Interno Verde

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Un inno alla fedeltà e alla resistenza, al passaggio del testimone quando il testimone è partecipe dello stesso amore. Ecco cosa rappresenta questo giardino, sotto tanti punti di vista. Fedeltà alla terra, alla bellezza e alla memoria. Resistenza nei confronti della pigrizia, del guadagno facile, del tempo che passa e lascia dietro di sé macerie. Paola ha ereditato questo luogo dalla propria famiglia: originariamente un parco di 4mila metri quadrati, diviso poi a metà tra lei e il fratello. Anticamente qui si trovavano gli orti del monastero di San Bernardino, che si trovava in corrispondenza del vecchio Arcispedale Sant’Anna di corso Giovecca, demolito a metà Ottocento – del complesso oggi resta solo il chiostro. Le sue coltivazioni si estendevano fuori dalle mura, ettari su ettari, definendo un paesaggio agricolo che per secoli – nonostante i passaggi di proprietà – restò fondamentalmente immutato.

Dove oggi si trova l’abitazione è documentata già nel Settecento una piccola casa colonica, utilizzata nel Novecento come magazzino per gli attrezzi – sebbene durante la guerra fosse diventata anche un rifugio: «i miei nonni abitavano nella casa qui a fianco, loro e i cugini coltivavano una vasta area di terreno, distribuita tutto attorno. Quando io ero piccola da qua alle mura si vedevano solo alberi da frutto». L’ingresso di entrambe le strutture si affacciava su via Chendi, all’epoca uno stradello sterrato, perché via Pomposa ancora non esisteva. Si accedeva a Ferrara passando dalla Porta di San Giorgio o dalla Porta di San Giovanni. Via Pomposa è stata voluta nel 1936 dal sindacalista fascista Edmondo Rossoni, per collegare Tresigallo al capoluogo, difatti si chiamava via Rossonia: «mio nonno era contrario perché tagliava a metà i campi e fece causa a Rossoni. Ovviamente perse e il terreno gli fu espropriato, ma il tentativo gli rende onore».

I genitori utilizzarono lo spazio in modo diverso: l’hobby del padre era la cura della vigna, che cresceva vicino ai noceti del nonno, la madre Luciana invece creò il giardino: «da giovane era stilista per un atelier, e all’epoca chi disegnava gli abiti li cuciva anche e poi li indossava per mostrarli alle clienti. Da sposata suo marito, mio padre, non volle che continuasse a lavorare. Ecco, la creazione del giardino è stato il suo risarcimento. Come per altre donne, un posto dove ripararsi dalle delusioni. Non c’era un centimetro che non fosse pieno di fiori, tutto il suo tempo lo passava lì, oppure a litigare con i vivaisti. Quand’era anziana si preoccupava, si chiedeva sempre: che fine farà quando io non ci sarò più?».

La decisione di mantenere la spaziosa area verde non fu delle più facili: negli anni del boom economico il quartiere cominciò a popolarsi di condomini e cominciarono a fioccare le proposte edilizie. C’era chi voleva acquistare il terreno per farci delle villette, chi per farci un centro direzionale, ci fu anche negli anni Settanta chi avanzò l’ipotesi di una pompa di benzina. Vendere o tutelare? «Era un lotto molto appetibile, ma io e mio marito decidemmo di preservarlo dalla grande abbuffata della speculazione, nonostante l’impegno che da quella volta ci ha richiesto, non solo in termini economici. È vivo: non ci si può allontanare troppo senza organizzare a chi affidarlo durante l’assenza». L’impianto attuale venne realizzato nel 1990 su progetto di Carlo Martinoni, allievo di Carlo Scarpa. «Martinoni studiò tantiss mo prima di arrivare al disegno, che non completammo interamente ma per un terzo.

Teneva molto al rispetto del territorio, per questo ha voluto lastricare la discesa con le masegne buccellate, belle massicce e rustiche. Nell’erba invece ci sono massi di trachite che vengono dai Colli Euganei, il muretto che accompagna il sentiero è stato costruito coi sassi di macero, scelti tra i più verdi. Anche la casa colonica è stata ristrutturata in quest’ottica, per questo ha mantenuto le caratteristiche arcate quadrangolari».

Dall’abitazione il giardino si sviluppa stretto e lungo. Il percorso comincia dalla piazzetta dell’ombra, dove si può sostare sotto al gazebo, e prosegue verso quello che Paola chiama “il residence delle tartarughe” – dove abitano dieci animali di varie età e dimensioni, riparati dalle casette semicircolari, ricavate dai vasi interrati per metà. Oltrepassa poi il boschetto dei piccoli frutti, dove crescono more, mirtilli, lamponi e bacche di goji e costeggia l’isolaverde, ovvero una nuvola di arbusti dominata da uno spumoso albero di Giuda. Arriva al sentiero sinuoso che accompagna l’infilata dei pini marittimi – già presenti, quindi integrati nel progetto - e infine la piazzetta del sole, area circolare sgombera, destinata alla luce, anche se insidiata dalla vicina isola verde che difficilmente si contiene. «L’architetto avrebbe voluto un sentiero inutile, che finisse a ridosso del confine, ma gli ho chiesto che diventasse utile, e quindi di farlo terminare davanti al cancelletto.

Quando lo stavamo costruendo il gatto passeggiava e lo proseguiva in direzione dei pini, per questo Martinoni mi prendeva in giro, dicendo che quel bell’animale aveva più buon gusto di me». I felini qui sono una presenza fissa, oltre che abbondante: «noi non ne abbiamo ma tutti quelli del quartiere ne approfittano. Lottano per la conquista del territorio, in primavera si riposano al sole. La tigrata è venuta qui a partorire i piccoli. Lo diceva Gertrude Jakyll, che il giardino è fatto per i gatti».

Le varietà arboree di questo luogo sono tantissime: vale la pena notare la tettoia di glicine vicino al garage, la magnolia sul retro – che è nata nello stesso anno di Paola – e il vicino faggio pendulo, che ha formato un anello facendo sposare i suoi rami. Sul fronte il vecchio albicocco, non più in vita, potato e trasformato in una scultura abbracciata da un’aiuola di roselline: «ci sono circa una quindicina di varietà di rose sparse qua e là, questa però è particolarmente bella, profumatissima.

Si chiama Mortimer Stiker ed è poco adatta al consumismo: i suoi boccioli appassiscono dopo due o tre giorni, ma la pianta è molto prolifica e la fioritura dura a lungo». Da non perdere infine l’albicocco ananas, piantato recentemente nel passaggio laterale. Viene dalla Moldavia ed è un regalo di Anna, badante della madre Luciana che continua a occuparsi della casa ma soprattutto del giardino: «Anna ama questo luogo quanto lo amo io, lo conosce centimetro per centimetro. Passiamo le ore a discutere su cosa piantare e dove, uno scambio interessantissimo perché non coinvolge solo due personalità ma due visioni, due culture che alla fine trovano un punto d’incontro.

All’inizio ero più restia, per lei il giardino è uno spazio prima di tutto ordinato, dove i colori sono accesi al massimo. Col tempo abbiamo trovato un equilibrio. Anna quando torna in Italia porta sempre con sé dei bulbi o dei semi, piante che provengono dalla sua dacia sul Mar Nero, per ricreare a Ferrara un pezzetto del proprio mondo. Allo stesso modo fa crescere là le specie che ha conosciuto qui».