Interno Verde

68 | VIA ARGINONE 327 | Galeorto

Quando si pensa agli orti segreti di Ferrara il pensiero corre immediatamente ai conventi e ai monasteri di clausura, a una tradizione antichissima di silenzio e contemplazione mistica. In realtà l’orto più inaccessibile della città è decisamente più giovane e rumoroso, si trova in via Arginone e dal settembre 2016 è coltivato da uomini italiani e stranieri che tra una vanga e un filare di pomodori cercano la socialità e la manualità schietta a cui forse non sono più abituati. In una parola la normalità, all’interno della Casa Circondariale, un microcosmo popolato attualmente da circa 350 detenuti.

«La funzione dell’orto è alimentare ma l’intenzione principale è favorire lo scambio, la relazione e la condivisione dell’esperienza», racconta Davide, tutor dell’associazione Viale K, che coordina in collaborazione con l’associazione Laudato SI il progetto intitolato ironicamente GaleOrto. «Tra i detenuti ce ne sono diversi che nel loro percorso di vita hanno avuto modo di lavorare in campagna, oppure di curare il giardino di famiglia, e che se ne intendono. Alcuni hanno bisogno di essere alfabetizzati, perché non si sono mai occupati di terra e sementi, altri invece insegnano anche a me. Il loro impegno è gratuito e volontario».

Come sottolineano i responsabili dell’Ufficio Educativo della Casa Circondariale, gli obiettivi di questa attività sono diversi: favorire l’apprendimento delle tecniche di coltivazione, attivare un processo di riequilibrio e responsabilizzazione individuale, fornire strumenti di riabilitazione e reinserimento nel mondo lavorativo. «Oltre alla promozione della salubrità del cibo e dell’incontro tra culture, è importante per i detenuti recuperare il valore del tempo speso utilmente».

Attualmente gli orti coltivati sono tre: c’è quello dei detenuti comuni che coinvolge circa una ventina di persone; in un’area isolata c’è quello dei collaboratori di giustizia, dove ci lavorano in una decina; infine c’è il grande campo di zucche violine che si può vedere anche dalla strada, essendo situato in quella che viene definita l’intercinta, ovvero la fascia esterna al muro perimetrale del carcere vero e proprio, ma interna alla recinzione del complesso.

Questo terreno – distribuito a ferro di cavallo su una superficie totale di quasi tre ettari – è il più difficile da coltivare ma il più interessante in prospettiva, perché essendo una monocultura i suoi raccolti hanno già cominciato ad essere venduti a chi ne ha fatto richiesta. «Giuridicamente questo spazio viene considerato esterno al carcere, per questo possono accedervi solo i detenuti che beneficiano dell’articolo 21, ovvero quelli che hanno il permesso di lavorare all’esterno. Individuare queste persone non è semplicissimo, e magari quando tutte le procedure sono sistemate capita che arrivi la scarcerazione, e la procedura ricomincia da capo. Le zucche però non aspettano i tempi dei magistrati di sorveglianza, per questo il campo è il più difficile, ma la buona volontà da parte di tutti c’è».

Gli orti interni sono dedicati all’autoconsumo: vi crescono pomodori, zucchine, peperoni, melanzane, aglio, patate, fave, piselli, angurie e fragole. «Molti detenuti vengono dal Sud Italia, per questo ci hanno tenuto molto a piantare anche le cime di rapa, ne vanno matti. L’anno scorso avevamo anche organizzato la struttura per una serra, abbastanza grande, di 40 metri per 10, ma tempo fa un vento particolarmente forte ha divelto il telo». Non ci sono dei responsabili per i singoli orti, tutti fanno tutto, «anche se talvolta capita che le verdure più vicine alla pompa dell’acqua finiscano allagate, e quelle più lontane restano secche». Le semenze e i prodotti utilizzati vengono acquistati solo in minima parte, il resto è donato dall’azienda Boarini di Quartesana, oppure da Confagricoltura. L’idea di incentivare la vendita delle zucche – magari con una bancarella da allestire in via Arginone – serve alla sostenibilità economica del progetto.