architettonicamente più significativa risale al Settecento, come testimonia l’importante
scalone monumentale che si è conservato negli ambienti interni, ma un susseguirsi di interventi,
spartizioni e ricomposizioni varie ha confuso epoche, stili e utilizzi. Basta osservare l’irregolarità del tetto per capire come l’abitazione attuale sia frutto di un lungo e
talvolta inspiegabile percorso. L’ultimo restauro risale agli anni Settanta e ad assistere ai lavori
sicuramente c’era già il grande tasso, accompagnato dal noce americano. Anche il lauroceraso ha un’età ragguardevole. L’arbusto,
essendo molto anziano, si è come svuotato all’interno, permettendo così a generazioni di bambini di infilarsi tra i suoi rami per giocare
a nascondino. Per molti anni le sue bacche sono state raccolte tra maggio e giugno per ricavare il
laurino, liquore dolce che passava l’estate a macerare per essere pronto nei mesi invernali, in tempo per essere imbottigliato e diventare
un vero e proprio classico tra i regali di Natale. Più recenti sono la magnolia e il tiglio, l’agrifoglio,
le rose, le ortensie e il glicine che sale lungo il muro di cinta – dove vale la pena cercare tra i mattoni la piccola formella della natività.
Il giardino è stato ripensato negli anni Novanta, quando si decise di togliere la grande aiuola
centrale e adottare una nuova pavimentazione, con le guarnizioni in marmo di Verona fiancheggiate dal bambù. Fu in quell’occasione
che vennero acquistati da un antiquario di Luzzara i tre grandi vasi in coccio, di cui però ci si è dimenticati l’età e la provenienza. Il grande vaso in ceramica bianca e blu è un souvenir toscano, è stato comprato in occasione di una gita in Val d’Orcia, dalle parti di Pienza. I fiori ai piedi degli alberi – tulipani, crochi, narcisi e viole – cambiano di stagione in stagione, di modo
che ci sia sempre un tocco di colore in mezzo al verde.

Via Principe Amedeo 30

Il palazzo dove oggi ha sede la Provincia di Mantova ha una storia molto antica. Fu costruito
nel 1537 per i marchesi conti Guidi Di Bagno, famiglia nobile di origine longobarda, che ha
cresciuto vari rami a partire dalla Contea di Bagno di Romagna. La dimora inizialmente era più piccola e modesta: ha assunto la dimensione attuale – compresa in uno spazio di circa 3mila metri quadrati – grazie a progressive acquisizioni delle case confinanti. L’aspetto attuale si deve in parte alla ristrutturazione barocca, in parte all’architetto Giovanni
Cherubini, chiamato a intervenire su sale e saloni nel 1857. Nel 1905 Leopoldo, l’ultimo erede della
famiglia, convinse la novella sposa – la celebre Contessa Giovanna D’Arco, all’epoca venticinquenne – ad abbandonare la villa delle
Bertone, dove risiedeva, per raggiungerlo e vivere insieme in via Principe Amedeo. La residenza in
città però fu breve: già nel 1912 la coppia decise di trasferirsi a Porto Mantovano, nella Villa Guidi di Bagno. Nel 1919 il complesso iniziò a disgregarsi con l’acquisto di alcune sue porzioni da parte della Provincia, che tuttora occupa la
maggior parte dell’edificio, insieme alla Prefettura. Come fosse stato disegnato
inizialmente il giardino si può solo immaginare. L’insediamento degli uffici pubblici ha infatti ridotto l’estensione del verde e introdotto
molti elementi moderni che a tratti cozzano con l’atmosfera di svagato relax suggerita dai vecchi arredi, vestigia di un passato non tanto lontano nel tempo quanto lontano nello spirito: la vasca circolare della fontana, le colonnette e le sedute in pietra sparse tra le piante, la serra in vetro vicino al grande glicine. La piacevolezza e
l’allegra superficialità del tempo speso all’aria aperta – in un luogo protetto e sicuro ma capace, attraverso la vegetazione, di evocare paesaggi più avventurosi e selvaggi – si legge soprattutto nel gioco della grotta, che si può
attraversare e subito evoca alla memoria i pomeriggi dell’infanzia, la felicità di quando si trovava l’anfratto perfetto per vincere a
nascondino. La grande voliera in metallo è disabitata da decenni ma nel frattempo – senza frequentatori abituali – il luogo si è ripopolato
autonomamente, e non è raro tra le fronde poter salutare un picchio. Nell’immediato dopoguerra
sappiamo invece che a terra venivano allevate le galline, tanto che restano agli atti pubbliche
lamentele da parte della Provincia, nei confronti dell’uso improprio che ne faceva la Prefettura.
Sicuramente alcuni dei grandi alberi presenti – come il tasso, il bagolaro e la magnolia – hanno
osservato dall’alto questi e tanti altri cambiamenti. Più recenti sono i cespugli di ortensie e le rose, gli allori e le piante di fico.
Il giardino per lungo tempo è stato appannaggio esclusivo della residenza del Prefetto, che vi accedeva tramite una moderna scala in metallo. Recentemente la Provincia ha ripreso possesso
del bene e ha provveduto a una prima pulizia dello spazio. Il sogno – per il quale si sta già lavorando, studiando i documenti storici per
valutare la fattibilità e le modalità del possibile ripristino – sarebbe quello di eliminare la rete che separa l’area dall’ingresso su via Principe Amedeo in modo che il giardino torni ad essere
un luogo curato e accogliente, a disposizione della comunità.

Via Pescheria 14

L’ampio giardino condominiale di via Pescheria è un’invenzione recente, è stato infatti realizzato
in occasione del restauro del palazzo e di fatto serve da copertura ai garage sottostanti.
Di impostazione moderna e senza fronzoli, con un prato curato e le composte aiuole fiorite, vale
la pena visitarlo soprattutto per l’inedita e suggestiva prospettiva che offre sul rio e sulle celebri Pescherie di Giulio Romano. Dei tempi andati qui resta poco, ma questo poco è delizioso: un balconcino in pietra con la
ringhiera in ferro battuto, sospeso sopra la corrente striata dal verde delle alghe, dentro le quali è facile scorgere le grosse carpe rilassate.
La relazione tra i mantovani e l’acqua che storicamente circonda il capoluogo è sempre stata stretta. Per rendersene conto basta
guardare in basso, verso le sponde: ogni casa aveva una scaletta e un accesso diretto al canale che taglia la città, utilizzato per lavare i panni nella corrente e per scendere agevolmente alle barche. La decisione di interrare il tratto
centrale del suo percorso – presa nel primo dopoguerra nell’ottica di modernizzare il tessuto urbano – ha interrotto la navigazione e allontanato i cittadini dalla frequentazione delle rive, di fatto impossibili da raggiungere. Il
cantiere che dal giardino si osserva sulla sinistra ha il duplice scopo di restaurare l’imponente costruzione disegnata da Giulio Romano nel
1536 – gravemente ammalorata, soprattutto nel loggiato orientale – e riconnettere la vita quotidiana degli abitanti alle rive. I lavori – dopo una serie di demolizioni, scavi e saggi – sono stati avviati nel dicembre del 2018: la prima fase
prevede la costruzione di una scala e di un ascensore per i disabili, funzionali a scendere fino alla terrazza che si andrà a insediare dove ora si scorge la malmessa spiaggetta di ghiaia, una volta ritrovo abituale delle bugandare,
ovvero delle massaie impegnate col bucato. L’operazione – complicata e per nulla scontata – è
curata dalla Fondazione Pescherie di Giulio Romano, ma ogni persona o azienda può contribuire alla sua realizzazione, utilizzando lo
strumento dell’Art Bonus.

Via Filippo Corridoni 33

Il piccolo giardino nascosto dietro la Chiesa di Santa Maria della Carità per molti mantovani è uno scrigno di ricordi. Per accedervi si passa attraverso uno degli edifici religiosi più antichi della città, fondato nel 984 per volere degli
orefici – artigiani e commercianti particolarmente attivi e benestanti, ricordati anche nella
toponomastica della via vicina. Il tempio fu ricostruito nel 1613 e ristrutturato nel 1752, quando si optò per la decorazione barocca
che tuttora lo caratterizza, anche se ciò che soprattutto colpisce di questo edificio è il particolare sagrato che accompagna l’ingresso, un’atipica piazzetta quadrata e rialzata, dove si trovano murate le lapidi provenienti dal cimitero che prima occupava lo stesso spazio. Fino a qualche decennio fa la parrocchia è stata
tra le più frequentate e amate: sulla stessa piazzetta si affacciava l’oratorio dove ci si poteva sfidare a ping pong o a calcio balilla, oltre
al teatrino che accoglieva incontri e rappresentazioni, attualmente destinato all’archivio diocesano. Allo scoperto si accedeva da qui oppure dalla chiesa, superando la navata centrale – decorata da un meraviglioso ciclo dipinto da Giuseppe Bazzani, che proprio
qui fu battezzato, nel 1690 – e infilandosi nell’appartamento del parroco. L’odore dolciastro
dell’incenso, il silenzio e la necessità di muoversi attraverso i banchi di legno senza disturbare,
uno sguardo veloce dentro alla porta della sagrestia, con le tonache appese alle grucce perché non si spiegazzino prima della funzione, gli ambienti modesti e puliti abitati dal prete: basterebbe questo, a chi oggi volesse
avventurarsi in cerca del giardino, per sentirsi sospeso nel tempo, in un momento indecifrabile e indefinito del Novecento italiano, così riconoscibile e familiare da sembrare immutabile ed eterno. La luce attraversa la porta a vetri, in
fondo al corridoio, che si spalanca sul verde: melograni ed oleandri si contendono un piccolo fazzoletto di terra, circondati dalle ortensie e
dalle esuberanti piante aromatiche, dai cespugli di lavanda, salvia e rosmarino. Le scalette conducono al vecchio campetto da calcio,
spelacchiato dall’uso intensivo che per decenni ha condotto qui ogni pomeriggio gli adolescenti di tanti quartieri, ombreggiato dalla grande
acacia che si sporge verso il rio. Già da parecchi anni non passano più da qui gli aspiranti campioni. L’oratorio è stato chiuso e le estati
passano senza schiamazzi, senza macchie di erba sui pantaloni corti, senza grida che si infilano attraverso le finestre aperte dei
condomini di fronte. Resta la rete che serviva a evitare che il pallone finisse irrimediabilmente
nell’acqua, restano le porte in ferro arrugginito, la nostalgia della noia, delle infinite vacanze, di quando a una cert’ora fa ancora caldo ma
bisogna tornare per cena.

Via Filippo Corridoni 45

Il giardino di Palazzo Bonazzi Polacco non è timido e nemmeno riservato: chiunque attraversi
il ponte di via Massari non può evitare di lanciare un’occhiata ammirata al grande albero di cachi che si sporge verso il rio a salutare i passanti. Il palazzo a cui appartiene, affacciato su via Corridoni, probabilmente risale al 1200, ma com’è tipico del centro storico ha subito una
serie di passaggi proprietari e manomissioni. L’intervento strutturalmente più impattante
risale al 1860, quando il conte Buris acquistò l’edificio e lo adattò al proprio gusto, senza
mai però andarci a vivere. Si racconta che nel corso del restauro si scoprì uno strato di
intonaco spesso 20 centimetri, testimone silenzioso dei frequenti cambiamenti. Nei primi decenni del Novecento le tante stanze
ospitarono gli uffici della Banca d’Italia, mentre nelle mansarde si custodivano gli archivi, prima che con l’abbattimento del vecchio ghetto ebraico l’istituto di credito si spostasse nella sede in stile umbertiano di via Castiglioni. Le
decorazioni che si intersecano nell’ampia loggia colonnata, così come la torretta liberty e i vari
motivi rosso cupo che corrono paralleli al tetto, sono stati eseguiti nel primo Novecento per
la famiglia Bonazzi di Borgoforte, prima che il complesso fosse venduto agli attuali proprietari.
Tra le classiche aiuole di peonie e forsizie vale la pena notare una singolarità botanica, ovvero la
pianta del ponciro, conosciuto anche come arancio trifogliato. Si tratta di una pianta asiatica
abbastanza inusuale, originaria della Cina e particolarmente resistente al freddo e al gelo, che produce frutti giallo verdi e spine molto lunghe, alcune di addirittura dieci centimetri. Deriva il suo nome probabilmente dal francese
pomme de Syrie, ovvero pomo della Siria. Il glicine a confronto è sicuramente più diffuso e
classico, non meno spettacolare mentre si inerpica – qui nella varietà a fiori bianchi – fino a
coprire completamente la terrazza affacciata sul corso d’acqua.

Via Mazzini 12

Tra via Mazzini e via XX Settembre esiste un insospettabile corridoio verde, composto da tre giardini contigui, differenti per metratura e carattere. Difficile immaginare il passato di questa porzione di città entrando oggi dal moderno portone condominiale di via Mazzini: nel primo giardino – corrispondente alla sede
dell’associazione Stefano Gueresi, dedicata al talentuoso musicista e compositore scomparso nel 2017 – si passeggia tra aiuole ben curate, melograni e cespugli. Nel secondo una stupefacente parete di vite del Canada circondata dalle ortensie, con un angolo
dedicato alle aromatiche. Nel terzo, il più piccolo, oltre alle belle piante ornamentali si intravede una torretta superstite, ingentilita da rare finestrelle ad arco, il pozzo e parte di un antico
colonnato, oggi chiuso con una lastra di vetro e trasformato in uno studio professionale. Sono ciò che resta della sontuosa dimora rinascimentale di Bartolomeo Cavazzi, che documenti d’archivio raccontano abitasse qui nel 1474, anche se all’interno dell’edificio tracce di archi a sesto acuto fanno pensare che la
struttura originaria fosse ben più antica. Probabilmente in epoca rinascimentale fu riadattata più volte: la prima sul finire del Quattrocento, come testimoniano gli affreschi che conducono a via XX Settembre, dove si può vedere lo stemma gentilizio insieme ai resti del monogramma, con le lettere CB divise da una croce; la seconda sul finire del Cinquecento.
All’epoca il padrone di casa era il nipote di Bartolomeo Cavazzi, che portava lo stesso nome del nonno ed era uno degli uomini più in vista della città: fu rettore della chiesa di Sant’Egidio e abate della basilica palatina di Santa Barbara, fortemente voluta dal duca Guglielmo, amico intimo con cui intrattenne una interessante
corrispondenza privata, conservata oggi presso l’Archivio di Stato. Un curioso gioco del destino vuole che i lavori della basilica guidata da Bartolomeo Cavazzi furono affidati all’architetto Giovan Battista Bertani, lo stesso che fu incarcerato per eresia nel vicino convento dei domenicani – dove all’epoca aveva sede la Santa
Inquisizione – e poi fatto liberare dal duca.

Via Mazzini 20

Sul palazzo di via Mazzini 20 non ci sono molte notizie, probabilmente si può attribuire a Cesare Scarpari Forattini, dottore in legge, alla cui memoria il figlio Virgilio volle dedicare una fondazione creata per accogliere, nella loro villa in campagna a San Silvestro, gli anziani più fragili o in difficoltà. Com’è tipico di molte dimore
mantovane, il giardino si nasconde in profondità. Per arrivarci bisogna innanzitutto attraversare il
corridoio, in fondo al quale vale la pena notare una vecchia e misteriosa lapide in marmo, tagliata a metà: si tratta della tomba di un religioso, sepolto nel 1630, di cui si ignora la provenienza. Si approda dunque alla tranquilla
corte interna, lastricata di ciottoli di fiume, ingentilita dall’elegante loggiato. Traspare dai capitelli decorati delle colonne il fasto dei tempi passati, inserito con sobrietà all’interno di un contesto ristrutturato per accogliere istanze
abitative moderne e funzionali. Qui si trovano le ortensie e limoni coltivati in vaso. Il pozzo antico
è sovrastato dalle esuberanti piante che vi crescono dentro. Attraversando un secondo stabile si arriva finalmente al curioso giardino, mediato da un balconcino in pietra scenografico e romantico. L’area è stretta e lunga, organizzata
verticalmente attorno a un sentiero lastricato. Al posto del prato, si stendono a destra e a sinistra
abbondanti e originali tappeti di edera e di gelsomino. Il glicine si arrampica e decora la terrazza stretta affacciata sul verde.
Conclude lo spazio un arco in mattoni, quasi una quinta teatrale, sovrastato da un timpano che fa
pensare al portale dimenticato di un vecchio tempio.

Via Mazzini 22

La storia di Palazzo Benzoni comincia nel 1480 e si mescola a quella di tante nobili famiglie:
dai Malatesta ai Cattanei, dai Facchini ai marchesi di cui ancora oggi porta il nome – ricordati nella toponomastica cittadina
soprattutto per il sacrificio del colonnello Gaetano Benzoni, ucciso nello Yemen nel 1909,
assaltato durante una spedizione. Ciascun proprietario ha lasciato nell’architettura e nella
decorazione una traccia del suo passaggio, anche se l’elemento che maggiormente colpisce e salta all’occhio è sicuramente la facciata
decorata dell’edificio. Il fregio in terracotta, raffigurante putti e ghirlande, si deve all’ingegno e al talento di Luca Fancelli, allievo di Filippo Brunelleschi, già autore del primo giardino gonzaghesco all’interno di Palazzo Ducale,
collegato alla domus nova. Tra gli inquilini vale la pena citare il pittore Andrea Mantegna, famoso
per la magnifica Camera degli Sposi, che dai documenti sembra abbia abitato qui per un breve periodo, concluso senza gloria: pare sia stato allontanato dai proprietari perché moroso.
Il giardino del palazzo si raggiunge superando il grande atrio colonnato dell’atrio: qui si apre una loggia ancora parzialmente affrescata e la profonda area verde ricoperta di edera, che si
estende fino a via Isabella d’Este, dove le chiome dei maestosi alberi secolari non di rado suscitano la curiosità dei passanti. L’esemplare
più antico è il grande ginko biloba, seguito dai tassi.

Via Mazzini 26

Le scorciatoie nelle intricate vie del centro storico mantovano non mancano e c’è chi le conosce a menadito e chi le imbocca per
curiosità, infilandosi in quello che sembra un vicolo chiuso per scoprire dove si va a sbucare. Non tutti questi passaggi sono pubblici, e non tutti sono asfaltati: tra via Mazzini e via Isabella d’Este esiste un corridoio verde che permette, a
chi abita lì, di sbucare a piacimento in una o nell’altra strada, senza dover per forza raggiungere le traverse. Al giardino, da via Mazzini, si accede attraversando epoche e
cortili. Il primo atrio, normalmente chiuso da un’imponente cancellata, si fa notare per l’antico soffitto in legno decorato a cassettoni e dipinto di blu, il secondo atrio invece, più moderno e luminoso, è decorato con motivi floreali e un
bel lampadario in ferro battuto. Le corti tra l’uno e l’altro – che oggi servono per raggiungere gli
ambienti di servizio e riparare le biciclette – sono interessanti da osservare perché testimoniano la
stratificazione di utilizzi abitativi diversi, con i loro balconcini e l’originale bovindo in metallo,
sormontato dalla piccola terrazza fiorita.
Il giardino si apre alla fine del percorso, circondato dall’edera e dai gelsomini. Tra gli arbusti si incontrano gli oleandri e il melograno, tra gli alberi il pruno e la magnolia. Un ulteriore
cancello permette di proseguire la scorciatoia, attraversando l’appartamento affacciato su
via Isabella d’Este. Nell’area verde salvata tra le due strade si fa notare un’esile colonna dal
capitello corinzio, che sembra caduta dal cielo, accompagnata da un vecchio tavolo di pietra. Da
dove arrivano questi manufatti? Da quanto tempo si trovano qui e che storie potrebbero raccontare? Delle origini del palazzo non si sa molto ma si può provare a immaginare come potesse apparire una volta il quartiere, la cui vocazione di prima periferia agricola resiste nella vecchia e nell’attuale toponomastica. Basta
ricordare che via Isabella d’Este in epoca rinascimentale veniva chiamava via del Bacchio, ovvero del cavallo, e che l’intera Contrada – che arrivava fino a via Mazzini – era dedicata a questo animale da fattoria. Oppure basta pensare alla Madonna dell’Orto, che tuttora
presta il suo nome alla traversa più vicina.
Grazie ai racconti dei nonni invece si riescono a recuperare ricordi più recenti: durante la Seconda Guerra Mondiale i proprietari del palazzo, di religione ebraica, fuggirono
per evitare i rastrellamenti e la struttura venne occupata dai soldati tedeschi. A badare alla
casa in quegli anni difficili ci pensò la signora Irma, affezionata domestica, donna di carattere
che nascose i beni più preziosi e tenne a bada i militari, affinché le sale non venissero depredate o eccessivamente danneggiate.

Via Mazzini 28

Palazzo Fochessati, come la maggior parte delle affascinanti costruzioni che costeggiano via
Mazzini, ha origini rinascimentali, quattrocentesche. Edificato per essere un importante dimora nobiliare, curiosamente venne convertito agli inizi del Novecento in magazzino. I coniugi proprietari della residenza – Clara Fochessati e Giuseppe di Bagno – accettarono di aiutare il fratello di Giuseppe,
Leopoldo di Bagno, in una complessa operazione di trasloco. Leopoldo e la moglie abitavano esattamente dall’altra parte
della strada, nel grande palazzo dove ora ha sede la Provincia, che occupa per intero lo spazio compreso tra via Principe Amedeo
e via Mazzini. Nel 1919 decisero di vendere l’ingombrante e preziosa dimora per trasferirsi in campagna, ma per non rinunciare alle opere che decoravano le stanze chiesero ai parenti di accoglierle provvisoriamente. Qui dunque
soggiornarono – tra i vari manufatti – anche i dipinti realizzati nel 1742 da Francesco Maria Raineri, detto lo Schivenoglia, per decorare
le sovrapporte della Sala delle Apoteosi: l’Allegoria della Pittura e della Scultura, la Caduta dei Giganti, il Ratto d’Europa e la Scena di Sacrificio. La stessa famiglia Fochessati non scherzava in quanto a collezionismo: se
oggi all’interno di Palazzo Ducale è possibile ammirare il dipinto raffigurante La cacciata dei
Bonalcosi, realizzato da Domenico Morone nel 1494, si deve proprio a una loro donazione. L’opera – studiata per la prima volta nel 1857
proprio nelle sale di via Mazzini, da Otto Mündler – parrebbe, grazie a questo atto generoso, tornata alla propria originale collocazione.
Provengono direttamente da Palazzo Fochessati anche le bellissime Allegorie delle stagioni
dipinte da Giuseppe Bazzani nel 1760, oggi conservate presso la Staatgalerie di Stoccarda.
Al giardino si accede superando la tranquilla corte interna. L’area verde, rispetto alle dimensioni del giardino originale, si è rimpicciolita ma conserva un grande fascino,
densa di piante, colori e profumi. Il glicine convive con le ortensie, la palma, il lillà e gli oleandri. Il gelsomino incornicia la vecchia
colonna di pietra. Tra i fiori vale la pena notare i mughetti, che i proprietari ricordano dall’infanzia,
e la rosa antica.

Via Mazzini 34

Dall’arte della lana all’arte contemporanea. I primi abitanti di questo elegante palazzo sono
stati in epoca rinascimentale i Beccaguti, famiglia della Valcamonica, affermatasi grazie
all’abilità del mercante Anselmo, insignito del titolo di rettore dell’arte della lana tra il 1478
e il 1494. Gli abitanti attuali invece si occupano di design, di architettura e nel senso più
ampio del termine di creatività, per questo hanno inventato la galleria DiSegno e dedicato parte dello spazio all’esposizione di opere contemporanee. Cos’è successo nel mezzo? Il figlio di Anselmo, Alessandro detto Alessio, si dedicò alla carriera militare: fu ingegnere civile e
comandante per Ferdinando Gonzaga e viene ricordato come uno degli eroi della battaglia di
Fornovo. Proprio grazie al suo valore riuscì presto ad accrescere le proprie ricchezze e nel 1500 completò e abbellì la struttura, non senza metterci del proprio in termini di competenza tecnica e stile. La possenza dell’edificio ricorda gli imponenti bastioni costruiti da Alessio nella zona del Gradaro e di fronte all’isola del Te,
commissionati da Federico II. I Beccaguti abitarono qui fino alla fine del Seicento ma già
nel 1649 l’ultima discendente vendette la cappella privata ai padri Carmelitani Scalzi, che
iniziarono a celebrare messa e progressivamente si insediarono nei terreni attigui dove edificarono la Chiesa di Santa Teresa. Quando nel 1734 la proprietà passò alla
potente famiglia dei Cavriani, il marchese Antonio volle ripensare il complesso e chiamò a condurre i lavori Alfonso Torreggiani, lo stesso architetto a cui fu affidata l’importante residenza di via Trento. Per sfruttare la vicinanza del tempio si costruì un passaggio in legno, che collegava il piano nobile al palco interno alla chiesa. Il corridoio, lungo circa due metri, è stato demolito con l’ultima ristrutturazione, quindici anni fa. I lavori iniziarono nel 2001 e nel 2004 si inaugurò la straordinaria commistione tra abitazione, galleria e studio che oggi si può apprezzare in occasione dei vernissage. Le
opere d’arte trovano casa in una porzione del vecchio cortile, di cui resta un anziano abitante: il glicine centenario che continua a espandersi verso il cielo, protetto a terra da una struttura in vetro, mentre le radici si allungano nel chiostro del vicino convento. Lo si può vedere spuntare, insieme agli oleandri della terrazza, dall’interno
della corte. Il giardino, a cui si può accedere
anche scendendo nelle fascinose gallerie sotterranee, è stato realizzato ex novo,
assecondando il gusto minimal che contraddistingue gli interni. Per disegnarlo fu necessario fronteggiare una vera e propria
selva: poco restava dell’originale impianto all’italiana, se non qualche traccia delle aiuole e dei sentieri, e quattro grandi abeti. L’area è stata sfoltita per essere utilizzata più comodamente e per garantire una buona luce alle sale
del pianterreno. La memoria degli abeti è stata affidata a un solo esemplare, a cui fa compagnia
la magnolia. Sul fondo cresce un boschetto di bambù, contenuto da un muretto inserito nel terreno, che scende fino a un metro e mezzo di profondità. A destra, vicino alla piscina rettangolare, alberi e fiori in vaso creano con
l’alloro e l’oleandro una macchia movimentata, protetta dalla tappezzeria di edera. Un altro
splendido glicine incornicia l’ingresso e sale fino al balconcino. In fondo, a due passi dal tavolo
in pietra di epoca rinascimentale, si trovava fino a poco tempo fa un bell’esemplare di censis
australis, vecchio di due secoli, che purtroppo un temporale ha fatto cadere.

Via Pietro Frattini 9

Il giardino di Casa Andreasi, per essere apprezzato fino in fondo, ha bisogno del silenzio. Si tratta infatti di uno spazio votato alla
meditazione, alla preghiera fervente e alla contemplazione. La costruzione ha origini antiche ma l’aspetto attuale – eccezionalmente
conservato, anche negli interni – risale a quando il nobile Niccolò Andreasi decise, nel 1475, di
trasferire qui la famiglia. Alla bella facciata ridisegnata da Luca Fancelli – caratterizzata
dal prezioso arco a tutto sesto che sormonta il portale – si coordinano le sale affrescate con
motivi rinascimentali, grottesche, architetture trompe l’oil e cartigli. In questa dimora crebbe e
visse Osanna, secondogenita di Niccolò, che fin da adolescente espresse una profonda devozione e spiritualità. Ispirandosi a Santa
Caterina da Siena si contrappose al genitore che voleva farla sposare e ottenne, a quindici anni, di
vestire l’abito del terz’ordine domenicano. Prese i voti nel 1500 ma durante la sua intera esistenza,
sempre rispettando l’abitudine alla riservatezza e alla penitenza, partecipò attivamente alla vita di corte. Fu infatti amica e consigliera sia di Federico e Margherita Gonzaga, che di Francesco II e Isabella d’Este, che le furono
vicino – qui dove abitava, nel giugno del 1505 – anche in punto di morte. Si dice che proprio grazie alla preghiere di Osanna Federico II uscì illeso dalla battaglia di Fornovo. La stima nutrita nei suoi confronti da Isabella d’Este portò la
duchessa a perorare la causa della beatificazione presso il papa Leone X Medici, che concesse il culto nel 1515, anche se la beatificazione vera e propria arrivò in seguito,
nel 1694 con papa Innocenzo XII. Attualmente il suo corpo, incorrotto, è sepolto nel Duomo.
L’edificio di via Frattini continuò ad appartenere agli Andreasi fino al 1780, quando passò per dote nuziale ai Magnaguti. Fu il conte Alessandro, ultimo discendente della casata, a donarlo ai domenicani affinché fosse perpetuato il ricordo e il culto della religiosa. Oggi l’immobile
è gestito dall’associazione Monumenti Domenicani, che vi organizza iniziative culturali e di divulgazione spirituale. Il giardino di Osanna, teatro di visioni ed estasi mistiche, è stato restaurato nel 2004 assecondando il modello
dell’hortus conclusus medievale, lo stesso voluto da Isabella d’Este per ingentilire il suo piccolo ma meraviglioso appartamento, all’interno di Palazzo Ducale. Prima dell’intervento l’area centrale era incolta e in fondo – oltre il porticato
con le colonne in marmo rosa, che recano sui capitelli lo stemma degli Andreasi, e gli affreschi
nei sottarchi – si trovava l’orto. Oggi lo spazio quadrato, protetto dagli alti muri di cinta e dalle
siepi, si divide in quattro aiuole disegnate dal bosso, ciascuna con un melograno, albero della vita, che nel cristianesimo assume vari significati (dalla sofferenza del martire alla capacità della Chiesa, che contiene il popolo
sparso come il frutto contiene i tanti semi). Al centro resta la vera da pozzo originale, che suggerisce la presenza dell’acqua, simbolo
di rinnovo vegetale e spirituale. Tra le essenze si incontrano le rose antiche bianche e rosse, il
ciliegio selvatico, l’iris, i mughetti e le fragole. Tra le aromatiche la melissa, la pimpinella, la
balsamina, la salvia, il timo, l’artemisia e la maggiorana. L’atmosfera che vi si respira è
quella del chiostro, pacifica e raccolta.

Piazza Polveriera 7

Come ad Alice basta un passo per cadere nella tana del Bianconiglio e approdare magicamente in un’altra dimensione, in piazza Polveriera basta sorpassare il cancello e il giardino fiorito di
una insospettabile villetta per finire all’interno di un bosco misterioso, fitto e piacevolmente
inquieto, ampio ma non illimitato, circondato da un muro. Il bambù si è allargato e allungato a dismisura, tanto da potersi credere – con un
piccolo sforzo di immaginazione – nella prima periferia di Kyoto invece che in centro a Mantova. A partire da una piccola pianta
in pochi anni è cresciuta una selva, dove difficilmente si infila un raggio di luce. Si è creato un vero e proprio tunnel di giunchi che a tratti lascia intravedere gli originali abitanti del posto, i fichi, i pioppi, alberi importanti con i tronchi completamente ricoperti di edera. Un grande ailanto buca la trama intricata della vegetazione
e svetta verso il cielo. Il percorso che si inoltra tra le piante, selvatico e fascinoso, si conclude nel pacato giardino dove il viaggio è cominciato, tra le ortensie, i lillà delle indie, gli oleandri, la
magnolia, il melograno da fiori e il giuggiolo centenario, di legno contorto e ricoperto di muschio. È qui che si incontrano alcuni indizi
utili a capire quando è nata e a cosa serviva quest’area oggi tanto selvaggia quanto straniante, a due passi dalla trafficata via Garibaldi. Il bosco infatti è molto recente:
in questo spazio fino agli anni Sessanta si coltivava l’ortaglia che serviva l’intera città, quella che riforniva le bancarelle dei mercati
e i negozi di verdure di stagione e primizie. La grande vasca in pietra, vicina al muro di cinta e
attualmente interrata, serviva a raccogliere e a lasciare intiepidire sotto il sole l’acqua pescata dal pozzo, necessaria all’irrigazione, che non doveva essere troppo fredda per non bloccare lo
sviluppo di carote, cavoli, radicchi e zucchine. Sempre nella vasca si lavavano sommariamente i prodotti prima della vendita, i mazzetti di ravanelli e i cespi di insalata. Conclusa l’attività dell’ortaglia si volle cambiare coltura e si decise di destinare il terreno agli albicocchi, abbandonati negli anni Ottanta quando la superficie venne definitivamente riconsegnata alla natura.

Via Gradaro 42

Tra le tante chiese cittadine Santa Maria del Gradaro è forse la meno appariscente, sembra come arretrare rispetto alla città, aver voglia di stare per conto suo, in compagnia dei pochi che la sanno apprezzare. Il suo carattere non è schivo o altezzoso, tutt’altro, è piuttosto ingenuamente ritroso, sottolineato dal giardino solitario, dal cielo ampio che si apre come in
campagna e dal vicino profilo delle ciminiere della vecchia fabbrica di mattoni. In epoca paleocristiana qui sorgeva la chiesa di Santa
Maria in Campo Santo, mentre quella che tutt’oggi si può ammirare – con la bella facciata
gotica – fu costruita a partire dal 1256, a cui si aggiunse poco dopo il convento dei Canonici regolari di San Marco, ora affidato alle suore Oblate dei Poveri di Maria Immacolata. La parola Gradaro indica la caratteristica geologica del terreno, si riconduce alla parola latina cretarium, ovvero cumulo di creta (non a caso si trova a due passi da qui la fabbrica dei mattoni, costruiti con l’argilla del Mincio). In questo luogo calmo e tranquillo – superato il prato del sagrato, oltre i grandi tigli del parco – troverà posto un orto del tutto originale, disposto secondo i dettami del Capitulare de villis, scritto da Carlo Magno nel VIII secolo per disciplinare le attività rurali e agricole. Ideato e curato dall’associazione Mantova Carolingia, servirà a ricordare il
passaggio del celebre imperatore e costituirà una tappa importante del progetto internazionale che valorizza il percorso compiuto da Aquisgrana a Roma in occasione dell’incoronazione. La scelta non è casuale: Carlo Magno è stato il primo a riconoscere la reliquia del Preziosissimo Sangue di Cristo, portata in città nel 36 dal centurione romano San Longino, che proprio al Gradaro si dice sia
stato martirizzato. Il soldato, cieco da un occhio, trafisse il costato di Gesù sulla croce per accertarsi che fosse morto: dal cadavere
zampillò sangue miracoloso che guarì e fece convertire il militare, che prontamente ne raccolse alcune gocce. I Sacri Vasi che le
contengono, sotterrati e ritrovati insieme alle ossa di Longino, sono conservati ed esposti presso la basilica di Sant’Andrea. L’orto
medievale che si andrà a realizzare nei prossimi anni al Gradaro servirà a raccontare questa e
tante altre storie, a promuovere approfondimenti e recuperare testimonianze – utili spesso a
comprendere e affrontare il tempo presente.
Nell’area cintata parallela a via Allende, coltivata negli ultimi anni da alcuni volontari, si disporranno quattro stanze, secondo uno
schema ampiamente studiato da storici e agronomi, ispirato al giardino dei semplici dell’abbazia svizzera di San Gallo. La prima
parte sarà allestita con dei pannelli per la didattica; nella seconda si prepareranno le prese, ovvero le aiuole regolari, sopraelevate e
contenute da strutture in legno, ciascuna dedicata a una precisa essenza; nella terza cresceranno i filari di vite, con un passaggio
centrale pergolato; nella quarta ci sarà il brolo, con gli alberi da frutta. La parete che chiude lo
spazio diventerà un viridarium, ovvero sarà coperta di alloro e arbusti sempre verdi, con al
centro la vasca per l’irrigazione, abbellita dalle piante acquatiche. Non mancherà una zona dedicata ai fiori, soprattutto alle rose, che
anticamente si collocavano vicino ai filari per attirare i parassiti e fare in modo che la frutta venisse danneggiata il meno possibile.

Viale Te 13

Palazzo Te è l’opera più grande e importante realizzata da Giulio Romano a Mantova: fu costruito su un’isola alle porte della città per
volere di Federico II Gonzaga, tra il 1525 e il 1535, e successivamente ampliato da Vincenzo I. Circondava e si inseriva all’interno della
costruzione un sistema di bellissimi giardini, per la cui realizzazione Federico II si spese in prima
persona, scrivendo lettere ad Alfonso I d’Este, alla sorella Elisabetta, duchessa di Urbino, a
Francesco Gonzaga, ambasciatore a Roma, e ad altri referenti delle corti italiane. Le richieste erano diverse ma l’obiettivo era lo stesso: farsi recapitare gli alberi da frutto più rari, abbondanti e buoni: mandorli, castagni, meli, ciliegi, fichi. Il giardino doveva meravigliare tutti i sensi, il gusto per primo, anche perché all’epoca il consumo
di frutta era riservato alla classe più agiata. Per avere le viti della Brianza mandò a caricare a Milano quattro muli, altre viti si chiesero al signore di Mirandola. Il principe di Valditaro
inviò cento piante di carciofo, limoni di Gaeta e i capperi prelevati direttamente dalla sua villa di
Genova. Lo stesso Giulio Romano all’occorrenza diventava un corriere: in viaggio a Ferrara venne incaricato di riportare a casa le “brogne verdazze” e gli albicocchi che il giardiniere degli Este, preallertato, aveva preparato apposta.
Si occupava della manutenzione delle essenze il giardiniere Ettore Da Fundi, ma non da solo: per gli incarichi più faticosi Federico II cercò al porto di Genova quattro schiavi africani. L’acqua per l’irrigazione si prelevava dalla Fossa Magistrale,
non veniva dal pozzo quindi ma dal lago Paiolo, trasportata da un ramificato sistema idraulico
costruito con tubi di piombo, numerose valvole e pompe di aspirazione. L’irregimentazione e
il controllo delle acque non fu mai facile in questa zona. Bisognava difendersi dalle piene del Mincio, e si ricorda a questo proposito la
valorosa azione di contenimento degli argini condotta dall’ingegnere Alessandro Beccaguto nell’ottobre del 1526, che a cavallo coordinava
l’azione di 200 uomini, pronti a riparare le falle. A Palazzo Te l’acqua non si lasciò mai gestire
facilmente nemmeno per scopi estetici e ludici, ovvero per le varie fontane, grotte e scherzi a spruzzo, tanto che dovendo assumere un
addetto all’impianto ci si premurava di inserire nel contratto di servizio una clausola che lo obbligasse a utilizzare solo marchingegni nuovi e funzionanti. Nel Seicento anche questi giardini,
come quelli di Palazzo Ducale, vennero affidati a Zenobio Bocchi e nel 1651, su progetto dell’architetto Nicolò Sebregondi, si avviò
l’edificazione delle Fruttiere, per il ricovero degli agrumi durante l’inverno, e della scenografica
esedra ad emiciclo che le collegava all’appartamento del giardino segreto. Nonostante questi importanti interventi, il declino era già cominciato: il primo duro attacco
fu sferrato dai lanzichenecchi col sacco del 1630, il degrado si fece inarrestabile con le guerre e le occupazioni successive.
Nel frattempo l’isola si integrava al centro urbano, tramite l’interramento progressivo del lago Paiolo e le numerose operazioni di bonifica che si sono susseguite fino agli anni Settanta del
Novecento. Oggi l’area si configura come un grande parco pubblico, il palazzo dal 1990 è diventato sede museale ed espositiva. Nel
giardino dell’esedra restano le antiche peschiere, vicino alle quali gli archeologi hanno trovato i
ruderi delle fontane e delle nicchie incrostate.

Viale Fiume 55

In Viale Fiume 55 esiste un giardino fondamentale per capire la storia del Novecento
cittadino, contemporaneo perché vivo e attento al tempo presente, evidentemente curioso
di intercettare e comprendere la società del futuro. Si tratta della bella superficie verde che
circonda la sede di Lubiam, una vera e propria istituzione che ha influenzato in modo decisivo lo sviluppo economico del territorio, determinando la crescita attorno a sé di un intero quartiere. La storia dell’azienda – nota a livello internazionale per la qualità dei capi di abbigliamento che disegna e produce – ha radici nei primissimi anni del secolo scorso. Si dipana
grazie al talento, alla creatività e all’intuizione di Luigi Bianchi, sarto originario di San Michele in Bosco che nel 1907 decise di tentare la
fortuna aprendo un negozio nel capoluogo, in via Fortunato Calvi. Da quella prima bottega si arrivò
velocemente alla necessità di creare un’azienda: le commesse aumentavano, i lavoratori anche,
lo spazio in centro storico non bastava più e soprattutto diventava pressante la necessità di migliori collegamenti. Per questo nel 1936
si avviò il cantiere per costruire la sede attuale, progettata dall’ingegnere Giovanni Borrella,
vicina alla ferrovia e alla linea del tram, a Valletta Paiolo. Lo stabilimento industriale – con la grande scritta Lubiam, che risalta bianca sul rosso dei mattoni – può considerarsi da allora,
dall’inaugurazione del 1938, a tutti gli effetti un simbolo della città, importante non solo da un punto di vista architettonico ma soprattutto
dal punto di vista affettivo. L’ipotesi di spostare la produzione a Milano all’epoca era stata ovviamente considerata, ma la scelta di continuare a impegnarsi per il proprio territorio, con le persone che lo vivono e lo conoscono, è
stata premiante. Fedeltà chiama fedeltà.
Sia i figli che i nipoti hanno proseguito il percorso tracciato da Luigi e nel 2019 l’attività ha spento con soddisfazione le 118 candeline. Attorno all’edificio che ha visto affaccendarsi generazioni di mantovani ora si può godere di
un bel parco, punteggiato di pruni selvatici, custodito dallo storico camino, purtroppo ridotto in altezza a causa del terremoto del 2012. Spiccano nell’erba, davanti alla regolare successione delle finestre, le sculture realizzate per il progetto “Scultura in piazza”, che l’azienda promuove dal 2016 in collaborazione con Palazzo Ducale e Mantova Creativa. Le opere site specific – commissionate ad artisti di fama internazionale – al termine di una lunga esposizione in piazza Castello, di fronte alla residenza gonzaghesca, si trasferiscono nel
giardino di Viale Fiume. Così si possono ammirare i “Vortici” di Hidetoshi Nagasawa – composti da sette pannelli curvilinei, in lega
di alluminio e titanio, metafora dell’energia che anima il mondo – e “Guscio” di Eduard Habicher,
struttura sinuosa in ferro dipinta di rosso vermiglio, capace di suggerire un dinamismo leggero e lento, il movimento poetico e onirico
che precede la creazione e la definizione.

Viale Pompilio 48

Non tutti i giardini segreti sono invisibili, celati dietro portoni e palazzi. Alcuni sono sotto gli occhi di tutti, ci passano accanto ogni giorno decine di persone e nessun chiavistello impedisce l’accesso, basterebbe girare attorno a una siepe oppure aprire una porta per scoprirli. Questo è il caso del sorprendente hortus conclusus curato dall’Istituto Oncologico
Mantovano all’interno del parco dell’Ospedale Carlo Poma. L’intero complesso – sede dell’Azienda Socio Sanitaria Territoriale di Mantova – è circondato dal verde. La sua
costruzione cominciò nel 1912 nei terreni limitrofi al centro storico, dove l’esercito austriaco aveva edificato la fortificazione
conosciuta come Forte Pompilio, demolita appositamente. L’area venne scelta perché ben collegata dalle strade e dalla ferrovia, in
posizione salubre e sopraelevata rispetto alle paludi del fiume Paiolo. Il progetto – disegnato
dall’ingegnere Giulio Marcovigi, esperto di strutture ospedaliere, impegnato anche per il Niguarda di Milano e il Bellaria di Bologna –
comprendeva diverse zone alberate in mezzo alle quali dislocare i padiglioni. Le piante servivano a rinfrescare i viali e creare un ambiente rilassante, che alleviasse le sofferenze dei degenti. In fondo all’area fu collocato il
reparto che ospitava i pazienti affetti da malattie infettive. Il concetto di isolamento oggi appare
quasi retrò, esclusivo non perché riservato a pochi eletti ma perché funzionale ad escludere dalla comunità. All’epoca il concetto era trattato in modo diverso, tanto che la grande scritta “isolamento”, volta ad avvisare i passanti di
tenersi alla larga, si nota tuttora lungo viale Pompilio, scolpita nella pietra. Per capire com’è cambiata la valutazione di determinati disturbi col passare del tempo, vale la pena ricordare come accanto agli infettivi – per la maggior parte
vittime della tubercolosi – venne allestita la neurologia, quindi gli ambulatori e le sale per chi soffriva di problemi psichici, ritenuti una vergogna da nascondere. È qui che oggi trova posto l’Istituto Oncologico, che offre assistenza
alle persone colpite da tumore e alle loro famiglie. Fondato nel 1989 e gestito da 70 volontari, l’istituto si impegna in numerose
attività: ascolta i pazienti e li accompagna attraverso il percorso di cura, organizza convegni e appuntamenti formativi, iniziative
per finanziare l’acquisto di nuove attrezzature. I suoi uffici guardano verso la chiesa della Misericordia, detta anche del Sacro Cuore,
completata nel 1949 nonostante i lavori fossero cominciati prima della guerra, interrotti per vari
anni proprio a causa del conflitto. Oggi il piano terra del tempio conserva gli archivi delle cartelle
cliniche, una volta invece ospitava gli ambienti ricreativi, il teatro e il cinema. Alle funzioni i malati assistevano dall’alto, grazie a un ingresso in corrispondenza del coro che serviva a tenerli separati dagli altri fedeli. Tra la chiesa e gli uffici è stato ripristinato da una decina d’anni il giardino, modellato secondo l’impianto dell’hortus conclusus medievale, protetto dalle siepi, circondato da un passaggio sopraelevato e diviso in quadranti, con la fontanella e il melograno, considerato l’albero della vita, colorato dalle ortensie e dall’abbondante lavanda.

Interno Verde è un’iniziativa ideata e curata dall’associazione Ilturco, per info: www.ilturco.it